sabato 25 febbraio 2017

Per una sociologia senza aggettivi (politici) 
 Uno su mille ce la fa 



Si può parlare di una sociologia liberale, marxista, cristiana, tradizionalista, conservatrice?  Dipende da cosa si intende per sociologia.   Se  per sociologia  si intendesse esclusivamente lo studio scientifico della società, puntando sulla conoscenza, ideologicamente neutrale, di "leggi", regolarità, costanti, come quel che avviene e si ripete (quel che è), a prescindere  dai desiderata ideologici degli uomini (quel che dovrebbe essere), allora,  forse, un forse sottolineato due volte,  si potrebbe  parlare di una sociologia priva di aggettivi politici e ideologici.
Ma non è così semplice, come si può intuire.  Infatti,  dal momento che  ciò che è, non è tale per tutti, ecco che un tradizionalista, un cristiano,  un marxista, un conservatore, un liberale,  tenderanno a non riconoscere alcuno statuto di scientificità  alla sociologia, perché quei fatti non risponderebbero alla "vera" realtà. In questo senso, esistono sociologie (ufficiali o meno), tradizionaliste, liberali, cristiane, eccetera.  Che però non sono sociologie,  ma concezioni sociali.
Dov'è l'errore? Nel privilegiare (semplificando) una concezione ideale sulla società (quindi una sociologia con gli aggettivi) rispetto al reale funzionamento della società (studiato dalla sociologia senza aggettivi).       
Ad esempio, si pensi al concetto di società: il liberale scorge  individui che interagiscono perseguendo (ognuno) i propri scopi;  un marxista  vede solo classi che confliggono; un tradizionalista, solo caste e individui, superiori; un cristiano la mano di dio, un conservatore, aristocrazie e istituzioni secolari.
Però ecco la domanda di fondo:  cosa vedrà, un sociologo senza aggettivi? Vedrà interazioni tra individui, conflitti tra gruppi sociali, gerarchie e poteri carismatici, istituzionali  e di status. Ciò che in qualche misura, con accenti maggiori o minori, si ripete a livello formale, pur assumendo, di volta in volta, contenuti storici e ideologici differenti.
Insomma, ogni società  è  e sarà sempre - certo,  con “dosaggi” diversi -   un insieme di tutte queste cose.  Forme sociali che vanno a tradursi in  regolarità o costanti sociale. Si pensi ad esempio, tra le altre,  alla  "legge"  di circolazione delle élites sociali;  élites che si compongono di individui che interagiscono più o meno razionalmente, che come gruppo sociale configgono con altri gruppi;  che  ricorrono -  tra gli altri poteri - al potere carismatico; che si identificano con istituzioni; che rivendicano status e si strutturano gerarchicamente. 
Le élites  vincono, governano  (bene o male),  soccombono,  posso resistere secoli o  pochi decenni, ma -  cosa certa - sono condannate a  circolare e, soprattutto,  proprio perché tali,  a rimanere patrimonio di   pochi individui, volpi e leoni al tempo stesso: i migliori (sempre in senso relativo), in quel dato momento storico.  Il che però non esclude, ricambio e circolazione interna, così come quella trasformazione,  abbondantemente studiata,   della “piramide” sociale  in  “trottola”  e viceversa.     
Pertanto, la sociologia  senza aggettivi, ci illumina su quello che non  potrà mai avvenire: la nascita di una società  priva di  individui  interagenti,   classi,  poteri carismatici, istituzioni e  status sociali.
Il che non è poco. Ma è anche evidente che le concezioni ideali sulla società hanno una loro utilità dal punto di vista della dinamica socioculturale, della circolazione delle élites,  perché forniscono princìpi di legittimità differenti (se non opposti),  che se recepiti e propugnati,  vanno a incidere - come dire, al di là del bene e del male -  sul   funzionamento reale della società.  
Però, il punto di  discrimine, tra l'ideologo e il sociologo senza aggettivi,  è che l'ideologo-sociologo (liberale, cristiano, marxista, tradizionalista, conservatore, eccetera), vi "crede" fino in fondo, ignorando la differenza tra ciò che può essere e ciò che non potrà mai essere, mentre il sociologo senza aggettivi distingue le due cose e, pur avendo un suo credo ideologico personale come tutti gli essere umani (che può essere liberale, cristiano, marxista, eccetera), sa però dove fermarsi.  Si chiama etica della responsabilità ( o dei mezzi).
Il tutto, ovviamente, fatta salva l'applicazione-estensione, che si ritrova nella realtà,  delle stesse credenze e costanti di cui sopra,  ai poteri sezionali ( da quello accademico, a quello economico, e così via). Ciò significa, che il sociologo stesso risente della distribuzione dei poteri culturali, economici e sociali. Però una cosa è "saperlo", e agire di conseguenza, accettando o meno le conseguenze "morali" dei propri atti,  un'altra "credere" di poter realizzare su questa terra una società totalmente libera, oppure vagheggiare passate età dell'oro: libere, l'una come l'altra, da qualsiasi condizionamento di fatto. Ignorando così bellamente,  o per ingenuità o per malafede,   le regolarità di cui abbiamo fin qui parlato.  Dunque,  senza preoccuparsi delle conseguenze fattuali,  individuali e sociali dei propri atti e degli atti collettivi, racchiuse nella severa pendolarità trans-storica delle forme-costanti,  magari evocando, come arma di difesa,  una dolciastra  etica delle convinzioni (o dei valori), dai contenuti metastorici o preistorici.
La sociologia senza aggettivi è perciò  un' impresa molto difficile, per spiriti forti, realmente liberi. Uno su mille ce la fa...        


 Carlo Gambescia                               

venerdì 24 febbraio 2017

La riflessione
Perché mi fa paura il movimento 5stelle
di Fabrizio Borni




Sulle origini del movimento 5stelle, si possono avanzare le ipotesi più varie,  però,  non vi è alcun dubbio che  lo stesso movimento, nel suo insieme, sia una eccellente macchina da guerra vestita di pace democratica.
Mi avvicinai al movimento durante le elezioni amministrative del 2013. Al ballottaggio della mia città concorrevano il candidato 5stelle e un candidato PD assolutamente inadeguato e non votato poi da molti altri elettori dello stesso partito, figuriamoci dalla destra che, o disertò le urne o, per sfregio, appoggiò il 5stelle. Di fatto ora c'è un'Amministrazione grillina. 
I primi mesi furono davvero una ventata di nuova luce. Una maggioranza assoluta (che avrebbe dovuto significare nessuna perdita di tempo, zero compromessi, zero accordi bi o trilaterali con forze alleate); un Consiglio ed una Giunta di persone per lo più molto giovani, pulite, che mai avevano avuto a che fare con la giustizia. Una incredibile disponibilità ad ascoltare il cittadino. Insomma un nuovo miracolo italiano. 
In realtà mi bastò poco, però, per verificare che il movimento si manifestava sempre più un prodotto autoritario, oligarchico, inaccessibile e antidemocratico. Praticamente tutto l'opposto delle aspettative annunciate nei vari proclami e comizi pre-elettorali. L'atteggiamento umile del sindaco e dei suoi più stretti collaboratori, andava via via sparendo nel momento in cui cresceva la “luce” del movimento a livello nazionale e il consenso locale. Un consenso locale che veniva fuori dal fatto che a differenza delle passate amministrazioni nessun consigliere, tuttavia, risultava indagato o inquisito per qualcosa riguardante il suo lavoro istituzionale. E questa è verità, se non fosse per il fatto che nella nuova amministrazione non vi erano politici navigati, ne imprenditori navigati, ma la così detta gente per bene (nell'immaginario grillino) composta da studenti, casalinghe, impiegati. 
C'è però una controindicazione:  aumenta infatti, e questo è certificato poi nei vari post o messaggi che inondano i social, l'odio verso chi fa impresa, verso chi ha fatto politica, verso chiunque non sia “allineato” alla filosofia 5stelle; e questo a volte anche tra gli stessi militanti (basti leggere gli sfoghi della sorella della senatrice Taverna nei confronti del Sindaco Virgina Raggi). Tutto ciò che non è allineato, passa per “disonesto”. Ma spesso questo nuovo concetto di onestà è diffuso e manipolato attraverso “urla” da palco degli attivisti più importanti, da concetti astratti e improbabili (se non sei dei nostri vuol dire che hai la coscienza sporca), dai volti che sono maschere artefatte e costruite per l'occasione. Se notate bene, esclusi alcuni casi specifici (pochissimi), nei volti dei ruoli di comando, quando essi parlano, è espressa la stessa fisiognomica del bambino che si lamenta a scuola perché altri gli hanno rubato la merenda. Stringono le sopracciglia, aggrottano la fronte, diventano cupi, il tono della voce è pacato, quasi flebile e spesso deglutiscono proprio come un bambino che singhiozza (vittimismo). Ovviamente senza piangere. (vittimismo = onestà; chi è vittima è sempre onesto...o quasi) Sono maschere, attori perfetti di una commedia diretta da una grande regia (e qui il termine ILLUMINATA ci sta tutto). 
Ho sempre pensato che il potere non è cosa che può essere affidata a chiunque, anche se per sfinimento (se così possiamo definire la delusione di anni di gestione politica post-manipulite), anche io sono caduto nella tentazione 5stelle. Quando un giorno ero seduto accanto al neo eletto sindaco pentastellato col quale ebbi inizialmente un rapporto di reciproca stima e cordialità, dissi a lui: “nel momento in cui dimostrerai anche solo nell'atteggiamento un abuso di potere, non ti stringerò mai più questa mano”. Detto fatto. Il giovane impiegato da poco di più di 1000 euro al mese che vive nel quartiere popolare della città, che ha avuto da pochi mesi un figlio e che passeggia tra le vie stringendo la mano ai cittadini, vestendo casual, con la moglie e la carrozzina dove il neonato dorme, diventa subito dopo un uomo in giacca e cravatta con borsa in pelle seguito perennemente dallo staff che guarda dritto davanti a se o cammina col cellulare all'orecchio, che si separa da moglie e figlioletto, che convive con un suo assessore dal quale avrà un figlio, che vive in una casa più bella e confortevole in una zona più esclusiva, che percepisce uno stipendio tre volte maggiore di quello che prendeva prima, che da uomo più importante della sua città diventa uno degli uomini più in vista e potenti della capitale d'Italia con un ufficio ai piani alti di uno dei palazzi più esclusivi della capitale e che per evitare di incontrare dei bambini con i palloncini in protesta sotto il comune (a torto o a ragione), lascia il comune da un uscita secondaria. Rinuncerà uno così alla sua già avviata carriera politica per ritornare al suo vecchio lavoro in una piccola azienda azienda locale come programmatore? E  come lui tanti altri. 
Quando si urlava in piazza che erano sufficienti due mandati, perché di politica non si doveva vivere, non era forse una manipolazione mediatica? Mai condivisa questa cosa anche perché non ho mai creduto che un cittadino non possa vivere di politica. La politica è una vocazione che diventa poi professione, ma come da un chirurgo ci si aspetta il massimo dell'etica professionale ed il minimo dell'errore, lo stesso vale per il politico, anche se poi i fatti  dimostrano spesso il contrario. 
Ma torniamo all'argomento principale e cioè: perché mi spaventa il 5stelle. Perché nei suoi militanti c'è troppa rabbia. Il movimento, secondo il mio parere che si è creato dopo averlo frequentato e studiato dall'interno, è composto da tre tipologie di persone. Vediamole insieme.
Una parte sono quelli che nel passato non hanno avuto (vuoi per incapacità, incompetenza, inadeguatezza, mezzi, inesperienza o altro) alcun rapporto col potere politico o economico che comunque hanno cercato; e generalmente sono quelli più maturi (40/50 anni). Poi ci sono alcuni privilegiati, come certe categorie di pensionati o di impiegati (pensionati baby, impiegati statali o in aziende consolidate comunque a contratto indeterminato) che non hanno mai partecipato attivamente alla vita politica o sociale e che oggi, col movimento, è stata data loro la possibilità di mettersi in luce, di sentirsi utili, un riscatto pari all'urlo di Fantozzi quando grida finalmente che “la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca” (Nel loro tempo libero, molto, puliscono parti comuni, giardini, parchi, tolgono scritte sui muri, fanno la raccolta differenziata, evitano di usare la macchina). Frequentano la vita dei “gruppi di lavoro” ed infine, la terza categoria, sono i trentenni che vivono o vivevano ancora a casa dei genitori perché disoccupati. Per lo più laureati che poco conoscono la storia recente del nostro paese (basta provare a domandare loro cosa sia Mani pulite) e che sono cresciuti nel periodo (questo bisogna ammetterlo) peggiore della storia politica del nostro paese. Sono quelli che (a ragione) non accettano uno Scilipoti, un Razzi, o gente simile nel nostro parlamento e che hanno più ambizione politica degli altri. 
La mia impressione è che pochi sono i politici o i partiti politici che fanno un'analisi di questo tipo, troppo impegnati a lottare per il proprio potere interno e distratti da milioni di azioni convulse alla ricerca di buone soluzioni per meritarsi un consenso che oramai è perduto definitivamente. 
Allora vince il 5stelle? In realtà vince il menefreghismo, il non voto che tocca percentuali altissime e che è peggio della vittoria del 5stelle, poiché riconosce ad esso una totalità di consenso che non esiste ma con la quale il 5stelle diventa sempre più potente. Ogni uomo, movimento, associazione, partito che sale al potere e che in se porta rabbia e rancore è pericolosissimo, ma se i partiti di oggi non comprendono questo, hanno completamente dimenticato la storia. 
Cosa bisogna fare? A livello locale, alle prossime amministrative, in alcune piccole realtà si stanno organizzando per evitare un evento del genere creando alleanze in incognito tra destra e sinistra dando vita a liste civiche di dubbia etica morale. Alleanze che non porteranno niente di nuovo, probabilmente perdenti e sicuramente certificheranno un ulteriore passo indietro. Quindi secondo me il processo è ormai irreversibile. Prepariamoci ad affrontare un governo anche a 5stelle che porterà inesorabilmente l'Italia in uno dei momenti più bui della sua storia, e che serva da lezione a chiunque, ma chi ne pagherà le conseguenze saranno i cittadini, più che i politici perdenti. E saranno conseguenze disastrose. 
Prevedo liti e risse per la strada, schieramenti energici pro e contro e anche lotta armata. Repressioni, e un disordine sociale che ci riporterà agli anni '70. La soluzione finale. Bisognerà che questo fiume inquinato si ripulisca da solo con gli anni. I vecchi politici moriranno (per età); fuggiranno (per scelta o costrizione); si renderanno conto di abdicare (per lungimiranza) in favore di nuove facce però altamente preparate anche nei confronti e nei rapporti internazionali...e allora a quel punto l'Italia potrà ripartire con un nuovo slancio e, incredibile ma vero, punta di forza saranno proprio le nuove generazioni di immigrati, ovviamente quelli seri, quelli che sono stati capaci di costruire qui una nuova vita per se e per le loro famiglie che sanno bene quale siano l'importanza, le virtù e la libertà che sono i principi cardini di una vera democrazia. 
Insomma che la vita non è facile lo sapevamo dal momento in cui abbiamo lasciato nell'armadio il grembiule dell'asilo, ma che esistono epoche meno fortunate di altre è una realtà. La prima guerra mondiale è stata orribile, gli anni venti sono stati anni di speranza, i trenta dell’ entusiasmo ma anche dei primi grossi dubbi,  la seconda guerra mondiale ci ha riportato alla dura realtà e alla fame, il dopoguerra ha creato le basi per il nuovo miracolo italiano. Gli anni 50 e 60 erano gli anni dell'amore e delle libertà, gli anni 70 della paura, gli anni 80 di un edonismo che si fondeva con un benessere generale, gli anni 90 ci hanno dimostrato che quel benessere era solo fumo, il duemila ha rappresentato una nuova speranza (millennio, Europa ed Euro) ; nel 2012 ci hanno distratto col calendario Maya perché già la puzza di merda di una economia marcia e di una ricchezza virtuale stava portando a tutti il proprio salatissimo conto. 
E oggi? Per molti anche questo lunghissimo post o articolo o blog o non so come chiamarlo è roba inutile, perditempo (è troppo lungo e su 1000 lo leggeranno in due o tre)...  Per me è invece un esercizio con me stesso per capire in che epoca sto vivendo, come devo comportarmi e cosa posso lasciare ai miei figli; ma soprattutto come fare e cosa fare per i prossimi anni perché non sono mai stato uno rimasto in finestra a guardare.

Fabrizio Borni

Fabrizio Borni, manager, docente, scrittore,  presidente dell'Anpoe  (Associazione Nazionale Professionale tra Produttori e Organizzatori di Eventi -  http://www.anpoe.it/ ).  Qui le sue recenti pubblicazioni: http://www.lafeltrinelli.it/libri/fabrizio-borni/1052864 .

giovedì 23 febbraio 2017

Il mistero del libro inesistente (e recensito)
Spenglermicon



Si può recensire un libro che non esiste? Può capitare.  Pensiamo a un  caso tipico, caro alla cultura di destra, che ama molto queste fughe tra sacro, profano e  metropolitano (nel senso di leggenda): il Necronomicon, libro inventato di sana pianta  da  Howard Phillips Lovercraft,  sul quale sono state scritte migliaia di pagine, all’insegna del  "come se" oppure del  "noi avevamo capito tutto". 
Questo l’antefatto.  Ora,  immaginate la mia meraviglia,  quando dopo quattro anni,   ho ricevuto una mail  da un libraio   che mi chiedeva dove poter ordinare tre copie di  Spengler. Un autodidatta di successo scritto da  Fedele Acciari,  “saggista e storico delle idee”, da me recensito sul blog,  un  giovedì 13,  dell’ ormai lontano  giugno del  2013.  Notare (per i complottisti) 13 su 13… (*)
Per quale ragione  sorpreso? Piacevolmente sorpreso?  E poi che c’entra il  Necronomicon? Presto detto:  non esiste il professor Acciari,  non esiste il  libro su  Spengler.  Esiste solo la mia recensione a  un libro che non esiste (copertina inclusa).   
Mi sono divertito. Ho inventato  un micro, ma molto micro, Spenglermicon.  Però, che fatica:  ho dovuto tenere  canna e amo  tirati , belli  tesi,  per quattro anni. 
Il mio non è il blog di Beppe Grillo,  però un certo seguito ce l’ha.  E tra i miei lettori,  talvolta sospinti dalla corrente, quella dell’ultima ridotta dell' Alta Valtellina,   capitano  anche dei  pesciolini spengleriani, di destra,  di  acqua dolce, apparentemente innocui, ma  in realtà  nati sotto il  segno dell’Ariete,  con ascendente Hitler-Mussolini.   Amano “pascolare” nei  fondali più bui, il nero e il bruno sono  i colori preferiti per la mimetizzazione naturale.  Sono  dotati di pinnette e branchie  a croci uncinate e squame a micro-fasci littori,  idolatrano  il profeta del declino dell’Occidente, magnificandone i lati  esoterici,  cripto-nazisti.   Una pastura,  molto cripto,  che, come ogni buon pescatore  ben sa,  va disseminata   sul fondo, dove i nostri pesciolini  "pascolano",  attraverso citazioni  inventate di sana pianta ma appetitose.  E così è stato.   
Cosa volevo provare? Che lo spengleriano medio  di destra  (insisto sul punto, perché  ne sono matematicamente sicuro) non è curioso.  Vive di riflessi carnivori.  Pertanto,  giudica i libri dal nome dell'autore  e del  recensore, piuttosto che dalla qualità del libro e della recensione.  Tradotto:  “Sono dei nostri? No, allora non lo compro”, oppure: "Ma sì,  è il solito professore universitario di sinistra che flirta con Spengler, senza conoscerlo",  eccetera, eccetera...
Ma  il nostro spengleriano medio  è  anche un pigrone:  quattro anni sono tanti,  sarebbe bastata un’incursione via Internet per scoprire che non esistevano né l’uno  né l’altro…  Google dà un solo file: quello della mia recensione che rinvia, per l'autore del libro,  a un nome e cognome, scelti perché privi di omonimi in Rete.  Per non parlare della mail decisamente farlocca:  universitarie@libero.it.   Resterebbe da fare solo un'ultima indagine:  scoprire se il testo inventato  e le citazioni  fantasma siano finite  in qualche "dotto" saggio,  dalla "esaustiva bibliografia" in argomento. A firma magari di qualche chiarissimo prof. allogeno.  Chi, tra i lettori,  abbia tempo e voglia, perciò... 
Si dirà: “ Ma vai a sospettare  che Carlo  Gambescia,  studioso serio,  si mette a tendere  trappoloni…” .   Ed è ciò che avrà pensato -  e per questo mi sta già  simpatico  -   il libraio che mi ha contattato,  chiedendomi, come dicevo, tre copie del libro ( o forse due più una di riserva), per altrettanti clienti, risvegliatisi all’improvviso,  bramosi di leggere un libro inesistente.
Come concludere? Che nessuno è perfetto.  Che mi scuso con l’incolpevole libraio.  E che invece me la  rido  degli  spengleriani  restati a bocca asciutta. E non per colpa mia.
P.S. Avviso ai naviganti:  nel blog ce n' è anche un altro di  fake-libro, fake-recensito. Buona caccia. Anzi pesca... 

Carlo Gambescia


   

mercoledì 22 febbraio 2017

Lo sciopero dei taxi
Dove sono finite  la vernice, le donne,  la velocità?
  


Sui mass media, ma anche a livello politico e sindacale lo sciopero dei taxi viene catalogato  come  sciopero contro l’utente, alla stregua  di qualsiasi altro servizio pubblico. Cosa pensare? Che questa impostazione è completamente superata.  Certo,  è vero che i taxi, hanno svolto per poco più di un secolo, un servizio di tipo  pubblico, sostituendo le carrozze e integrando il tram a cavalli. E che un loro  sciopero, come si legge, “può mettere in ginocchio la città” .
Però il  punto è un altro: che i cavalli sono scomparsi e i taxi sono rimasti ancorati a una legge quadro e regolamenti, soprattutto locali, che rinviano a  ottant’anni fa. All'epoca di pionieri.  
Altro punto,  è che i tassisti fanno finta di non capire.  O meglio i loro dirigenti.  Di qui, scioperi e chiusure corporative ai primi timidi tentativi di liberalizzazione  e ammodernamento di  un settore a dir poco arcaico dal punto di vista della  mentalità.
Però, terzo punto, tassisti e famiglie,  portano voti. Il che spiega l’atteggiamento collusorio dei politici, di destra e sinistra, come a Roma, dalla Meloni alla Raggi. E anche la tendenza  a giustificare reazioni violente, come  è accaduto ieri,  reazioni, comunque sia,  non della gravità di quelle commesse dal reduce psicopatico, Travis Bickle, l’ eroe dalla pistola facile  di Taxi driver...  Che però...  ( ma questo lo spieghiamo nella chiusa).  
Si dovrebbe far capire  ai tassisti che in un’epoca dove l’offerta di trasporto, un tempo solo pubblica, si è diversificata, seguendo una domanda sempre più esigente e variegata, la vera battaglia contro Uber riguarda i prezzi e l'innovazione  tecnologica.  Sicché, invece di chiudersi, tirando fuori dalla soffitta il tricolore e   rimpiangere il Duce (in verità, in pochi),  i tassisti  devono  aprirsi al mondo  e chiedere l’abolizione delle tariffe pubbliche e di molti inutili controlli e regolamenti preventivi. Occorrono libertà di lavorare,  produrre,  crescere, innovare, puntando sul rischio imprenditoriale  e sulle proprie forze creative  e non  sull’abbraccio mortale con i poteri pubblici: che con una mano danno e con  l’altra tolgono.
Ecco perché le tariffe dovrebbero essere determinate dal mercato e non da commissioni burocratiche: “lasciar fare, lasciar passare”, ecco la ricetta.  Dopo di che  i tassisti,  magari  consociandosi in spa, potrebbero competere  ad armi pari con chiunque  si proponga in futuro di entrare nel mercato del trasporto delle persone. Ad armi pari.
Pertanto  è vero  che, per ora,  la concorrenza di Uber è sleale. Ma, ripetiamo,  per una ragione economica e di libertà:  le tariffe dei taxi, a differenza di quelle del competitore privato,  sono rigide, fissate per comando. Perciò, la risposta non può essere quella di chiudersi in modo corporativo chiedendo  al potere  politico, con la mano tesa,   l'elemosina  di  mettere  fuori gioco l’avversario.  Si chiama protezionismo sociale. E favorisce il parassitismo economico. Un fenomeno che  conduce direttamente al sopravvivere non al vivere.
Il tassista Travis Bickle  alla fine ammazza tutti i mafiosi.  E diventa un eroe. Anche giustamente (secondo l'ottica del Far West...). I tassisti italiani voglio ammazzare Uber che invece sta reinventando il trasporto delle persone, come Facebook ha reinventato, per così dire,  il trasporto delle parole. Peggio ancora,  i tassisti chiedono che sia lo  stato  a  uccidere Huber.  Ma uccidendolo, ucciderebbe anche i tassisti.  Si chiama suicidio. Perché la competizione è il motore del progresso economico e tecnologico. E i tassisti, se tornassero a comprenderne l'importanza, potrebbero, come dire, tornare a nuova vita.  Però  serve coraggio.  Un secolo fa, il taxi, ai suoi inizi,  rappresentava la modernità, piaceva ai futuristi. Altro che le "muffose" carrozzelle. Chi allora optò per i "cavalli del motore", scelse, a suo rischio e pericolo, la modernità.   Per parafrasare Paolo Conte,  il taxi, in qualche misura, evocava  un  nuovo mondo,   fatto di vernice, di donne e di velocità.  E oggi?    
Carlo Gambescia                            

martedì 21 febbraio 2017

Gli scissionisti del Pd
Arsenico e vecchi merletti


Al di là delle questioni personali, se  non  personalistiche, che sembrano avvelenare la scissione, per ora solo annunciata, all’interno Pd, consigliamo al lettore, che voglia capire qualcosa,  di guardare innanzitutto alle  differenze sui contenuti programmatici.
I renziani (o comunque la maggioranza che appoggia Renzi), sono per l’ambientalismo ma non in chiave decrescista come un Emiliano (si ricordi la posizione di quest’ultimo sul referendum antitrivelle). I renziani  sono per la riforma del lavoro e  non per la paralisi giuslavorista al servizio dei sindacati e del posto fisso,  come gli  Speranza, i  Rossi, i  Bersani.  I renziani  sono per lo snellimento istituzionale e non per il bicameralismo ottuso, come  i D’Alema e i Bersani. E si potrebbe continuare.
Pertanto, tirare in ballo,  come si legge,  le due sinistre: una buona, dalla parte dei lavoratori e dei cittadini,  l’altra cattiva, che vuole demolire tutto, significa, dare per buone le ragioni degli scissionisti.  Che invece, ecco la differenza fondamentale, vagheggiano di vincere  emulando  il noismo  dei Cinque stelle.  Ragionamento,  che  è sposato, in modo altrettanto suicida, sul fronte opposto dalla destra salvinian-meloniana, e forse pure dal tentennante  Berlusconi.
Ma perché l’elettore pentastellato dovrebbe votare il moscio e poco credibile  Bersani invece di Grillo e dei suoi ruspanti post-nerd? Perché il M5S, astro in ascesa della politica italiana, dovrebbe infilarsi nei buco nero Pd, targato Emiliano, Rossi, Speranza? Un Pd, in versione minoritaria, condannato all'estinzione, perché, come provano sondaggi e ricerche più accurate, il bacino elettorale populista, per ora, è appannaggio di Grillo & Co? E i pentastellati lo sanno perfettamente.  E qui, la foto storica di una politica  inevitabilmente destinata al fallimento,  è  quella raffigurante  Letta e Bersani mentre   tentano disperatamente,  aggrappati al tavolino come due spiritisti, di  strappare  un qualche appoggio  agli irridenti Crimi e Lombardi. Anno di Grazia 2013.
Anche Renzi, ma più che altro,  per tacitare  l’opposizione della sinistra interna, incontrò una delegazione pentastellata. Il summit  si chiuse, sempre  con un vaffa.  Ma di Renzi. Il lettore (antigrillino e moderato), si appunti la cosa.
Insomma,  il progetto renziano che potremmo definire del Sì, all’Europa,  alle riforme, al mercato e  in qualche  misura alla modernità liberale, è  antitetico  a quello del fronte del No,   che invece  guarda al  nazionalismo, al protezionismo, al razzismo, sublimato o  meno ( di classe o di pelle), a tutti quei brutti demoni che in passato hanno causato solo danni:  fronte  che va dalla destra ai cinque stelle, politicamente, inseguiti dalla sinistra scissionista del Pd.  Che, rischiando il ridicolo, si propone come l’anziano professor Aschenbach, mettiamo un Bersani con parrucca e  trucco pesante, di sedurre il giovane Tadzio grillino,  un Diba in moto diretto ad Alghero in compagnia di uno straniero. 
Battute a parte ( e scusandoci con Thomas Mann),  questi sono  i termini della questione.Non si scappa. Dietro i  quali però, altra cosa importante, si stagliano due letture opposte della storia dell'Italia repubblicana.: da un lato quella della maggioranza renziana, che scorge apprezza  il filo rosso del progresso  e delle trasformazioni economiche di un paese, dove solo due generazioni fa,  i nonni andavano in giro scalzi. Dall’altro, la lettura  della minoranza Pd, legata allo schema politico che tanto male ha fatto l’Italia  e che risale alla più che giustificata  scelta  degasperiana di escludere i  comunisti dal governo. Anno di grazia 1947.  
Nacque allora un vero e proprio topos culturale e politico, ad uso e consumo dei comunisti. Quale?  Che dietro  ogni maggioranza politica, priva del Pci, si celava  la perversa volontà  di  tenere fuori una “grande forza popolare”, auto-rappresentata da Togliatti (e successori) come il nerbo dell’antifascismo e della democrazia. Di qui, la demonizzazione di ogni forma di anticomunismo, anche democratico e socialista.  E quel bipartismo imperfetto, dal quale non ci siamo mai  ripresi. Per non parlare di  un anticapitalismo a ciclo integrale,  dalle celebrazioni da  comitato centrale al culto  complottistico delle lucciole pasoliniane. Anticapitalismo,   mai andato in pensione, 
Un “giochino”, quello "della grande forza popolare" con il monopolio dell'antifascismo,  roba da arsenico e vecchi merletti,   che però ha  funzionato contro Saragat (dalla scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini),   Nenni (il Nenni del centrosinistra riformista), contro Craxi, contro Berlusconi. E ora rispolverato contro Renzi.   Si pensi solo alla canea antireferendaria,  che  ha visto  in prima fila i vecchi babbioni (pardon) del comunismo.  Ecco qui, come dire, la cattiva notizia.  Renzi però sembra non arrendersi  tanto facilmente. Anzi, contrattacca.  E questa,  è la buona notizia. 
Carlo Gambescia                     

lunedì 20 febbraio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 20 febbraio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 18/02/2017, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra l’ utenza privata 333.***, intestata a S.E. DEL RUSCELLO GRAZIANO, MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE, e l’utenza 356***, intestata a SENSINI FABIO.
[omissis]


SENSINI FABIO: “Senti, Graziano…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “…senti un cazzo, senti tu! [pausa] Anzi, senti tu, Mattia. E’ lì?”
SENSINI FABIO: “No.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sicuro?”
SENSINI FABIO: “Sono solo, Mattia è a casa con moglie e figli.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Mi devo commuovere?”
SENSINI FABIO: “Dai, su.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO [pausa]: “Allora. Voi la volete, la scissione.”
SENSINI FABIO: “Ma no…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Volete dare la colpa agli altri, ma la scissione la volete eccome.”
SENSINI FABIO: “Ma non le vedi le aperture che gli facciamo? Vogliono il congresso? Avanti col congresso. Vogliono i posti in parlamento? Ne discutiamo. Se vogliono che Mattia si suicidi, no grazie.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Fabio? Fabio, sono io, sono Graziano. Ci conosciamo da una vita. Fai lo spin doctor con me? Con me?”
SENSINI FABIO [lunga pausa]: “Sei solo?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sono al bar.”
SENSINI FABIO: “Sei solo?
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sì.”
SENSINI FABIO: “Parola?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Parola.”
SENSINI FABIO [pausa]: “Sono zavorra, Graziano. D’Altema, Bertani, Cumperlo, Speranzosi: zavorra.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Lo sapevo…cazzo, lo sapevo…”
SENSINI FABIO: “Certo che lo sapevi. Lo sai anche tu che sono zavorra.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “E dai, rivolta la frittata! Volete la scissione, disgraziati!”
SENSINI FABIO: “Vogliamo andare avanti, Graziano, e con la zavorra si resta fermi. No, aspetta! Lasciami finire. Ti rendi conto che D’Altema tira fuori il socialismo? Il socialismo! D’Altema! E Cumperlo?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO [ridacchia]: “Cumperlo piange e cita Rilke…”
SENSINI FABIO: “Il socialismo, Rilke, la ditta di Bertani…cosa vogliono questi qua, secondo te?”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “La democrazia nel partito, Fabio!”
SENSINI FABIO: “Macché democrazia nel partito, dai! Che non c’è stata mai, scherziamo? Vogliono il tappeto rosso, il cerimoniale sovietico, i compagni di base che li guardano con gli occhioni umidi…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Dai, sei ingeneroso, ridurre così una storia…”
SENSINI FABIO: “…l’hanno ridotta così loro, Graziano! Questi vogliono il potere.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Perché invece voi?”
SENSINI FABIO: “Vogliono il potere per non fare niente! [pausa] Vogliono i posti in parlamento, nelle istituzioni, nel partito, come prima, quando erano giovani e c’era il Mulino Bianco, il partitone…E’ finita, Graziano. Finita.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Sai che su questo siamo d’accordo. Però…”
SENSINI FABIO: “…però niente. Zavorra. Vogliono i voti, i posti? Benissimo. Che li prendano ai grillini, sono abbastanza coglioni da cascarci.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “I voti li prenderanno anche a noi.”
SENSINI FABIO: “Meno di quel che credi. Ci prenderanno un po’ di voti, ma finalmente sblocchiamo questo stallo. Tanto dove vanno? Si mettono con la Lega? Si mettono coi grillini? Diventano i loro primi concorrenti. Vanno a finire come…”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “…ho capito. Secondo te vanno a finire come SEL.”
SENSINI FABIO: “Sicuro. Tante chiacchiere, e poi al dunque votano con noi. E intanto noi peschiamo dai moderati, e andiamo avanti.”
DEL RUSCELLO GRAZIANO: “Avanti dove?”
SENSINI FABIO: “E chi lo sa, chi se ne frega? Avanti. E’ l’unico posto che c’è.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


domenica 19 febbraio 2017

Passeggiare tra le rovine: il dibattito sul “Corriere Metapolitico”
Tra modernisti e tradizionalisti




Agli amici lettori,  e in particolare a coloro che hanno appena  divorato  Passeggiare tra le rovine, consiglio di andare subito  a  leggersi,  sul sito del “Corriere Metapolitico”,  la recensione di Aldo La Fata e  relativi commenti (*). E  per alcune ragioni .
La prima è che  Aldo La Fata, che definirei un tradizionalista liberale (attenzione, non liberale tradizionalista),   espone  con grande chiarezza i contenuti del libro, e direi con una generosità, come nota  Carlo Pompei, che  per alcuni aspetti, solletica la mia vanità. Ma, per altri,  pone  quesiti, direi fondamentali e spiazzanti per qualsiasi studioso serio:  qual è il rapporto tra scienza e fede? Tra metodologie profane (sto semplificando),  come quelle usate dalla sociologia  e  i due universi scalari del sacro e del trascendente?   Grande questioni alle quali  - è vero, Aldo - il mio libro, tutto ripiegato sul mondo profano, "l' aldiquà",  non risponde. 
Devo però sottolineare che, per così dire,   sul versante  modernista,  in altre sedi,  mi muovono   critiche uguali e contrarie,  definendo la mia sociologia   fin troppo letteraria:  un realismo magico, con pericolose e poco razionali  aperture verso l’ immisurabile (o l' incommensurabile, come tu, Aldo, forse preferiresti dire). Immisurabile che io invece riconduco allo  “specifico sociologico”, riferendomi a quei processi impersonali, stretti tra il caso ( l’imponderabile) e la necessità (le regolarità o costanti sociali) che contraddistinguono   l'interazione tra individui e tra l'individuo e la società, di cui il sociologo deve tenere conto: i famigerati fatti.  In qualche misura, la mia sociologia studia le ragioni per le quali, stretto fra queste maglie (caso e necessità),  l’uomo non potrà mai essere totalmente libero e i motivi per cui certi fenomeni politici non potranno mai verificarsi,  almeno in questa vita e in questo mondo. Insomma, cerco di ricondurre l'irrazionale (il non prevedibile) nel quadro del razionale (le forme metapolitiche del sociale). E  la decadenza è una di queste regolarità, e come tale viene studiata, nelle sue varie manifestazioni, impiegando una "cassetta degli attrezzi". Sicché le forme restano (e sono misurabili, nel senso che si ripetono storicamente e sociologicamente), i contenuti storici invece mutano (e sono imprevedibili, nella loro interazione con le forme,  o comunque, se lo sono, con larghissimi margini di errore). Il sistema perciò  è sempre in tensione. Nulla di deterministico, insomma.  
Una fatica enorme però.  Un "progetto cognitivo", definiamolo così,  che,  ne sono perfettamente consapevole, mi ha alienato e mi aliena le simpatie dei tradizionalisti come dei modernisti (anche qui sto semplificando).  Ma anche del politico in genere: dal ministro, ben inserito nel sistema, all'attivista anti-sistemico, i quali vogliono certezze (i primi) e passioni (i secondi)  e men che meno, quindi, indicazioni di vincoli  sociologici, e quindi di  coerenza strutturale (quello che si può fare e non fare dal punto di vista infrasistemico e antisistemico). Tradotto:  vincoli  che non permettono (e promettono) di ottenere voti   o  attirare  militanti.  
Certo,  se ancorassi, pubblicamente, la mia sociologia a una qualche teodicea tradizionalista  o modernista,  guadagnerei sicuramente consensi,  ma preferisco andare per la mia strada.  Che è quella di uno studioso indipendente, se mi si passa l’espressione, da tutte le parrocchie politiche  e metodologiche. A differenza di certi, presunti non conformisti,  che scrivono saggi scientifici conformisti con un occhio alle commissioni universitarie, salvo poi atteggiarsi a guerrieri dello spirito o della materia in altre sedi, come dire, più ombreggiate.  Anche se, come dicevano i nonni,  il mondo è paurosamente piccolo.
Caro Aldo,  prendo atto delle tue critiche, fondate.  Spero di approfondirle in un prossimo  libro, come dire meta-metasociologico, o se preferisci  meta-metapolitico. Ma non sarà cosa di domani.
      
E, vengo al secondo punto: cosa dire  degli altri commenti ? Intanto ringrazio Nibbio.Angelo  per le critiche, E' vero esiste il rischio classificatorio, che io chiamo  entomologico: del  sociologo-morfologo che seziona  gli “insetti sociali” ( neppure Jünger,  si parva licet,  ne fu indenne, ma è altrettanto vero che non era un sociologo… o se lo fu, lo fu a  metà, come ho scritto in Sociologi per caso ).  Tuttavia esiste anche il pericolo  del romanticismo politico, ben studiato da Carl Schmitt e quindi  dell'azione per il gusto dell'azione, che non può essere ignorato.
Insomma, so benissimo di muovermi  tra Scilla e Cariddi: fredda impotenza e torrido azionismo. Spero di  "barcamenarmi" e  non andare a fondo  o  "impattare" a causa dei forti venti contrari, per così dire, da destra come da sinistra...   Certo, su questo  blog,  assumo posizioni più "politiche", nei termini del minor male possibile però.  Ovviamente,  secondo il mio punto di vista, che è quello di un osservatore politicamente moderato. Di centro?  Forse.  Che, di riflesso,  non potrà piacere a chi, eccetera, eccetera.  Sono un  osservatore che teme gli eccessi: "immagina il disastro" (come scrive Molina), ma teme anche il "culto del disastro",   perché sa che, al di là delle ideologie (le famigerate, ma non tali,  "derivazioni" studiate da Pareto), che ci consegnano una visione deformata della realtà,   le costanti o regolarità delle metapolitica  finiscono sempre per vendicarsi,  perché sono ancorate alla realtà  così com'è, ( delle forme come dicevamo più sopra) e non come dovrebbe essere, la realtà, secondo il costruttivismo utopistico di varia estrazione ideologica. Almeno su questo pianeta. E mi assumo la responsabilità di quel che vi scrivo.  Sul blog. E pure sul pianeta. Come? Anche firmando con il mio nome e cognome.
Ringrazio  Arvo,  che mi ricorda, e giustamente, i pericoli della “critica  asettica” di  certo oggettivismo che viene evocato dai modernisti   come foglia di fico ideologica: è vero,  per così dire,  c’è chi ci  marcia.  Non io però. E se erro, erro in buon  fede.  Mi si provi a leggere, magari iniziando dai  libri  dedicati  a  Pitirim Sorokin e  Augusto  Del Noce. 
Ringrazio  Buffagni, Pompei, Molina,  il leale Ciccarella, per i giudizi nei miei riguardi e del libro. Fin troppo generosi. 

Un ultimo punto, il liberalismo.  Non ho mai nascosto le mie simpatie politiche.  Né  mi devo scusare con nessuno.  Noto però, lasciando da parte alcuni pregiudizi gravi  che affiorano tra i commenti (ai quali  potrei opporre solo ragioni che verrebbero definite dai miei interlocutori altrettanto viziate da "pregiudizi"). Notò però, dicevo,  che  si continua a considerare il liberalismo come una specie di blocco unico, un monolite ideologico.  In realtà non è così: esistono almeno quattro tipi di liberalismo (archico, an-archico, mini-archico, macro-archico). In molti pensatori liberali, ad esempio gli “archici” (Burke,  Tocqueville, Pareto, Mosca, Ferrero, Croce, Weber, Ortega, de Jouvenel, Röpke, Aron, Freund, Berlin), i tradizionalisti, o quantomeno alcuni tra di loro ( penso ad Aldo, ma  ricordo anche lunghe conversazioni con il compianto Gian Franco Lami, nonché con il caro amico Giuliano Borghi e altri ancora), potrebbero trovare molti punti di sintonia sull'importanza delle istituzioni, dei valori, dell'idea di patria, delle aristocrazie politiche e sociali, del "politico".  Però bisogna leggerli. E ancora meglio, studiarli.
Comunque sia  - e chiedo scusa per l’ ennesima autocitazione -  ho approfondito l' argomento in Liberalismo triste. Libro, per riallacciarmi al mio, socialmente improvvido juste-milieu,  che,  ad esempio,  ha scontentato i  liberali  mini-archici e an-archici,  non indifferenti all'utopia dei mercati perfetti,  i quali per contro hanno apprezzato le mie critiche ai liberali macro-archici, che  inclinano invece verso il socialismo liberale, un ircocervo ideologico per dirla con un grande filosofo liberale italiano. 
Grazie ancora a tutti e un abbraccio al caro Aldo.

Carlo Gambescia