sabato 22 aprile 2017

Elezioni presidenziali francesi 2017
Vinceranno i politicamente depressi?



Il primo  turno delle presidenziali francesi  celebrerà la vittoria dei candidati rosso-bruni Le Pen e Mélenchon?  O  si giungerà a  un ballottaggio tra l’eroina dell’ultradestra  e il “globalista”  Macron? O con  il post-gollista (molto post)  Fillon.  Vedremo. I giochi sono aperti. L’incertezza domina.  Il rischio però è  che vincano i politicamente depressi.  Depressione? Si depressione. Per scoprire il perché del termine,  chiediamo al lettore un pizzico di pazienza, insomma,  di arrivare fino  alla chiusa ( o quasi)  dell’ articolo.
Si parte.  Quel che  appare  stupido è l'idea di  chiusura delle frontiere, evocata in particolare da madame Le Pen e  monsieur  Fillon. Ma che  non dispiacerebbe neppure al camarade Mélenchon. Intanto,  è bene che i simpatizzanti italiani del Front National, sappiano che in caso di chiusura  ermetica,  quel che è accaduto negli ultimi  mesi ai confini con la Francia,   rischia di trasformarsi nel nostro pane quotidiano, con campi  abusivi,  cortei umanitari, giudici di sinistra che emettono fatwe,  polizia schierata e così via.  
La chiusura delle frontiere, quale  “sommo atto”  da compiere “in nome di sua maestà la sovranità nazionale”,  implica serie controindicazioni.  Ad esempio:  se a nostra volta  si decidesse di   chiudere -  sono reazioni più che possibili -  ci troveremmo  però  con il Mediterraneo davanti,  aperto a distesa,  perché nessun politico, da Gentiloni e Renzi  a Salvini e Grillo, se la sentirebbe di inviare truppe il Libia per stabilizzare (come si dice, ipocritamente).  Sicché, per farla breve:  flusso inarrestabile verso l'Italia di  immigranti,  migranti, profughi, clandestini, eccetera (tanto il nome non muta la sostanza della cosa...), come prima più di prima,  che dovremo smaltire in loco, come prima più di prima. 
Certo, potremmo sempre respingere i barconi, lasciarli affondare, eccetera. Dopo le dimenticate nefandezze hitleriane,  nulla è più impossibile in  Europa.   Soprattutto se andasse al potere, anche in Italia,  un governo di estrema destra, populista o “sovranista”, gemello politico del Front National. Parliamo di  vigliacchi pronti a infierire  sui naufraghi ma non a fare la guerra  in Libia e su quei fronti, dove combattere può essere politicamente  utile per la difesa dell’Europa.  Nonché, cosa non secondaria, per ridurre, ab origine, i flussi in entrata e così  favorire quei processi di socializzazione-secolarizzazione, ai quali accennavamo  ieri (*).
Il mito delle frontiere chiuse, del  “padroni in casa nostra”,  è impolitico quando  usato per accanirsi  sui deboli e prostrarsi ai piedi dei forti. Quindi contro un finto nemico. Con questo, non vogliamo assolutamente difendere la causa del nazionalismo duro e puro, storicamente parlando di un Mussolini ad esempio, con l’evocazione, a nostra volta, di  un  romantico principio di  coerenza distruttiva. Ci mancherebbe altro. 
Desideriamo invece soltanto  sottolineare il rischio di  un nazionalismo sfibrato, stupido, vigliacco,  da depressi collettivi, ecco il punto. Che potrebbe vincere in Francia,  poi da noi.  Un nazionalismo, oggi ribattezzato sovranismo,  che  crede  basti  chiudersi in casa e non vedere nessuno per stare meglio.  In realtà, nel depresso, l’isolamento è la prima causa di suicidio. In politica, di autodistruzione.   


Carlo Gambescia  

venerdì 21 aprile 2017

Micro-terrorismo agli Champs-Élysées
 Two è sempre meglio  che  three



“Non finisce mai”.  Ecco la reazione  di  Trump,  in compagnia di Gentiloni,  all'arrivo di  cattive nuove  da Parigi (*).  Purtroppo, il rischio c’è.  Ed è quello del micro-terrorismo, difficile da controllare ed evitare: piccoli nuclei, armati sommariamente,  lupi solitari alla guida di grossi autoveicoli, individui che brandiscono  coltellacci.  Ieri sera, sembra che agli Champs-Élysées i terroristi fossero due. 
L’Italia finora, a differenza della Francia e di altri paesi,  non ha ancora subito attacchi  micro o macro.  Il che però non significa che sia fuori pericolo.  Purtroppo, sembra,  che a prescindere dalla distruzione politica e militare dell' Isis,  si vada delineando  anche in Europa, lo scenario israeliano dello stato d’assedio permanente ( o quasi). Detto altrimenti:  del vivere, fin nel quotidiano, il più minuto,  la devastante esperienza dell’ improvviso  micro-attacco terroristico.
Esiste  una soluzione?  Sociologicamente  - non è un gran scoperta -  la paura porta paura e ispira le politiche dell’angoscia, ossia quel pretendere di  combattere con mezzi  limitati, soprattutto in una società libera,  qualcosa che cresce in misura illimitata come la paura diffusa, esito  di una crescente  angoscia collettiva, forzosamente basata sullo stereotipo del nemico occulto, pronto a essere trasformato  in capro espiatorio collettivo.  E non c’è nulla di peggio di una politica che si proponga di  assecondare, come nel caso dei movimenti populisti e xenofobi,  le paure collettive.  
Come è altrettanto pericoloso, sul piano politico, far finta di nulla e ridurre il micro e il macro terrorismo a questione psichiatrica e criminale, a puro problema di ordine pubblico, atteggiamento  che in qualche misura, rappresenta la versione  fisiologica, normalizzata, a sinistra,  della politica della paura, patologica, praticata, a destra, dai movimenti populisti.
Come si può capire si tratta di un problema di non facile soluzione,  perché sono in conflitto, sotto l’aspetto organizzativo, due logiche: a) quella della repressione, che nelle società liberali, incontra limiti, che però  a breve può funzionare, accettando di vivere,  come dire “all’israeliana", in attesa che la tormenta prima o poi passi da sola (cosa molto difficile); b) quella della secolarizzazione, nel senso di un laicizzazione culturale, che però presuppone un’integrazione economica e sociale riuscita, dell’Islam europeo: un  processo di socializzazione dai tempi più lunghi, e che  può anche non funzionare.  
Questa discrasia tra tempi repressivi (brevi) e tempi secolarizzanti (lunghi), rischia di complicarsi ancora di più  nell’ assenza di un freno ai processi migratori, la cui temporalità è più che breve, diremmo brevissima, verso l’Europa: politiche dell'accoglienza indiscriminata, da alcune parti politiche addirittura incoraggiate, senza alcuna considerazione, tra l’altro, delle inevitabili  e pericolose reazioni xenofobe, sul piano collettivo. Ci spieghiamo meglio: il  tentativo  di far coincidere temporalmente tre variabili  dai tempi differenti - della repressione (brevi), della secolarizzazione (lunghi) e dell’ accoglienza (brevissimi) -   rischia di provocare un corto circuito politico e sociale dalle proporzioni gigantesche e favorire l'ascesa  vittoriosa  dei movimenti populisti e xenofobi.       
Occorre perciò fare un scelta. E qui torniamo a Trump, alla sua  impazienza,  e soprattutto all’ingenuo (?) tentativo di Gentiloni di “scaricare” sugli Stati Uniti la questione libica,  respinto dal presidente americano (come del resto in precedenza da Obama). La questione  libica imporrebbe invece - la scelta cui abbiamo accennato - un impegno militare italiano ed europeo per riportare l’ordine e monitorare, sulla base delle tempistiche ricordate,  i flussi migratori verso l’ Italia e l’Europa.  E quindi, isolare la variabile dei tempi brevissimi (dell’accoglienza).  
Ovviamente rimarrebbe il coordinamento  delle due variabili dei tempi brevi (della repressione) e dei tempi lunghi (della secolarizzazione). Impresa non facile,  ma sicuramente più gestibile (più secolarizzazione meno repressione)  se non sottoposta  (soprattutto il fattore  secolarizzazione) a una crescente pressione immigratoria.  
In fondo, se ci si perdona la caduta di stile,  two è sempre meglio che three...  
Carlo Gambescia

                                                     

giovedì 20 aprile 2017

In libreria la prima edizione critica italiana del Mein Kampf
Basterà leggerlo?

Non cambieranno mai.  Oppure sì.  Chissà… Il “Secolo d’Italia”,   rilanciando l’uscita dell’edizione critica italiana del Mein Kampf, curata da Vincenzo Pinto  (Free Ebrei, Torino 2017, pp. 640, premessa di Richard Overy,  traduzione di Alessandra Cambatzu e Vincenzo Pinto, euro 29.99), sottolineava  che  “non è un libro stupido, va letto con attenzione”. E di seguito, che l’Occidente, “è ora che faccia i conti seriamente con il suo autore senza liquidarlo, come un maniaco, un pazzo un errore della storia” (*). Cosa pensare?  Se son rose fioriranno. All’estrema destra.  Sovranismo di ritorno, a parte. E pure populismo, spesso nazistoide.  
Per ora, l’eccellente lavoro di Pinto, fa ordine tra le numerose edizioni pirata o quasi (a parte quella di Kaos, curata dottamente da Giorgio Galli, ma incompleta), che l’editoria della destra neofascista, ripubblicando ogni volta pari pari l’edizione, mal tradotta,  di Bompiani degli anni Trenta (Cantimori docet), dava in pasto a energumeni, nemmeno più tanto giovani, che si fermavano alla copertina,  generalmente in caratteri gotici. 
Dietro l’edizione di Pinto, che ha una sua indipendenza e dignità metodologica, soprattutto sul piano della traduzione, fedelissima al testo originale, ad esempio programmatiker è tradotto con programmatore e non teorico, come nell'edizione Bompiani)  c’è l’enorme lavoro  dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco, che ha curato la ricchissima edizione critica tedesca (2016).  Ma lasciamo la parola a Pinto, che di professione è docente e storico delle idee, in particolare  dell’area mitteleuropea:

“La  nostra edizione critica non poteva non partire dall’imponente lavoro condotto dall’Istituto di storia contemporanea di Monaco. Non si tratta  chiariamolo subito -  della traduzione italiana (operazione quantitativamente incongrua e non autorizzata). La nostra edizione ha rielaborato alcune note e ha rimandato a quelle più importanti presenti nella Kritische Ausgabe (per chi conosca il tedesco e voglia approfondire alcuni aspetti). La  ritraduzione integrale del Mein Kampf, basata sulla  prima edizione (1925-1926), è presentata da una sinossi contenente la genesi, il contenuto e l’analisi  di ogni singolo capitolo, l’individuazione delle parole-chiave e una bibliografia aggiornata coi principali titoli sulle origini del razzismo (in lingua italiana, se possibile). Abbiamo anche arricchito il teso  con alcune immagini d’epoca, tratte da alcune importanti pubblicazioni  (…). Al termine di ogni capitolo abbiamo poi aggiunto un approfondimento didattico, costituito da due sezioni: analisi retorica e analisi storico-culturale. Si tratta di alcuni  spunti forniti al lettore o al docente che vogliano cimentarsi  nell’approfondire la struttura del testo e il contesto  storico-culturale in cui è emerso” (p. VIII). 

Sul piano interpretativo, in particolare sulla questione dell’antisemitismo,  Pinto, sembra particolarmente apprezzare ( e valorizzare),  l’approccio “dell’arma politica utilizzata per ragioni pragmatiche  nel primo dopoguerra”.  Ma lasciamo di nuovo la parola al curatore:

“La tesi di Hitler come ‘Alfiere’ del paradigma indiziario, formulata di recente nel bel saggio di Ben Novak, fu già da noi affrontata alcuni anni fa nel  nostro lavoro  di storia delle idee, quando occupandoci di Julius Langbehn (precursore del Terzo Impero), avevamo sostenuto l’uso politico del paradigma indiziario nei movimenti totalitari del Novecento. In parole povere, Hitler e altri politici populisti non vanno compresi attraverso la logica deduttiva o induttiva, semmai abduttiva, nel senso fornito da Peirce, elaborato storiograficamente da Carlo Ginzburg e semioticamente da  Umberto Eco. Di fatti, l’antisemitismo di Hitler non è un semplice assioma del nazionalsocialismo, né il prodotto dell’osservazione (più o meno distorta) di singoli episodi della vita reale. È invece la deduzione ‘a ritroso’ del medico-detective che analizza i ‘presagi’: i sintomi della decadenza fisica e morale lo portano a ‘scoprire’ una ‘ malattia’ più profonda che va ‘giustificata’ sul campo. Qui sta la grande forza del mito nazionalsocialista nella democrazia di massa, ma anche la sua intrinseca debolezza: è l’espressione di un sentimento atavico (il bisogno di un capro espiatorio) che può essere risvegliato, ma che può essere messo a tacere dalle armi dei semplici fatti” (p. X).  

Si tratta di un approccio  molto ben sviluppato da Pinto nella densa analisi dei singoli capitoli del Mein Kampf (27 per l’esattezza, in un’opera, come noto,  divisa in due parti o libri: I. Resa dei Conti; II.Il movimento nazionalsocialista). Un approccio, dicevamo, che in qualche misura va oltre, senza per questo  ignorarle,  le due  tesi, talvolta presentate come opposte ma in fondo complementari. Quali tesi?   1) Di un Hitler fin troppo consapevole del suo destino da Angelo Sterminatore;  2) Di un Hitler generato funzionalmente dalla società tedesca.  Pinto ragiona, e bene,  da storico delle idee che sa apprezzare (e usare) gli strumenti storiografici ma anche quelli dell' antropologia, della retorica, della  sociolinguistica. 


Il punto tuttavia è che (e il curatore  ne è consapevole):  gli uomini, paretianamente  parlando, al  capire sembrano preferire il credere. Tradotto: alla ragione, il mito.  Insomma, leggere il Mein Kampf potrebbe non bastare (si pensi solo al capitolo sul federalismo tedesco "come maschera", combattuto da Hitler: sembra di sentire Salvini e Grillo). Insomma,  bisogna capire.  Di più: essere disposti a comprendere. 
Certo, i bambini a scuola sono più duttili, i liceali meno, gli studenti  universitari sono o troppo concreti o vivono fra le nuvole.  Quanto agli uomini fatti, resterà sempre  difficile  far loro cambiare idea, peggio ancora quando "certe" idee sono frutto di atavismi.  Pertanto, basterà  spiegare a quelli del “Secolo d’Italia” chi era  Peirce?   Chi scrive, un tempo provò. Ma senza ottenere alcun risultato. Tuttavia, come dicevano i nonni,  "tentar non nuoce".  Quindi,  un bel  bravo al professor  Pinto, che tra l'altro annuncia  l'uscita di un volume II,  a più mani, dedicato all' approfondimento critico del  Mein Kampf.   Che dire?  Avanti tutta! 

Carlo Gambescia          
   

mercoledì 19 aprile 2017

Totò e Boncompagni
Gli  anti-italiani



Mentre l’Italia mediatica, soprattutto televisiva, era in piena celebrazione dei cinquant’anni dalla morte di Totò,  si spegneva anche  Gianni Boncompagni… 
Potrebbe essere  l’incipit di un racconto, ambientato nell’ Italia,  inizio XXI secolo, dove spuntano i soliti italiani imbronciati  che nulla sanno di Totò e Boncompagni.   Oppure, se  ricordano qualcosa, scorgono in Totò  la ridicola marionetta che al massimo  fa ridere nonni rimbambiti. E in Boncompagni -  subito con l'indice puntato -  “quello delle ragazzine con le cosce al vento".    
In qualche misura, Totò e Boncompagni  sono una metafora  dell’ingratitudine e del dolce far niente all’ italiana.  O  meglio, ne sono  la nemesi:   sono due anti-italiani.  E contro quale Italia?   Quella di coloro che girarono le spalle al  mondo liberale e riformista, per gettarsi nelle braccia del fascismo. Quella di coloro che stanchi delle parate, ma non del posto fisso al Ministero delle Corporazioni, presero a calci il corpo di Mussolini. Quella di coloro che accusarono De Gasperi, il genio politico che ricostruì l’Italia libera, di aver fatto bombardare Roma. Quella di coloro  che tirarono le monetine a Craxi, dopo essere passati dalla cassa.  Quella di coloro, da ultimi, che hanno appeso Berlusconi al palo giudiziario. E Renzi a quello del referendum.  E che oggi sbavano per Grillo perché promette il reddito di cittadinanza.    
Un'Italia indolente, piagnona, ignorante, invidiosa dell'altrui  successo. Che vuole essere qualunque cosa, ma sempre con il culo dell'altro (pardon). Ecco l’Italia che riduce  Totò a clown goloso di pastasciutta  e  Boncompagni a pedofilo di complemento.  La famigerata “geeente” delle piazze piagnone,  che nulla sa, e vuole sapere, di storia.  E che soprattutto attende, con le mani in mano, la biblica manna (statale) dal cielo. I cultori del posto sicuro e del "se conosci qualcuno...". Quelli che sognano corporazioni e protezionismo,  ma senza guerre e fascismo. 
Se si studiano le biografie di Totò e Boncompagni, oltre al  grande  talento personale,  si scopre  quell’attitudine  al rischio  che spinse Totò  a passare dalla rivista al cinema e,  in tarda età, quasi  cieco,  a   girare con Pasolini.   E  Boncompagni osare,  insieme al sulfureo Arbore, nell'Italia pedagogica catto-socialista,  la via della radicale innovazione con "Alto Gradimento", programma padre e madre  di tutte le radio libere. Altro che il piagnone Ligabue... 
Pertanto è giusto celebrarli, come due grandi uomini di spettacolo, liberi, talentuosi e  amanti del rischio. E non del reddito di cittadinanza. Due anti-italiani, insomma.

Carlo Gambescia             


martedì 18 aprile 2017

La riflessione
Da San Francesco a Papa Bergoglio (passando per Gianroberto Casaleggio)

di Fabrizio Borni



In questi giorni di  finta pace , perché  segnati dai  venti di guerra,  ho notato, leggendo alcuni libri, delle coincidenze interessanti,  dalle quali ho preso spunto per buttare giù alcune riflessioni personali, senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento.
Quando Bergoglio si affacciò al balcone qualcosa mi disse che questo papa avrebbe scelto il nome Francesco. Per quale ragione? Perché qualcosa si stava trasformando a livello sociale italiano prima che planetario. Certo,  il papa è una figura universale. Bergoglio non sostituisce un papa morto, ma un papa vivo che non era più adatto a “richiamare fedeli”. Ratzinger, ora “Papa Emerito”,  uomo di grande cultura e fin troppo conservatore (ricordiamoci l'idea di celebrare messa in latino) era più un aristocratico della Chiesa che un pastore del gregge cristiano.
Di conseguenza,  le menti illuminate del potere vaticano ne presero atto e con devota spiritualità lo fecero abdicare.  E così  l'asticella del gradimento di colpo risalì.  Bergoglio, non più Papa o Santo Padre, ma semplicemente Francesco, come il più amato dei santi, quello che si spoglia delle sue ricchezze e ne gioisce, colui che parla con tutti tanto da farsi capire anche dagli animali, dal sole e dalla luna. Colui che sa amare. E il nuovo papa lo incarna perfettamente (o quasi), un papa moderno, che twitta e tifa calcio... Un papa disposto a dare un pugno in faccia a chiunque si permetta  di  parlare male della madre…
Ma c’è un  altro “attore”, laico e collettivo,  che si  richiama al francescanesimo:   il 5stelle.  Nato il 4 ottobre 2009 (il 4 ottobre è il compleanno del poverello d'Assisi) per ispirazione più che devozione. Nell'animo del 5stelle c'è la pace. Non vi è alcun dubbio. Una rivoluzione non violenta che sveglia i cuori delle persone e le loro menti. La rete, secondo Gianroberto Casaleggio, è francescana e anticapitalista. La rete è democrazia. Così come Francesco si oppose alla ricchezza, al materialismo, e al volto cupo che era  più dottrina  che virtù nei monaci di allora. Tra i pregi di Francesco c'era la letizia. La gioia. La non violenza. Secondo un'analisi di Le Goff (storico e tra i più autorevoli studiosi del Medioevo),  quando  Francesco raccomandava ai suoi frati le stesse virtù, non violenza e sorriso sempre, in realtà, stava facendo una vera e propria rivoluzione, che all'epoca, creò non poche preoccupazioni alla Chiesa.
In un video di qualche tempo fa (visibile su internet), Casaleggio parlava del nuovo ordine mondiale e di alcune premonizioni che alla luce dei fatti attuali paiono avere non poche verità e che fanno apparire Casaleggio, dopo la sua morte,   ancora più “santo” che guru. Santo agli occhi e nella testa degli “attivisti” 5stelle: i nuovi  frati francescani che non poco hanno in comune con i fraticelli di Assisi. Alla morte di un papa si grida "Santo"...  a quella di Casaleggio "Onestà". Gli attivisti cinque stelle non sono violenti. I loro volti, come ebbi modo di osservare, sono puliti, semplici, gioiosi... a volte venati di tristezza, ma solo  perché oppressi, incompresi e denigrati, come essi ripetono, dai poteri forti, quelli ricchi, quelli che manipolano e pilotano l'informazione, l'economia, il popolo... 
Sono espressioni teatrali anche se figlie non della scuola della commedia dell'arte ma dell' autoconvincimento estremo di essere sempre nel giusto. "Lei ha studiato dai gesuiti" scriveva  Grillo nella lettera a Mario Monti "ma rimanendo in tema di ordini religiosi dovrebbe rifarsi ai francescani" (1).  “Chi non ci comprende è in malafede, noi lo sappiamo, ma andiamo avanti perché prima o poi le persone capiranno e allora finalmente il mondo cambierà”,  così  mi disse un attivista qualche anno fa e come non dargli ragione a quel tempo. Ma io sono scettico verso tutto ciò che l'uomo professa come verità assoluta, poiché l'uomo la verità spesso non la conosce e la inventa,  ben  sapendo  di inventare.
Uomo di una intelligenza superiore, Casaleggio, sapeva  di comunicazione e marketing e da grande e lungimirante imprenditore che era si dimostrò sognatore in un progetto che nemmeno Berlusconi fu in grado di immaginare così evoluto e dirompente. La rete è cosa per giovani e per chi poi ci si converte sapendola adoperare. La rete è il futuro e il cambiamento, ma ci sono delle contraddizioni tra il verbo Casaleggio e la rete; due contraddizioni che ne limitano la verità assoluta.  Scopriamole insieme.
Secondo 5stelle, concettualmente, la rete, al tempo stesso,  è democrazia e anticapitalismo. Però, fino a che punto la rete è democratica? Inoltre, siamo davvero sicuri che la rete sia anticapitalista?  
Al lettore le riflessioni del caso.  Di fatto, tornando al titolo di questo post, si può notare che nonostante la propensione verso  un  comportamento che si  richiami  ai  valori del santo poverello, sembra prevalere,  secondo il mio pensiero, un tentativo  per convincerci che la povertà , non quella assoluta ovviamente, ma  di rinuncia -  che rinvia alla  famosa teoria della “decrescita felice” -   sia la nuova e  unica  via  di salvezza, anche sul piano dottrinario.
Il che può provocare un sospetto:  il  nuovo ordine mondiale,  vaticinato da  Casaleggio,  non   rischia forse di rinviare  a un disegno educativo  per  “governare” ancora  più rigidamente i popoli?  Gli stessi popoli  che sembrano allontanarsi da una  ricchezza che rischia sempre più di divenire patrimonio di pochissimi eletti? 
E che dire dei venti di guerra? Secondo Casaleggio ancora tre anni e poi ci sarà la terza guerra mondiale con miliardi di morti per poi arrivare ad una rinascita vera pulita, umanamente condivisibile a livello planetario che porterà soltanto vantaggi, ma solo a chi si adeguerà alle nuove condizioni di un rinato modello di politica e governo mondiale al quale dovremmo arrivare nel 2054.
Di certo, le ultime news ci fanno riflettere. Trump di buon mattino potrebbe svegliarsi e lanciare qualche bomba,  su  un politico  in  costume da Hitler,  magari,  per poi scoprire che si trattava soltanto di  una festa  mascherata.  Sicché, il Presidente Usa,  a sua volta,  potrebbe  scusarsi, asserendo,  che le bombe erano  per il bene dell'umanità e che  non poteva assolutamente aspettare conferme sul fatto che si trattasse di un party o di un risveglio neo nazista...  A parte gli scherzi, gli elementi per immaginare una guerra mondiale ci sono tutti, ma sarà solo una guerra di bombe? O come ritiene  Giulietto Chiesa (2),  una guerra figlia di un epoca in cui si svela che la crescita non è più infinita? Insomma,  sarà solo una guerra-guerra o anche una guerra climatica, ambientale, energetica, demografica, alimentare, religiosa, di valori, sessuale eccetera?
In quest'ultimo caso,  sarebbe bene, allora,  che il buon Francesco (Papa) si decidesse a  promuovere il francescanesimo spirituale, mentre i Movimenti, a loro volta, il francescanesimo politico/economico/sociale. Penso ai  Movimenti, perché di certo i partiti  rischiano di soffrire  (e non poco),  perdendo adesioni e credibilità.  E se invece le cose non stessero così?  Casaleggio,  avrà  visto giusto?  Chi lo sa. Vedremo.
Di fatto,  ogni vero imprenditore è un sognatore e per questo, a volte, è  considerato anche un po' folle se non addirittura pazzo. Il che però rappresenta  anche un rischio:  se  la sua follia imprenditoriale divenisse una dottrina stimolatrice di un fanatismo globale? Legge e vangelo da seguire alla lettera?
Probabilmente Casaleggio ha più potere da morto che da vivo, come tanti altri “santi"  ha ispirato un nuovo modello di pensiero che va ben al di là della democrazia della rete o dell'anticapitalismo. Un pensiero che è un tassello importante per la costruzione di questo famoso Nuovo Ordine Mondiale (che a quanto pare,  non è l’ argomento preferito del solo universo complottista):  progetto di cui  tutti parlano da anni, forse troppo, che tuttavia  nessuno scorge  delinearsi all’orizzonte.
Forse,  a mio umile avviso, il cambio di un' epoca, finirà per svolgersi  in tempi talmente rapidi e violenti da sconvolgere tutta l'umanità.  E qui probabilmente  dovremmo  fare  un esame di coscienza sul potere, forse troppo,  che noi tutti, compreso Casaleggio, abbiano conferito alla rete. Non solo: dovremmo anche abituarci alle rinunce,  perché più si  andrà avanti, più i cambiamenti saranno velocissimi e solo le nuove generazioni -  anzi, solo parte di esse -  ne sapranno approfittare o almeno conviverci.
Allora cosa fare? FARE. Ecco cosa bisogna fare: FARE, Ma anche saper fare. Ognuno deve fare qualcosa, nessuno può esimersi. E ognuno deve fare ciò che sa fare al meglio. Non basta criticare, non basta studiare, commentare, accusare e giudicare. Bisogna fare azioni. Non cedere a sconforto o depressioni e imporsi su chi fare non sa. Smascherare millantatori e manipolatori.  
Concludendo,  non è più accettabile stare dietro le finestre e attendere, ognuno ha una propria responsabilità civile e morale. Ognuno deve esserci. Nessuno può più scappare o trovare rifugio sotto le ali dell'indottrinatore di turno alla ricerca della verità assoluta,  perché, come dicevo, il pericolo  è che  l'uomo è in grado di inventarle le verità.  Fino  al punto di crederci in prima persona.

Fabrizio Borni


(1) Alberto Di Majo,  Casaleggio - Il grillo parlante,  Editori Riuniti  2013.
(2) Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe. Perché costruire un’alternativa è ormai indispensabile,  Piemme 2013.


Fabrizio Borni, manager, docente, scrittore,  presidente dell'Anpoe  (Associazione Nazionale Professionale tra Produttori e Organizzatori di Eventi -  http://www.anpoe.it/ ).  Qui le sue recenti pubblicazioni: http://www.lafeltrinelli.it/libri/fabrizio-borni/1052864

lunedì 17 aprile 2017

Referendum in Turchia, vince Erdogan di misura
Dopo di lui,  il diluvio?





Sul referendum turco il massimo della stupidità mediatica  è rappresentato da quei  titoli,  dove con stupore,  si parla di una Turchia  divisa  sul 51 per cento di Sì alla riforma Erdogan. Insomma,  come di un evento inaspettato.
Di regola, i  referendum sono "divisivi" (51 per cento) o plebiscitari (100 per cento dei voti): si chiama democrazia diretta. Molto amata dai dittatori, o aspiranti tali, perché se  perdono, ricorrono alla forza, se vincono, si beano del consenso del  popolo bue.  I referendum sono l'extrema ratio della democrazia.  Spesso la nemesi.  Cautela, quindi.  E soprattutto, ripetiamo, non è il caso di stupirsi.
In effetti, il "presidenzialismo", approvato ieri, conferisce a Erdogan ( nonché a chi gli succederà, attenzione)  poteri quasi assoluti.  Però il vero problema -  la costante della politica turca  sfuggita a molti osservatori occidentali -  è costituito dal totale ridimensionamento del ruolo dei militari. Un processo concretizzatosi in particolare nel referendum del 2010 (dove, per la cronaca,  i Sì furono  il 58 per cento): voto che ridusse, fino a renderli puramente formali, i poteri del Consiglio di Sicurezza Nazionale.  Un' istituzione, concepita  da Mustafa Kemal ( per tutti Atatürk, ossia  "Padre dei Turchi"), attraverso la quale i militari, quando necessario,  potevano intervenire in difesa  della laicità dello stato: il lascito politico di Atatürk, vero rivoluzionario, certamente nazionalista (quindi con dei limiti, eccetera), ma  grande modernizzatore della società turca.   
Pertanto, la vera svolta risale al 2010. E con il voto di ieri Erdogan  rimane l’unico uomo al comando. Dopo di lui?  Ecco il punto.  Il diluvio?  Islamista?

Carlo Gambescia