domenica 23 luglio 2017

      Mafia, abbracci, acqua e liquidazioni: slittamenti progressivi verso il populismo generalizzato

E Grillo ringrazia... 



Basta dare  un’occhiata ai giornali di oggi per avere conferma dello scadimento del dibattito politico italiano.  Anzi, diremmo, degli slittamenti progressivi, e presto definitivi,   verso una specie di caotico e isterico populismo applicato e generalizzato. Come primo linguaggio politico, dalla destra alla sinistra. Una politica dalla retorica plebea che, quanto a modalità, non porterà nulla di buono. Salvo far vincere chi da tempo detiene il copyright e detta l'agenda politica, anche quando tace:  il Movimento Cinque Stelle. 
Qualche esempio. 
La sentenza  che ha negato la “presenza della mafia” a Roma,  si è trasformata nella caccia politica al procuratore Pignatone, cocco dei Cinque Stelle.  Il quale,  a sua volta, intervistato dal “Corriere della Sera”, ormai su posizioni cairo-grilline,  si difende, gridando al complotto politico. Gettando così  altre palate di merda (pardon) sulla politica. Grillo, ringrazia.
Altro giro.  I fuoriusciti del Pd, si scagliano contro Pisapia, reo di aver abbracciato la Boschi, neppure fosse Claretta Petacci. E ciò che è più grave con l’aiutino di “Repubblica” che oggi solleva il problema criticando l'ex sindaco di Milano.  Parliamo di un  quotidiano che dovrebbe rappresentare i ceti medi riflessivi. Di sinistra.  Grillo   ringrazia.
Sulla liquidazione milionaria di Cattaneo,  si è invece scagliata la destra populista (si legga ad esempio “Libero”), in perfetta linea con la sinistra populista (“Manifesto”, "Fatto" e dintorni).  La questione è di principio:  siamo, insomma,  al punto che un un’impresa privata, sulla base dei valori di mercato, non può decidere quanto pagare un suo dirigente. Altro passo verso il  populismo reale. Anche qui, Grillo ringrazia.
Infine, la perla. Credevamo Zingaretti,  Presidente  della Regione Lazio, persona responsabile. E invece, non lo è. Pur di danneggiare politicamente,  via Acea (nuovo feudo lottizzato da Cinque Stelle), il Comune di Roma targato Grillo, si è inventato la storiella del Lago di Bracciano,  il cui apporto al sistema idrico della Capitale è minimo, come subito hanno sottolineato i vertici della partecipata. Evocando però -  ecco il punto  -  il razionamento, come misura, politicamente ritorsiva, contro  Zingaretti e il Pd romano-laziale: schieramento, ormai allo sbando,  che gioca al tanto peggio tanto meglio. E se razionamento ci sarà, al momento del voto, i romani, che sono gli unici danneggiati di questa insensata lotta politica, scatenata da Zingaretti,  si ricorderanno della sparata del "fratello di Montalbano".  Grillo ringrazia ( e forse, pure quel fascio-comunista di Camilleri). 
Basta così. Ormai,  abbiamo i populisti di complemento, che sono persino più bravi di quelli effettivi. Come un tempo avemmo i fascisti di complemento, i democristiani di complemento, e così via. "Sane" tradizioni italiane, forse.  Il dibattito politico, ripetiamo,  è dettato da Grillo, anche quando tace. Perché chi padroneggia lingua e modi e della politica  impone il terreno di gioco. Grillo, praticamente, ha già vinto. Che tristezza. 

Carlo Gambescia



sabato 22 luglio 2017

A Parigi l’incontro fra Haftar e Sarraj

Sostiene Macron



Presentato dai dementi della estrema destra italiana come “er fighetta”,  pedofilizzato da una professoressa allupata.  Una specie di ultimo imperatore, effeminato,  decadente, corrotto, in balia di una stepmother…    
Ma di chi parliamo? Di Macron, che invece si subito liberato,  da perfetto macho,  di   un generalone  che non voleva  stare al suo posto.   Rivendicando così il  ruolo della politica, come anticipazione della guerra con altri mezzi: puro gollismo in abiti civili.   E ora - ecco la notizia -   dopo aver  accolto Trump in pompa magna, il 14 Luglio,  al suono della Marsigliese, vuole  inserirsi di prepotenza nell’affaire libico, ospitando sul suolo gallico i due superboss dell’ex Quarta Sponda italiana (molto ex):  il presidente del Governo di  unione nazionale, Fayez al-Sarraj, e il generale Khalifa Haftar, l’uomo tosto della Cirenaica.  Il  vertice è  fissato a Parigi per martedì 25 luglio. Data funesta per fascisti, neofascisti e postfascisti italiani. Che risolverebbero "coraggiosamente" il problema libico (e degli sbarchi) chiudendo i nostri porti e  buttando la chiave…
Per inciso, vi immaginate  Trump alla Festa del Due Giugno?  Con la Boldrini che gli tiene muso, Grasso che lo guata come un mafioso, e i manifestanti fuori della zona rossa che spaccano vetrine "a piazèr"...  Tranquilli, tanto non verrà mai.  Ci considera delle merde (pardon). E non ha tutti i torti.  
Macron  fa politica, fa politica, fa politica. E noi invece stiamo a guardare. E soprattutto a litigare: evocando una Piazza Loreto giudiziaria per Renzi,  inseguendo le scemenze di Grillo e pure l’animalismo (di ritorno) di Berlusconi: uno che da sempre alla guerra preferisce l’amore. Alcuni dicono a pagamento. Ma questa è un’altra storia…
Insomma, sostiene Macron (per parafrasare il famoso libro di Tabucchi), che se si vuole risolvere il problema degli sbarchi, ci si deve sporcare le mani. Come?  Intanto,  provando  a  mettere in comunicazione le parti.  Sotto la Torre Eiffel però.   E noi? Sotto il Colosseo  facciamo sfilare i centurioni. Finti.    

 Carlo Gambescia           

venerdì 21 luglio 2017

La sentenza su “Mafia Capitale” e la delusione dei “Giornaloni Unificati”
A Roma non si usava la lupara




Sintomatica la delusione dei "Giornaloni Unificati"  (d'ora in avanti, GU),  a proposito della sentenza su “Mafia capitale” che azzera una bufala politica:  quella di Romolo e Remo  con la lupara…  Ma, sintomatica,  di che cosa? Di  aver visto andare a fondo il teorema  della “cupola”  di cui parlavamo ieri, applicato a Roma.   Così amato da certo giornalismo del  cupio dissolvi, per dirla dottamente. Oppure,  se si preferisce,  "del tanto peggio tanto meglio": il vischioso pantano ideologico dove  sguazzano beatamente i GU.   Che, consapevolemente o meno,  con questo fare giustizialista,  sono riusciti  a spianare la strada al populismo  grillino. Complimenti. 
Si dirà ma “Corriere della Sera”, “Repubblica”, “Stampa”, sono politicamente  moderati.  Sì, ma non quando si parla di giustizia.  Soprattutto se applicata alla destra berlusconiana e al centro-sinistra renziano: i nemici per eccellenza dei salotti buoni ("Ma che bontà, ma che bontà, questa sinistra qua"). Esiste, infatti,  una sorta di riflesso condizionato verso  tutto ciò  che si oppone a certo moralismo sinistrorso di casa nei GU.   Una reazione che, politicamente parlando,  ha radici antiche: si potrebbe arrivare fino a Felice Cavallotti (che però non temeva i duelli...).  Parliamo di  un moralismo flaccido che non va per il sottile, imperniato sulla "questione morale", ma solo quando tocca agli altri... O meglio, ai nemici politici.   E che interpreta la storia d’Italia  a senso unico:  come storia  di un leggendario malaffare, sullo sfondo del perverso  connubio tra  mafia e politica, cadendo così  nella fallacia (argomentativa) dell'accidente converso. Tradotto: della generalizzazione affrettata.    
Pertanto il “caso Roma”, per i GU  non rappresentava  che un altro ghiotto passo verso la prova definitiva di  un teorema  politico-giudiziario. Insomma,  gioco ricco mi ci ficco.  E invece è andata male.  Sembra che ogni tanto, anche in Italia,  ci sia un giudice a Berlino. Il che spiega i titoli aciduli.  
Invece di indagare sulle ragioni sociologiche  di quel “mondo di mezzo”,  il mondo degli appalti pubblici e della piagnucolose cooperative sociali,  i  GU  sono saliti in cattedra,  facendo finta di non vedere che il male è in un’economia pubblica, corrotta proprio perché pubblica. Che dispensa soldi dei contribuenti a destra e manca.  Perché?  Per la semplice ragione  che  i GU  continuano a succhiare finanziamenti pubblici, seppure indiretti, proprio come faceva il vampiro Buzzi: il principio era ed è lo stesso. Come   ad esempio  sul piano fiscale: IVA ridotta  o esente. Fortunatamente,  sono state sospese le agevolazioni postali (al 2012 le poste avanzavano crediti per 251 milioni euro) e quelle sul prezzo "politico" della carta (*). Si dirà, poca cosa alla fin fine. Ma, talvolta, a pensar male...
E comunque sia,  al di là delle questioni ragionieristiche, c’è un  male più profondo: quello dell’assoluta mancanza, da parte dei GU del senso della dignità nazionale. Qui siamo veramente al di sotto del minimo sindacale. Ci spieghiamo: l’idea che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia, non ha alcuna nobilità morale. Ma che pensare  dell’idea di veicolare all’estero,  senza avere alcuna prova, l’immagine di una  Roma, capitale d'Italia,  armata di  lupara?  Che razza di  messaggio si è trasmesso?  E parliamo di  giornali italiani che fanno opinione all’estero. Che giornalismo di merda (pardon).    
Ora i giudici hanno rimediato. Ma l'immagine di Roma è compromessa. Al posto del sindaco, chiederemmo i danni...
   


Carlo Gambescia                
  
(*) Qui una dignitosa sintesi della questione: http://www.ilpost.it/2014/01/10/contributi-editoria-giornali/.  Qui invece sulla nuova legge: http://www.ilpost.it/2017/03/27/giornali-soldi-pubblici/                                                                 

giovedì 20 luglio 2017

Paolo Sorrentino  girerà un film su Berlusconi
Ahahaha - A far l’amore comincia tu…



Come sarà il film che Paolo Sorrentino vuole girare su Berlusconi? .  Intanto, da quel che si legge, si incentrerà sulla fase Bunga  Bunga, del declino politico-giudiziario(*). Sorrentino è un Fellini più furbo ("Canta Napoli! Napoli milionaria!"),  con minore immaginazione,  più cattiveria e un sovrano disprezzo per la natura umana. Il che non guasta,  perché mette riparo dalle fregature della vita.  Ma impedisce quel  "tutto capire, tutto perdonare", che animava la poetica  cinematografica felliniana (la diciamo all’antica):  il primo Fellini però (fino alla “Dolce vita”). Si pensi a pellicole come “ I vitelloni”,   “Il Bidone”,  "La strada".  Quest’ultimo film  incantò gli americani.   Gli stessi che oggi si accontentano di un   Sorrentino qualsiasi.  Anche Hollywood non  è più quella di una volta. Ma questa è un’altra storia.
Insomma,  un regista,  privo di sorprese.   Vende cartoline, magari coloratissime  e ritmate, secondo l’arte pubblicitaria della caciara caco-colorfonica,   ma  tutte uguali.  I suoi film su Andreotti,  su Roma  come la serie televisiva  The Young Pope  sono scontati.  Andreotti, Roma e il Papa, sono come  uno se li aspetta.   Che il potere corrompa, papi e politici,  è cosa che si sa da migliaia di anni.  Che Roma sia in decadenza, dalla morte di Marco Aurelio,  non  è  notizia freschissima. Che certa neo-borghesia, anche di sinistra, sia volgare non è rivelazione da far trascorrere  la notte in bianco.      
Che dire? Questo passa il convento. Il cinema è alessandrino. Oppure punta sui supereroi.  Sorrentino è un annotatore di testi classici,  quando va bene.  I suoi non sono film ma "scolii" dell’Iliade felliniana, secondo i parametri della biblioteca di Alessandria-Napoli, con il controcanto di un mediocre attore miracolato, forse da San Gennaro: Toni Servillo.  
Eppure,  da un regista "geniale"  ci si aspetterebbe  di più.  E invece,   gli altri suoi  film (pochi in tutto) sono incomprensibili.  Parabole di viaggi intorno al cervello di Sorrentino. Per dirla, citando un classico: un Pirandello (mai letto), però spiegato al popolo attraverso  i mezzi  di una  buona tecnica da spot televisivo.  Forse la sua  opera migliore  resta Le conseguenze dell’amore. Dove si  prova a scavare, ma  una tantum  (vivaddio...), nel privato di “privati” personaggi in cerca d'autore.  Per una volta,  il potere  studiato è quello dell’amore.  Che però  non salva, proprio come l’altro potere, quello degli uomini. Anzi, se si  inciucia con la mafia, le conseguenze dell’amore, con una  grandissima Olivia Magnani, sono il classico cappottino di cemento: nulla di nuovo sotto il sole. Salvo, forse,  l'ultimo pensiero per Dino Giuffrè...
Perciò come sarà il Berlusconi di Sorrentino? Barzellettiere, allupato e volgare. Sulla falsariga di   quell'universo romano di nuovi ricchi, sconcio e sudato, che balla dimenandosi  sulle martellanti note di un vecchio successo della Raffaella nazional-popolare: Ahahaha - Ahahaha - A far l’amore comincia tu… Ahahaha - Ahahaha -  A far l’amore comincia tu...  Fiore all'occhiello post-robespierrista de "La grande bellezza".    
Berlusconi, proprio come uno se lo aspetta.  Quindi un film scontato.  O peggio ancora inutile.   Come tutto il cinema (meno uno) di Sorrentino.      

Carlo Gambescia                        

mercoledì 19 luglio 2017

Falcone e Borsellino
Come Stanlio e Ollio?



Il titolo può sembrare irriverente, addirittura offensivo. In realtà, il riferimento alla coppia di comici americani, che, dopo anni di successi cinematografici, scomparve nel nulla, tra l’indifferenza generale, rinvia al mito politico, caro soprattutto alla sinistra,  costruito a tavolino intorno ai due magistrati siciliani. Dopo morti, ovviamente.
Oggi, Falcone e Borsellino, come Stanlio e Ollio, vivono gli anni di un successo, però postumo, usati in chiave complottista per tratteggiare quel ritratto dell’Italia in nero che piace ai professionisti dell’antimafia, tutti rigorosamente di sinistra, di regola,  post-comunisti.  E qui va ricordato che in vita, Falcone, venne duramente contestato perché vicino a Martelli,  e Borsellino, perché  "reo" di simpatie destrorse.  Criticati, insomma, dagli stessi che ora sono in prima fila, pronti ad applaudire due coscienziosi magistrati, che erano tali  prima e dopo la tragica morte. Quindi non a comando.   
Al professionista dell’antimafia ( magistrato,  uomo politico, giornalista)  non interessava e interessa la mafia in quando tale, ma solo  la mafia-leva politica,  lungo  un immaginifico percorso che va da Portella della Ginestra a Berlusconi.  Roba da fumetti per decerebrati,   tesa però  a  provare quel teorema politico  filosovietico, impostato sul gelatinoso  connubio mafia-politica-servizi segreti italiani e americani. Un accoppiamento poco giudizioso,  il cui scopo, secondo una leggenda condivisa anche dai Tafazzi neo-fascisti,  era quello di contrastare l’ascesa del Pci e “delle forze popolari e di sinistra”. Ascesa, in realtà, respinta al mittente,  con il libero voto degli elettori,  di tutti gli elettori italiani, non solo dei siciliani: particolare non da poco.
Tutto bene allora? No.  L'Unione Sovietica è morta e sepolta, eppure il teorema vive e lotta insieme a noi: come la goccia d’acqua che insiste sulla roccia, è penetrato nell’immaginario italiano, molto meno resistente  della  pietra e, cosa più grave, non insensibile, da sempre,  al fascino  perverso della  logica complottista.    
Sicché,  la politica, quella della destra, democratica,  moderata, conservatrice,  anticomunista,  si è dovuta adeguare, anche a colpi di commissari Cattani, romanzi criminali, padrini e Montalbani, eccetera, eccetera, all’istituzionalizzazione  di un teorema politico complottista, tutto di sinistra,  mai  provato.  
Si assiste così, nel corso delle celebrazioni pubbliche, "istituzionali", anche di questi di giorni,  al trionfo della retorica sulle  forze oscure, “del male”, in primis la Democrazia Cristiana,  forze  che avrebbero sviato la storia della Repubblica, dal suo radioso futuro, impersonato dalle solari forze "del bene", magnificamente rappresentate dall’ asse politico Togliatti-Berlinguer.  Purtroppo, nonostante la storia abbia tagliato la testa alla serpe comunista, il maledetto rettile  continua a mordere al cinema e  nei media. E i professionisti dell'antimafia,  pur non riuscendo a convincere del tutto gli italiani (fortunatamente), continuano a inquinare le menti.  
Il che spiega  la retorica complottista, come dire bipartisan, subita  dagli stessi post-democristiani, che pur lividi continuano a farsi sputare in faccia dai post-comunisti, invece più raggianti che mai. Nonché, spiega la vigliacca necessità  politica  di celebrare, applaudire, mettersi in fila per andare al cinema a vedere  il  nuovo duo Falcone e Borsellino. Perché,  "chi non salta davanti al botteghino mafioso è".  
La "festa del cinema"  durerà  fino a quando i due magistrati, caduti nella  guerra contro la mafia, quella vera che uccide, spietatamente,  senza prendere ordini se non da se stessa,  saranno utili. Fino a quando la sete di vendetta dei post-comunisti non si sarà placata.  Fino a quando l'ultimo democristiano non sarà "processato" a fil di spada.  Fino quando l'ultimo cretino complottista  crederà nelle "cupole".  
Dopo di che, come  per  Stanlio e Ollio,  nessuno parlerà più di Falcone e Borsellino.

Carlo Gambescia
                                         

                           

martedì 18 luglio 2017

 Parlare di nulla
“Ius culturae? Ma mi faccia il piacere!”


L’idea dello ius culturae è bizzarra.   La scuola italiana  funziona  male.  Non è assolutamente in grado di trasmettere  nozioni di qualsiasi tipo.  Figurarsi allora come potrebbe  veicolare   quel  senso  e  significato dell’italianità -  tra l’altro, come valore "culturale",  scomparso  tra gli stessi italiani - che la nuova legge sulla cittadinanza introduce, ancorandolo, per i minori (semplifichiamo), alla frequentazione obbligatoria di un ciclo scolastico. Insomma, come si ama declamare, di "un percorso formativo".
Attenzione, ciò  non significa, che coloro che si oppongono all’introduzione di questo criterio,  siano da trenta e lode in storia d’Italia. Personaggi come Salvini, per non parlare dei gruppi esplicitamente razzisti,  ripetono a pappagallo la lezioncina nazionalista del Ventennio fascista. Di sicuro, appresa non a scuola. La politica è un forma di “autodidattica”, su contenuti di parte.  
Diciamola tutta: la scuola italiana ha provato ampiamente di non essere in grado di "formare" nessuno. Insomma, di non saper trasmettere alcun valore storico, quindi "culturale":  la maggioranza degli italiani non sa nulla del proprio passato. Vive in una specie di limbo storico.  La scuola italiana non è “didattica” né “autodidattica”. Sforna ignoranti, soprattutto nelle discipline storiche e geografiche.
Ora,  se  la cittadinanza dal punto vista di culturale (lo ius culturae),  non la meritano gli italiani, non si capisce  perché debbano meritarla  gli stranieri, una volta frequentate le stesse scuole, anzi la stessa gigantesca fabbrica sociale dell’ignoranza storica.          
E qui va fatta una riflessione generale sulla natura di un  dibattito politico  che tende  ad allontanarsi dalla realtà delle cose.  I famosi "duri fatti",  rappresentati  in questo caso  dalla scarsa o nulla  capacità  della scuola  italiana di trasmettere i  valori di cittadinanza (un tempo si chiamavano patriottici). Praticamente si discute di nulla, di qualcosa che non esiste. Eppure si va avanti, “come se” la scuola fosse in grado, eccetera, eccetera.  Perché?
In primo luogo, la cultura moderna, sopravvaluta il ruolo formativo dell’educazione e dell’istruzione scolastica,   fingendo o meno (come più avanti vedremo) di ignorare la natura di massa delle istituzioni scolastiche:  quindi la necessità di semplificare il messaggio, fino al punto però di renderlo praticamente privo di senso e significato.   Si può parlare di  a priori cognitivo. 
In secondo luogo, il politico democratico, sempre proiettato in avanti sulle riforme in cantiere (come impone la logica democratica), tende, seguendo un'argomentazione scalare, a dare per scontati i precedenti  passaggi: quindi la scuola formerà perfetti cittadini, che si comporteranno come tali, sicché le cose miglioreranno, lungo la  romantica logica del lieto fine.  Si può parlare di a priori politico-democratico.
In terzo luogo, esiste una logica interna delle rappresentazioni sociali. Ci spieghiamo:  quel che l’uomo considera reale, a prescindere dal fatto che sia reale o meno, diventa  tale, e genera conseguenze sociali reali. La credenza nel valore dell’istruzione collettiva ha come conseguenza sociale, reale dunque, la sopravvalutazione del ruolo formativo  delle istituzioni scolastiche, nonostante i fatti provino l’esatto contrario. Si va avanti perché si deve fare così. Perciò si crede consapevolmente in quel che si sta facendo. Non si finge.  Si può parlare di a priori verbale assertivo.
Serve altro?  No.  
Insomma,  per dirla con Totò,  il più grande sociologo italiano del Novecento, dopo Pareto: “Ius culturae? Ma mi faccia il piacere!”

Carlo Gambescia


           

lunedì 17 luglio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 17 luglio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell’attività di monitoraggio fonti aperte svolta nell'ambito della procedura riservata n. 301/3, autorizzazione Ministero Interni n. 505/2a [Operazione “LETTERA RUBATA” , N.d.V.] è stato trascritto e inserito in rassegna stampa riservata [v. in apposita Tabella in calce l’ Elenco Destinatari] il seguente segmento (minuti 8,00 – 8,12) della trasmissione radiofonica “PRIME PAGINE”, RadioRAITrenta, del 16 luglio 2017. Si riporta di seguito la trascrizione integrale del segmento suindicato.
[omissis]

VOCE REGISTRATA: “Inizia ora il ‘filo diretto’ con gli ascoltatori. Chi vuole porre domande al conduttore Lucio Mastropasqua può telefonare al numero verde 800.555.333.”
ERMANNO [ascoltatore]: “Pronto? Mi sente?”
MASTROPASQUA [conduttore]: “Buongiorno. La sento benissimo.”
 ERMANNO: “Buongiorno a lei. Mi chiamo Ermanno.”
MASTROPASQUA: “Buongiorno Ermanno. Da dove chiama?”
ERMANNO [pausa]: “Preferisco non dirlo.”
MASTROPASQUA: “Ma…scusi, perché? Lei sa che è un uso della trasmissione…”
ERMANNO: “Sì, lo so.”
MASTROPASQUA: “E allora?”
ERMANNO: “Scusi, ma preferisco non dirlo.”
MASTROPASQUA [breve pausa]: “E allora mi dispiace, ma devo passare alla prossima telefonata.”
ERMANNO: “No, aspetti! [voci agitate in sottofondo] Va bene, glielo dico.”
MASTROPASQUA: “Allora?”
ERMANNO: “Chiamo da Roma.”
MASTROPASQUA [trattiene il riso]: “Era così difficile? Bene, Ermanno, passi pure alla domanda.”
ERMANNO: “Ecco la domanda. [In sottofondo, rumore di un foglio di carta che viene spiegato e lisciato. Legge:] ‘I residenti di questo…[a parte, rivolgendosi a PERSONA/PERSONE IGNOTE] Nun se po’ di’ questo, dài!”
MASTROPASQUA: “Come? Cos’è che non si può dire?”
ERMANNO: “No, no, niente, non dicevo a lei. [Legge] ‘I residenti di questo…diciamo… quartiere, protestano formalmente contro l’invasione di migranti che minaccia di scacciarli dalle abitazioni che occupano legalmente da tempo immemorabile, in alcuni casi persino da secoli, e che…
MASTROPASQUA: “Ermanno, questa non è una domanda, è una petizione. Mi dica almeno di che quartiere di tratta.”
ERMANNO [pausa. Sottovoce]: “Il Verano.”
MASTROPASQUA: “Come?”
ERMANNO: “Il Verano, il Verano.”
MASTROPASQUA: “Il cimitero?!”
ERMANNO: “E sì, va bene? Il cimitero! Il cimitero del Verano!”
MASTROPASQUA: “Ma lei cos’è, il guardia…”
ERMANNO: “…guardiano un par de coccole! So’ un morto, vabbene? Faccio outing, vabbene? So’ morto, semo morti, semo pure tanti e un giorno devi da mori’ pure te! E nun stacca’ la linea che tte vengo a tira’ per li piedi!
[pausa]
Dico, dotto’: se rende conto der mazzo che ce semo fatti pe’ trova’ ‘sto telefono? Realizza, dotto’? E a fasse senti’ da li vivi? Pronto? Pronto? Stai sempre lì?”
MASTROPASQUA [pausa] “Senta, se è uno scherzo è…”
ERMANNO: “…uno scherzo?! Ma vammori’ ammazzato! Ciavete lasciato co’ ‘na scarpa e ‘na ciavatta co’ ‘sta storia de li migranti! O’ iussoli, bono quello! Aho’, morono pure quelli, sa’? Pure li migranti devono da mori’! e ‘ndo li mettete, bbelli de papà? Eh? Eh? Ce sfrattate a noi, ‘li esumiamo’, dicheno li cassamortari al cimitero! ‘Tanto so’ morti, che je frega a quelli…’ ”
MASTROPASQUA: “Guardi, Ermanno, grazie della sua testimonianza ma bisogna lasciare spazio anche agli altri ascoltatori…”
ERMANNO: “Me cojoni?! Nun t’azzarda’, mortacci tua! [pausa] Pe’ na volta che parlamo pure noi ce lassate parlà! [pausa] Du’ minuti e amo fatto. Mica so’ caciaroni, i morti. Ahèm. Inzomma, voi ce dite, ‘Cari morti, ciabbiamo l’emergenza umanitaria, voi è tanto che state lì, ve cambiamo casa, chevvefrega a voi, che differenza c’è? Il panorama? Sempre sotto tera annate a sta’. Dai belli, apparecchiate er sedere pe’ due che portamo un po’d’amici.’ E invece no, cari mia! Invece a noi ce frega! Ce semo affezzionati, alle tombe nostre. Dice, ‘Contento te’..Essì! semo contenti così! Ce piace la tomba nostra! Quella che ai topi je damo der tu, che conoscemo l’erbetta filo a filo! Ce piove dentro? Tanto mica ce viene er raffreddore. Ce so’ li vermi? Vabbè, ma so’ li vermi nostri, dotto’, carne de la nostra carne... Dotto’, me sente?
MASTROPASQUA [dialogo concitato in sottofondo, parole incomprensibili]: Eh? Sì, sì…
ERMANNO: “Dotto’, io li capisco a ‘sti migranti, poveracci. Crede che ero er fijo de l’oca bianca? Da vivo ero pieno de buffi, dotto’! Da morto nun ciavevo tarmente ‘na lira che a momenti me sotterano co’ la capoccia de fori perche’ nun ciavevo li sordi pe’ la foto! Però ce sta un limite a tutto, o no? La casa, dotto’! Ciavemo solo quella! ‘Sti qua, cianno diritto pure loro de mori’, come no! Basta che li mannate a sta’ 'na liana dopo Tarzan che a noi ce vabbene… Sinò… sinò, dotto’: sinò qua famo ‘na camboggia! Ve scoperchiamo tutte le tombe d’Italia, ce sta pure ne la canzone de Garibbaldi, [canta, molto stonato, l’Inno di Garibaldi]: ‘Si scopron le tombe, si levano i morti, I martiri nostri son tutti risorti …Va' fuori d'Italia! va' fuori ch'è l'ora! Va' fuori d'Italia! va' fuori, stranier!
[VOCE REGISTRATA]: “Ci scusiamo con gli ascoltatori. Per un problema tecnico la trasmissione è sospesa. Andrà ora in onda ‘Europa multiculturale’, una trasmissione a cura di Antonia Pezzopane e Smeralda Singer. Conduce in studio Enrichetta Dal Ciuffo.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...