sabato 3 dicembre 2016

Il referendum del 4 dicembre  e il centro-destra (dei Tafazzi) che vota No
I fascio-comunisti 
con pensione Rai





L’immagine  più facile è quella di Tafazzi, ritratto del   masochismo. Ma forse la definizione  vale più per Berlusconi e Forza Italia, dalle ascendenze liberali, sempre però tradite.  E non per personaggi come Salvini e Meloni, coerenti con un’ideologia fascistoide e arruffapopoli, che oggi forse fin troppo nobilmente  viene denominata populismo.  E da qualche settimana, come al gioco delle tre carte,  trumpismo. Senza sapere un cazzo  (pardon) di Trump, imprenditore duro e puro, e dell’America che lo ha votato, contraria a qualsiasi forma di assistenzialismo all’italiana. E con buona pace della famiglia politica Le Pen, sempre  ammirata  dalla destra neofascista italiana (ora però indecisa fra Trump, Putin e la nuova "Giovanna D'Arco", Marion...). 
Il masochismo è nell’inseguire Grillo e il suo popolo di esaltati in una specie di  gara a chi sia capace di insultare  Renzi, usando l’epiteto più feroce.  E  chi può avvantaggiarsi dell’insultomania del trio Berlusconi-Salvini-Meloni?   Grillo, of course. Perché il centro-destra  la credibilità (globale) l’ha perduta da un pezzo con le pessime prove di governo. Ci spieghiamo meglio:  l’elettore  che vota Grillo, e che, soprattutto potenzialmente,  potrebbe votarlo,  il vittimista arrabbiato che vuole pensioni alte e tasse basse,  considera  un capitolo chiuso  l’esperienza del centro-destra,  giudicata come fallimentare o comunque fin troppo morbida. L'individualista protetto, che socializza le perdite e  individualizza i profitti,  preferisce votare Grillo, perché è l'ennesimo Masaniello, ma nuovo di zecca. E poi c'è l'Eldorado grillino: il Reddito di Cittadinanza...  Non sia mai.
Pertanto, quanto più il centro-destra si unisce al coro sguaiato  dei grillini,  tanto più rischia percentuali da prefisso telefonico.  E soprattutto, di  perfezionarsi  nell' arte poco nobile  dell'utile idiota:  quella di spalancare le porte del potere ai pentastellati,  come avvenuto alle comunali romane. 
Attenzione,  il che non significa (e non significava) appiattirsi  sul Governo Renzi, come Alfano & Co., bensì esercitare un' opposizione responsabile, oggi,  e lavorare, domani, quindi in prospettiva, a un’alternativa di tipo liberale, e non fascistoide.   E nel caso di specie,  se ci si perdona lo stile avvocatesco, il senso di   responsabilità, imponeva di invitare i propri elettori a votare Sì, e  non l'evocazione  - pensiamo a Berlusconi -  del    “tentativo autoritario”. Uno sproposito. Detto poi dal principale artefice di una  riforma costituzionale,  quella del 2006, a sfondo presidenzialista.    
Il Trio Lescano, con  il Cavaliere gonfio di cortisone al centro,  quanto a linguaggio, contenuti e strategia politica,  dovrebbe imparare molto  - proprio  tornare a scuola -  dall’esperienza del centro-destra spagnolo della Transizione e degli anni Ottanta-Novanta del Novecento,  fondativa  del futuro Partido Popular: partito moderato che fece chiare scelte liberali, mai populiste (o peggio ancora fascistoidi), proprio negli anni non facili della lunga egemonia del partito socialista, capeggiato all’epoca dall'altrettanto brillante Felipe González.  Il PP  lavorò durò,  in silenzio,  e nel 1996, con Aznar, vinse le elezioni e cambiò la Spagna, in senso liberale.  Oggi Rajoy vive ancora di quell’eredità.
E in Italia?  Certa destra, imbevuta di un romanticismo politico, che sta al fascismo come uno spot di Dolce & Gabbana sta alla Sicilia del dopoguerra, continua a giocare al fascio-comunismo,  magari sperando di tornare al potere con la famigerata terza ondata (“Questa volta non faremo prigionieri!”). Naturalmente,  si argomenta di rivoluzione, sorvolando su  pensioni della Rai, vitalizi parlamentari e quant’altro, acquisiti per meriti impropri quando il post-odiato Gianfanco Fini era il "Delfino" del padrone della ditta, e non un Badoglio qualsiasi.  Prebende, ovviamente,  oggi ambite, da quelli che allora  non ce la fecero a salire sul treno berlusconiano e che sperano di rifarsi.  Per contro, parliamo di denari - e quindi di coloro che invece ce l'hanno fatta - oggi accreditati mensilmente sul conto corrente  di  una vituperatissima banca. Così con  nonchalance:  nuova mistica post-fascista del portafogli oltre l'ostacolo.  Denari,  che,  se si tornasse alla Lira, come auspicano sulla scia di Grillo,  gli orfani "sovranisti" della rivoluzione fascio-leghista,  si tramuterebbero in cartastraccia.
Diciamo che Tafazzi se la passa benino.  Per ora.

Carlo Gambescia

                    

martedì 29 novembre 2016

Gli ultimi dati Istat sul calo demografico italiano
Calice mezzo pieno o mezzo vuoto? 


Finalmente una buona notizia. O quasi.  Insomma, "depende".  L’Istat  riferisce  che
 «Per il secondo anno consecutivo scende il numero di nati da coppie residenti in Italia con almeno un genitore straniero: sono quasi 101 mila nel 2015, pari al 20,7% del totale dei nati a livello medio nazionale (circa il 29% nel Nord e l'8% nel Mezzogiorno). Lo riferisce l'Istat, aggiungendo che continua anche il calo dei nati da genitori entrambi stranieri: nel 2015 scendono a 72.096 (quasi 3 mila in meno rispetto al 2014). In leggera flessione anche la loro quota sul totale delle nascite (pari al 14,8%).»

 Altra informazione interessante,  sempre da fonte Istat, concerne  i nomi  dei bambini nati da famiglie straniere, residenti in Italia,

« Al top dei nomi scelti c'è per i bambini Adam, Youssef, Rayan, ma anche Matteo, Alessandro e Davide. Per le bambine il primato spetta a Sara. "La tendenza a scegliere per i propri figli un nome diffuso nel Paese ospitante piuttosto che uno tradizionale - spiega l'Istat - è spiccata per la comunità cinese" mentre "un comportamento opposto si registra per i genitori del Marocco, che raramente scelgono per i loro figli nomi non legati alle tradizioni del loro paese d'origine.»


Che dire? Fermo restando il dato sul trend negativo circa le nascite da coppie italiane, (perché anche questo riferisce l’Istat),  se si associa il calo di natalità al cambiamento dello stile di vita (e qui resta interessante anche  la scelta di nomi italiani), significa che la secolarizzazione dei costumi, come dire, funziona.   Certo, sull’altro piatto della bilancia, rimane la crescente denatalizzazione  che non riguarda solo l’Italia ma l’intera Europa.  Però quel che non viene mai ricordato,  è che il trend negativo nel breve periodo ha rappresentato  un elemento di coesione sociale e di loyalty (lealtà) sistemica, per dirla con Hirschman.  Ci spieghiamo meglio.
Il combinato disposto, in particolare degli ultimi anni,  tra  crescita della natalità e decrescita del Pil avrebbe provocato due fenomeni che l’Italia in passato ha ben conosciuto: 1) di  exit (defezione), nel senso dell' emigrazione di massa (non parliamo della cosiddetta  fuga dei cervelli, che è altra cosa: qui parliamo di milioni di persone); 2) di voice (protesta), ossia di disordini sociali e conseguenti rischi di radicalizzazione politica, favoriti anche 3) da crescenti livelli di disoccupazione intellettuale. 
Soprattutto quest’ultimo aspetto,  tipico delle società mobili, rimane un pericoloso  fattore di destabilizzazione istituzionale. Dal momento che  il mix tra alti tassi di natalità, ridotte possibilità di lavoro in patria, e conseguente impossibilità di ascesa professionale all’interno di una società,  dove a differenza  del mondo pre-moderno,  i rapporti  sociali sono fluidi, può risultare esplosivo sotto l’aspetto politico.  Le rivoluzioni  - come nella Francia  pre-1789  e nella Russia pre-1917, per fare due esempi facili -   avvengono nelle società in sviluppo (in tutti i sensi), dove ricchezza e promozione sociale sembrano essere a portata di mano. Per contro, dove esistono  rapporti sociali ed economici gerarchici e autarchici, come nelle società immobili, realmente "castali" (altro che le chiacchiere del "Fatto Quotidiano"), possono avvenire  rivolte, anche di palazzo, ma non rivoluzioni nel senso delle società mobili. E comunque sia - si pensi ad esempio al ruolo, economicamente,  “progressista”  del ceto dei Cavalieri nell’antica Roma  - dietro la “rivoluzione” c’è una società che preme, che si  sta “mobilizzando”,  una società  in trasformazione, insomma.
Certo, nel lungo periodo il calo demografico ( e non solo) può costituire un fattore di “decadenza oggettiva”, per dirla con Chaunu: rischia di sparire la materia sociale “prima”, la popolazione.  E questo  potrebbe costituire  un problema. Innegabile. Per ora tuttavia,  il basso tasso di natalità,  per pensarla nei termini del calice mezzo pieno,   evita: 1) sommovimenti e  rotture interne,  politicamente traumatiche, nonché,  se  condiviso,  come pare,  dai  residenti  stranieri, in quanto  modello demografico (connesso allo stile di vita), 2) fa ben sperare sull’integrazione socioculturale di questi ultimi.  
In fondo, l’Unione Sovietica, l’Islam del XX secolo, per usare la famosa espressione di Jules Monnerot,  non   è stata sconfitta schierando i nostri  frigoriferi?
Certo, ripetiamo, rimane il problema della “decadenza oggettiva”, o comunque  di una possibile società degli anziani,  dai costi sociali elevati (soprattutto con il welfare universalistico). Però come diceva un nostro caro amico, una pena al giorno  può bastare.     


Carlo Gambescia 

lunedì 28 novembre 2016

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2016, lunedì 28 novembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stata registrata, in data 27/11/2016, ore 11.32, una conversazione intercorsa S.E. FINZI MATTIA, Presidente del Consiglio dei Ministri, e BERNASCONI SILVANO, ex Presidente del Consiglio. La conversazione si è svolta all’esterno di capanno sito sull’isola di Montecristo (Mar Tirreno), ed è stata registrata a mezzo microfono direzionale posizionato sul peschereccio “Bella Gina”, opportunamente attrezzato. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


BERNASCONI SILVANO: “Allora che ne dici della mia proposta?”
S.E. FINZI MATTIA: “Bella è bella. Difficile però, molto difficile.”
BERNASCONI SILVANO: “Hai paura?”
S.E. FINZI MATTIA [pausa] “Sì, ho paura.”
BERNASCONI SILVANO: “Bene, vuol dire che sei cresciuto.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ti rendi conto che se va male ci linciano, passiamo alla storia come due traditori?”
BERNASCONI SILVANO: “Come due poveri coglioni, che è peggio.”
S.E. FINZI MATTIA: “Allora, ricapitoliamo.”
BERNASCONI SILVANO: “Dai.”
S.E. FINZI MATTIA: “Domenica vince il NO.”
BERNASCONI SILVANO: “Saltini chiede le elezioni anticipate, si candida a leader del centrodestra, mi invita a  fare un passo indietro, punta a farmi fuori.”
S.E. FINZI MATTIA: “D’Altema chiede un chiarimento nel partito, forse anche un congresso straordinario per farmi fuori.”
BERNASCONI SILVANO: “Maccarella però non scioglie le Camere, ti riaffida il compito di formare un governo di transizione per fare una nuova legge elettorale.”
S.E. FINZI MATTIA: “Tu appoggi Maccarella, garante super partes della stabilità del Paese, Saltini ti attacca con violenza, ‘Bernasconi tradisce il centrodestra per interesse personale’ “.
BERNASCONI SILVANO: “E qua colpo di scena.”
S.E. FINZI MATTIA: “Tu denunci tutti gli irresponsabili dentro e fuori il centrodestra…”
BERNASCONI SILVANO: “Denuncio il partito antinazionale delle chiacchiere e del caos…”
S.E. FINZI MATTIA: “E a dimostrazione del tuo disinteresse e del tuo amore per l’Italia, cedi le aziende ai figli e ti ritiri dalla scena politica, come coso....”
BERNASCONI SILVANO: “Coriolano.”
S.E. FINZI MATTIA: “Come Coriolano.”
BERNASCONI SILVANO: “Sì, però io mi ritiro per finta.”
S.E. FINZI MATTIA: “Certo, per finta.”
BERNASCONI SILVANO [pausa, lo guarda attentamente]: “Tu tieni un grande discorso in cui elogi il mio disinteresse, rilanci la mia denuncia, provochi D’Altema e Bertani, spacchi il partito…”
S.E. FINZI MATTIA: “Faccio un appello a tutti gli italiani, al di là degli steccati ideologici…”
BERNASCONI SILVANO: “…a tutti gli italiani che amano l’Italia, la libertà, la modernità…”
S.E. FINZI MATTIA: “Dal centrodestra, nel marasma dopo il tuo ritiro, una voce, una voce autorevole raccoglie il mio appello, e io gli rispondo lanciando il Partito della Nazione. Ce l’hai poi la voce autorevole?”
BERNASCONI SILVANO: “Quasi pronta.”
 S.E. FINZI MATTIA: “Mi raccomando, eh? No la solita mezza figura.”
BERNASCONI SILVANO: “Stai tranquillo.”
S.E. FINZI MATTIA [pausa, lo guarda attentamente] “A Maccarella presento una squadra di governo al 50% ex centrosinistra, 50% ex centrodestra. Maccarella ci dà la benedizione, ci mette una parola buona col Papa che ci benedice anche lui…”
BERNASCONI SILVANO: “La Merkel ci fa i migliori auguri, ci promette mari e monti…”
S.E. FINZI MATTIA: “Non dire quella parola.”
BERNASCONI SILVANO: “Quale?”
S.E. FINZI MATTIA: “Monti.”
BERNASCONI SILVANO: “La Merkel adesso ha paura, Mattia, non ce lo manda un altro Monti.”
S.E. FINZI MATTIA: “Speriamo.”
BERNASCONI SILVANO: “E tutto il pattume dei tuoi, tutto il pattume dei miei accusa, protesta, piange, grida, si dispera…”
S.E. FINZI MATTIA: “Ma tanto in Parlamento la maggioranza ce l’abbiamo noi, loro finiscono nella pattumiera...”
BERNASCONI SILVANO: “…e ciaone.”
S.E. FINZI MATTIA: [pausa] “Certo che se riesce è un colpo da maestro.”
BERNASCONI SILVANO: “Poi, alla scadenza del mandato di Maccarella, la Presidenza la dai a me.”
S.E. FINZI MATTIA: “Certo. Naturalmente, mancano ancora…”
BERNASCONI SILVANO: “…Sei anni, lo so. Io non ho fretta. Voglio finire in bellezza, Mattia. Tu che sei giovane non puoi capire.”
S.E. FINZI MATTIA: “D’accordo. [pausa] E se vince il SI’?”
BERNASCONI SILVANO: “Se vince il SI’ ne riparliamo. Ma tanto vince il NO.”
S.E. FINZI MATTIA: “In effetti, in Italia vince sempre il NO...”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...



sabato 26 novembre 2016

La scomparsa di  Fidel Castro
Morte di un tiranno



Prepararsi. Gli orfani della rivoluzione in servizio permanente effettivo già si stanno  scatenando: “Ma che bontà, ma che bontà, questo Fidel Castro qua”.  Due i cavalli di battaglia:  l’antiamericanismo castrista in stile ruggito del topo  e la costruzione di una specie di stato sociale straccione che ti cura, ti fa studiare, però poi ti impone la tessera del partito unico per lavorare, quando lo si  trova il lavoro…
Sono tematiche ancora diffuse in Italia, tra post-fascisti, post-comunisti, post-democristiani e persino  tra  qualche  azionista liberale, rimasto al  Gobetti che flirtava con Gramsci. Pertanto sarà tutto un  brindare  al grande rivoluzionario.   Parliamo della stessa  gente  che rimpiange Mussolini, perché “ha costruito lo stato sociale”, o Togliatti  e Berlinguer, “perché erano onesti”, dimenticando: 1)  i denari sovietici; 2) che  è molto facile non sporcarsi le mani quando si è all’opposizione.   
Diciamola tutta, Castro  era un tiranno ( nel senso di colui che viola o si mette al di sopra delle leggi), carismatico, senza dubbio, ma un tiranno. E comunista, con una variante, legata alla sua formazione avvocatesca (un poco come Lenin): Castro riteneva gli uomini, le leggi, le  istituzioni plasmabili a piacimento. E violabili (non però dai suoi nemici).  Perciò  piuttosto che un  comunista  in senso stretto, Castro era un costruttivista  con il complesso della tabula rasa. Tradotto: un ingegnere sociale che fucilava,  sia con le parole, come Lenin, sia con i proiettili veri, come Stalin.  Insomma,  un altro ingegnere delle anime, dotato di carisma, proprio come Lenin e  Stalin.  Di qui la “meravigliosa” leggenda che tanto piaceva e piace a quegli irriducibili pellegrini della rivoluzione ancora oggi annidati nel giornalismo e nella politica.   
Inutili sono i paragoni, con chi è venuto prima o dopo.  Il si stava meglio quando si stava peggio, lasciamolo ai nostalgici di ogni colore. Piuttosto si guardi a come è ridotta Cuba oggi, dopo il "sacro"esperimento comunista.  Certo, conosciamo il mantra:  è colpa degli americani, del blocco, eccetera. E dove non  c'è ( o non c'è stata)  dittatura comunista? È sempre colpa degli americani, of course.
Insomma, i conti non tornano. Diciamo la verità, se Cuba fosse divenuta il  51° stato degli Usa, ora i cubani se la passerebbero molto meglio. Altro che Castro.  
Oggi è morto un tiranno. Punto. In alto i calici.

Carlo Gambescia             

venerdì 25 novembre 2016

Referendum costituzionale del 4 dicembre 
Vota  Renzi, vota Renzi, vota Renzi, vota Sì, vota Sì,  vota Sì

Amici e  lettori mi chiedono, se voterò il 4 dicembre,  ed eventualmente  per chi voterò.  
Io, ridacchiando, di regola,  rispondo che il voto è segreto…  In realtà, allacciarsi le cinture prego (ma chi mi segue  non può avere dubbi al riguardo) voterò Renzi. Si faccia attenzione, non ho dichiarato che voterò Sì, ma per Renzi.  La questione della riforma costituzionale non poteva non trasformarsi  in fatto politico. Le riforme costituzionali - al di là delle chiacchiere buoniste - dividono sempre: da un lato i conservatori dall’altro gli innovatori, rispetto al testo esistente. Di qui, gli inevitabili conflitti, eccetera. E la scelta dei tratti più o meno apocalittici della campagna elettorale dipende sempre dalla cultura politica  e dalla natura dei cleavages storici. Ogni popolo ha il discorso pubblico che si merita...  E noi, evidentemente, ci meritiamo  tutto questo.  
Per inciso, da sempre sono un sostenitore del monocameralismo e dello snellimento legislativo.  E la Riforma, va comunque  in questa direzione. Diciamo che innova una Costituzione parlamentarista scritta settant'anni fa,  contro il fascismo, conculcatore delle libertà parlamentari ( e non solo). Invece  la Riforma sulla quale siamo chiamati a votare è scritta oggi contro il parlamentarismo che impedisce di governare, non a Mussolini, morto da un pezzo, ma a chiunque si accinga a farlo.  E io, che apprezzo il decisionismo politico, non potevo: 1) non stimare  il decisionismo di Renzi (a dire il vero non sempre assoluto, anche in questa occasione); 2) nonché la possibilità di modificare, benché timidamente, una Costituzione che appartiene a un’altra età storica (se fosse per me la riscriverei tutta, dai principi fondamentali, ad esempio: Articolo 1. L’Italia è una Repubblica fondata sulla Libertà…). Sicché  non potevo non collocarmi, una tantum ovviamente, tra gli innovatori. Ebbene sì, politicamente parlando, faccio un tratto di strada con Renzi. Che male c'è?   Del resto in Italia,  c’è chi ha fiancheggiato dittatori (veri, altro che le chiacchiere complottiste) come  Stalin e Mussolini… E per  più di venti anni. Quindi.     
In realtà, come dicevo,  il voto del 4 dicembre è politico. Se vincesse il Sì, per dirla con Marx (pardon),  tornerebbe a galla tutta la merda di sempre: l’Italia dei parassiti, del romanticismo fascio-leghista,  dei rivoluzionari pentastellati ad aria compressa, un universo di sogni e bisogni a spese dello stato,  coagulatosi intorno al No.  Un fronte variopinto,  prontamente  assecondato da quel  circo mediatico-giudiziario, anarcoide e giustizialista,  che da quasi un quarto di secolo  inquina la scena politica italiana, gettando  discredito su tutto e tutti. Attenzione, il Governo Renzi  è il male minore, perché, pur con tutti i suoi limiti, racchiude, per così dire, un tasso di liberalismo e riformismo, sicuramente  più elevato di quello contenuto  in tutte  le altre forze politiche messe insieme. Se dovesse cadere, sarebbe il caos politico ed economico. Perché il circo mediatico-giudiziario, potrebbe prendersi la rivincita su Renzi,  puntando sul colpo di grazia in stile Woodcock.   Dopo di che (ma probabilmente anche senza attacco giudiziario),  nascerebbe subito  un  governo tecnico-elettorale,  al tempo stesso appoggiato e criticato da tutti, e quotidianamente.  Seguirebbero  mesi e mesi di distruttiva propaganda politica  fino alle elezioni. Conflitti, che, provocando altro discredito istituzionale,  consegnerebbero il  Paese o ai pentastellati (con l’Italicum), o  a una  litigiosa coalizione di sette-otto partiti,  pronti al veto quotidiano (con una nuova legge proporzionale). Di qui, ulteriore discredito, fino a  spianare definitivamente la strada al caudillo Grillo o, in subordine, a qualche demente Le Pen italiano.  L’ economia ne uscirebbe  distrutta. Altro che -  per usare il classico stile elettorale -    birretta,  pizza e fritti misti del  venerdì alla pizzeria sotto casa e poi Sky calcio...    Pertanto, serve un voto politico. In favore di  Renzi.  E pure della birretta.    

Carlo Gambescia

giovedì 24 novembre 2016

"La mafia uccide solo d'estate"  diventa  una fiction in sei puntate su Rai1
La metamorfosi di Pif



Che pensare della metamorfosi di  Pif ( al secolo Pierfrancesco Diliberto)?  “La Mafia uccide solo d’estate” mi piacque molto:  non mancavano poesia e giusta dose di  impegno civile.  Il film  ebbe il placet  non solo di chi scrive,  che di cinema ne capisce poco, bensì di critici molto preparati e  indipendenti.   Va però detto  che mi deluse  il tour finale  di Pif, con il  suo bambino quasi in  fasce ( se ricordiamo bene), spiegando al piccolo, ancora incapace di intendere e di volere, che “qui i mafiosi uccisero quello, lì quell’altro”.  I modi, erano  ossessivi, sgradevoli, da commissario politico, in contrasto con lo spirito liberale del film. Spirito liberale significa, contrariamente a quel che scrive Rousseau,  che non si può, anzi non si deve mai, costringere nessuno ad essere libero: figurarsi un neonato. Insomma, mafia e komsomol, pari sono.  
Mi chiesi, uscendo dal cinema, che ne può sapere un bimbo?  Come del resto provava, pensai, il lavoro stesso, dove il giovane protagonista “scopre” la mafia alla fine di un percorso di crescita personale (come si usa dire). Un cammino, in chiave individuale, non "collettivista",  ricco però  di paradossi, descritto con cura,  umorismo e, come dicevo, poesia.
Ora, la fiction televisiva in sei puntate, ricavata dal film, sembra  veramente altra cosa:  il lato umoristico  si è fatto sarcastico, addirittura acido:  si gioca sui peggiori stereotipi;  per i mafiosi si va da Lombroso ( un Reina,  da manuale positivista di antropologia ) a Freud-Castellitto ( lo scontato contrasto edipico tra Ciancimimo padre e Ciancimino figlio);  la poesia, per ora, risulta latitante, come un Corleone qualsiasi. L’Edipo-Massimo Ciancimino sembra preludere alla futura uccisione giudiziaria del padre e alla conseguente vittoria della  tesi adombrata  dal figlio: quella  della cupola politica (democristiana-craxiana-berlusconiana e, come alcuni si augurano,  pure renziana),  cavallo di battaglia dei professionisti del romanzo antimafia.  Purissima grappa distillata, ogni mattina,  dal “Fatto Quotidiano”.
Il problema non è che la mafia, non esiste, come ripete  gesticolando,  il capelluto e baffuto  zio del giovane protagonista, macchietta in odore di mafia ambientale, bensì che esiste, insieme alla mafia, il professionismo dell’antimafia.  Che si perde, trascurando la guerra alla mafia reale,   nella creazione di teorie complottiste,  che vanno ad alimentare il romanzo sulla mafia. E che magari, se capita, possono servire come trampolino di lancio per carriere politiche, a sinistra, talvolta però di sicuro insuccesso.  E Pif, che pure era un giovane  promettente,  magari, come si è detto, con qualche tratto ossessivo (del resto nascere a Palermo non è uno scherzo, segna...), sembra aver abboccato all’amo del professionismo antimafia. Peccato. 
Carlo Gambescia


                                               

mercoledì 23 novembre 2016

Berlusconi, Salvini, Meloni  e il referendum.
E continuano a portare acqua al mulino di Grillo...



Di regola i referendum dimostrano, proprio a livello di campagna elettorale ( e molto spesso di voto), i principali limiti della democrazia diretta: semplificazioni concettuali  degne della scuola materna; appello alle comunità delle emozioni (si noti il plurale), solleticando  gli istinti collettivi più bassi;  messa in mora di qualsiasi  tentativo di pacato ragionamento. 
Ed è quello che inevitabilmente sta accadendo (e non poteva non accadere). Si dice però: il popolo è sovrano. Giusto, ma è altrettanto vero che resta  facile preda del demagogo di turno. Di qui, le necessarie contromisure verso  l' utopistica democrazia diretta.  Come del resto  prova  lo sviluppo storico della democrazia rappresentativa. Non priva di difetti, ma capace di favorire quella prevalenza della ragione, quel giusto mezzo che può allungare la vita (come finora è stato) delle democrazie reali.
Ma c'è dell'altro. Quando una più che accesa campagna referendaria va a coniugarsi con quella delegittimazione reciproca tra opposizione e maggioranza,  che in Italia dura da più di vent’anni, si rischia veramente la crisi di sistema. E in questo quadro, poco promettente, la destra di Berlusconi, Salvini e Meloni che cosa fa?  Usa lo stesso feroce linguaggio anti-sistemico del M5S,  ma con minore credibilità politica (perché  ha  fallito la prova di governo), portando così acqua al mulino di Grillo. Il demagogo di turno.  Perciò  si potrebbe  ripetere, ma questa volta  in forma macroscopica,  se il No vincesse, innescando un  processo di disintegrazione politico-elettorale, facilitato dall'Italicum,  quel che è avvenuto  a Roma. Per farla breve:  regalare su un piatto d'argento  il Paese ai pentastellati.
Invece di isolare il partito di Grillo, sull’esempio storico dell’arco costituzionale (certo su basi nuove, non resistenziali), appoggiando Renzi, anche sul referendum, che in un’ottica di compromesso (di democrazia reale)  rappresenta il male minore, che cosa si fa?   Ci si divide,  aizzando le folle, contro un presunto dittatore, spianando così  la strada al dittatore vero.  
Parole grosse?  Grillo non è Mussolini, per carità.  Però non  è indenne da mal represse  pulsioni autoritarie. Per non parlare dei suoi parlamentari e militanti, nonché  di quella  bella  fetta d'italiani che intende la democrazia  come  sopraffazione:  la si  concepisce, infatti,  come un gioco a somma zero, privo di qualsiasi forma mediazione e compromesso. Insomma, siamo distanti anni luce  dalla democrazia rappresentativa e liberale.   
Concludendo, la deriva  referendaria incarna al meglio (si fa per dire...) lo spirito politico del grillismo. L’esatto contrario dello spirito che invece anima la destra liberale, anzi dovrebbe... Perché  Berlusconi, Salvini e Meloni, tutto sono fuorché liberali. 

Carlo Gambescia