venerdì 24 marzo 2017

 Riflessioni
Ipermodernità?




Ieri discutendo su Fb con l’amico Riccardo De Benedetti, fine saggista e collaboratore di "Avvenire", si è parlato di “ipermodernità,  anzi ne ha parlato lui per primo, introducendo il termine nella conversazione.
Stando ai dizionari, il prefisso iper indicherebbe qualcosa di eccessivo, di superiore alla norma.  Quindi, nel caso specifico, troppa modernità.  Rispetto a che cosa però?  Qual è la modernità normale?

L’assenza di risposte univoche
Sul punto, non credo esistano risposte univoche. Diciamo però che la modernità fin dall’inizio ha dovuto subire  gli attacchi esterni di un certo numero di nemici: si pensi all'universo controrivoluzionario, reazionario, tradizionalista, nelle sue varie sfumature religiose o meno, implacabile avversario  della modernità tout court.   Molti suoi  argomenti  sono stati  ripresi, ma in difesa di un’ “altra” modernità,  dal socialismo scientifico, nonché  dalle correnti ecologiste in nome di uno stato stazionario o addirittura della decrescita,  sempre in chiave anti-capitalista. 

Ipermodernità e modernità
Crediamo tuttavia che l’ipermodernità,  sotto il profilo sociologico abbia fatto sempre parte della modernità. L’ipermodernità ha sempre rappresentato, ciclicamente, il lato costruttivista della modernità, politicamente  condensato, pur con sfumature di gravità differenti,  dai giacobini,  dai nazisti, dai comunisti,  dai seguaci del  welfarismo.  Il costruttivismo, come dice la parola stessa,  si propone di costruire, ex novo e dall'alto,  una realtà sociale di volta in volta, contraddistinta dalla perfetta repubblica degli eguali; dalla comunità razziale; dalla società senza classi; dall’individuo protetto dalla culla alla tomba. C’è un lato oscuro, o comunque inquietante della modernità, rappresentato  dai comitati di salute pubblica,  dai  partiti unici,  dalle  burocrazie  rapaci. 

Il lato solare della modernità
E qual è il lato solare della modernità?  Quello che rinvia alla creatività sociale,  frutto di una mano invisibile, che a sua volta rimanda alle micro-decisioni  di milioni, anzi miliardi di uomini,  che liberamente perseguono, come dire, dal basso, i propri interessi e progetti di vita.  All’inizio della modernità il ruolo della creatività sociale non aveva ancora un nome.  In seguito, lo si è sistematizzato. Come?  Una volta considerati gli incredibili sviluppi della società moderna,  lo si è ricondotto nell’alveo  della libertà di pensiero,  della libertà politica,  della libertà economica,  della possibilità di muoversi liberamente, fare i propri affari, esprimere le proprie  preferenze culturali, politiche, ideali,  nella sovranità e nel rispetto della legge, espressione, quest’ultima, di parlamenti e governi, liberamente eletti.

Il liberalismo
L’opera di  “sistematizzazione” teorica e istituzionale,  che ha  assunto il nome di liberalismo,  non è stata semplice:  prima per l' opposizione dei classici nemici della modernità, poi dei costruttivisti di vario colore ideologico (anche di derivazione liberale, come si vedrà nelle nostre conclusioni). 
Ciò che  l’Ottocento chiamò  liberalismo era il  punto di arrivo  di  un processo  politico, economico, sociale, culturale fondato sul riconoscimento, per la prima volta nella storia umana, del ruolo istituzionale, sociologicamente istituzionale,  di quella creatività sociale frutto della  mano invisibile. In questo senso, il liberalismo, storicamente parlando, è un vero esperimento sociale, tuttora in corso, perché è al tempo stesso istituzione politica, quindi rivolta al controllo,  ma di che cosa?  Di una forza sociologicamente incontrollabile:  la creatività umana.  Quindi il liberalismo, a un tempo,  è istituzione e movimento.  Una contraddizione vivente, con una parte utopica, che pure, a differenza di tante contraddittorie utopie-utopie, come dire, a tutto tondo,  assicura agli uomini concrete forme di libertà. E questo è il suo merito. 

La scienza della modernità
La sociologia, scienza nata proprio nell’Ottocento,  in qualche misura,  è la scienza della modernità: della mano invisibile,  ne studia le modalità, le forme, le conseguenze, le reificazioni  nei termini di specifico sociologico.  Si potrebbe dire che la sociologia - ovviamente, la nostra è "una" interpretazione della sociologia -   studia la modernità nei suoi aspetti spontaneisti e costruttivisti, come movimento e istituzione.   
È possibile separare la modernità costruttivista da quella spontaneista?  Sul piano cognitivo, dei tipi ideali, certamente. Come del resto abbiamo fin qui fatto.  Su quello storico e politico no. O comunque resta molto difficile, se non addirittura impossibile. Perché ciò che è ipermodernità per alcuni (gli spontaneisti) è modernità per altri (i costruttivisti). La “norma” muta. E purtroppo la decisione politica ha bisogno di “norme” certe. La decisione, insomma,  rinvia all'istituzione, sacrificando la creatività. 

Ciclicità
Di qui però, l’inevitabile e ciclico ritorno  del costruttivismo, che attinge all’istinto di conservazione degli individui, spesso  portati,  come  natura sociale, a scegliere il certo per l’incerto, sacrificando la creatività della mano invisibile.  Di qui, la prevalenza nelle nostre società di un individualismo protetto dalla stato, che può essere sintetizzato, nel “diritto di avere diritti”. Il che implica la gestione pubblica dei diritti, quindi di costi, tributi, burocrazie e, cosa più grave,  di un ripiegamento nella mistica del sociale, che inevitabilmente sconfina nello statalismo, che è agli antipodi dello spontaneismo della mano invisibile.
L’individualismo protetto porta con sé conflitti redistributivi tra gruppi di pressione,  ristagno economico, sociale, quindi creativo, perché l’egoismo  redistributivo  finisce per prevalere sul bene comune, e di riflesso sulla capacità  produttiva (del Pil come di idee nuove).  Il che implica la sottovalutazione delle questioni esterne al sistema sociale, a cominciare  dall’individuazione del nemico. La politica, insomma, rischia di trasformarsi in pura e semplice gestione dell’esistente. La redistribuzione è monotestica, si basa sul ritorno del medesimo.  Se ci si passa l'espressione, - per banalizzare -  si trasforma  nell' assalto  di torme di incoscienti a una torta che però si fa sempre più piccola. 

Modernità  costruttivista
Non parleremmo perciò di ipermodernità,  ma di modernità costruttivista: uno dei due volti della modernità, quello inquietante. Oggi ben incarnato dall’Unione Europea, assai diversa da quella vagheggiata nei Trattati di Roma.  Un volto che purtroppo rinvia alla regolarità metapolitica istituzione-movimento:  una dinamica che  indica la tensione tra il momento spontaneista e costruttivista  della modernità.
Se la tensione si trasformerà in rottura o sfocerà in  nuovi equilibri è  materia di giudizio personale. Non possediamo alcuna sfera di cristallo. Diciamo però  che le società  hanno necessità sia del momento istituzionale, sia del momento movimentista. Di qui una ciclicità, per contrasti e sintesi,  che in realtà non riguarda solo i moderni, ma ogni dinamica sociale.  Dal momento che le società  non possono essere riassorbite mai interamente nell'uno come nell'altro momento.

Per non concludere
La rivoluzione moderna puntando sul momento creativo (ecco l'esperimento liberale),  ha provocato un contraccolpo costruttivista, anche all'interno del liberalismo stesso. Si pensi al liberalismo macro-archico,  welfarista insomma: una specie di liberalismo protetto. Al quale potrebbe succedere, per reazione,  una rivoluzione creativa e spontaneista, micro-archica o an-archica. Però, come insegna il liberalismo archico, realista,  andrebbe prima individuato e sconfitto  il nemico esterno. Che tra l'altro oggi ci minaccia apertamente. Cosa che il costruttivismo redistributivo, macro-archico ripiegato su se stesso non consente, quale carnefice e complice  di masse crogiolantesi  in un individualismo protetto imbevuto di pacifismo (*).  
E questo può essere un problema. Di sopravvivenza: della modernità in quando tale. E pure del liberalismo.

Carlo Gambescia  
                                       

(*) Su questi temi si veda l'ultimo capitolo del nostro Passeggiare tra le rovine. Sociologia della decadenza, Edizioni Il Foglio 2016.       

giovedì 23 marzo 2017

 Westminster sotto attacco
Tornare a  Breitenfeld


Quel che è accaduto ieri a Londra, soprattutto per il valore simbolico  di Westminster,  tocca profondamente  la nostra libertà di pensiero, nonché il senso stesso  del  cammino di libertà,  percorso insieme dai popoli europei.  Un’Europa, attenzione, dove  in questi giorni si celebrano i sessant’anni dei Trattati di Roma tra le  annunciate contestazioni di un pugno di estremisti e l'indifferenza dei tanti, forse troppi. La storia maestra,  purtroppo, sembra avere pochi allievi.  E più avanti spiegheremo perché.   
Il terrorismo jihadista che  dopo Berlino e Londra si sta rivelando  capillare e  imprevedibile,  può essere combattuto, come abbiamo più volte scritto, solo alla radice  con operazioni militari in grande stile, capaci di imporre  in Medio Oriente  un ordine e un  equilibrio  condivisi dalle potenze maggiori: Stati Uniti, Russia, Cina e, come qui si auspica,  Europa unita. 
Servono insomma scelte strategiche, globali  non tattiche e  locali:  terrorismo e  diaspora non potranno  essere combattuti  ritirandosi  nei rispettivi orticelli, aspettando che la bufera passi da sola. Il  combattere però implica  un grande sforzo che va inevitabilmente a collidere  con il ciclo elettorale delle democrazie e  con la vulgata  pacifista.  E tutto ciò  rappresenta  un elemento di debolezza per l’Occidente in particolare.  Un problema, insomma, non insormontabile ma difficile da affrontare.
Purtroppo, sembra andata  perduta  - qui veniamo ai cattivi allievi, soprattutto europei -  la consapevolezza del ruolo strategico della forza militare organizzata,  come concreto  portato storico dei valori dello stato vestfaliano  (sovranità, non interferenza, dottrina dell’equilibrio), di cui l’Europa unita, in un mondo, diviso in blocchi, potrebbe rappresentare il necessario anello storico e geopolitico. 
La pace di Vestfalia (1648) sancì la fine della Guerra dei Trent’anni tra protestanti e cattolici, favorì, anzi legittimò la libertà di religione e in prospettiva di pensiero.  Fu un conflitto terribile  che distrusse la Germania. Furono commesse atrocità dall’una e dall’altra parte.   A Breitenfeld (1631), i protestanti colsero la loro prima grande vittoria, grazie al genio militare di Gustavo II Adolfo, re di Svezia.  Battaglia alla quale tre anni dopo seguì però la sconfitta di Nördlingen.  
Soprattutto per noi europei, oggi in prima linea, il senso storico di quella gigantesca guerra  che a distanza di secoli, e in un clima culturale dominato dal pacifismo, può apparire un’ inutile strage, venne invece  colto dal liberale XIX secolo. Su quel campo di battaglia nel 1831  venne eretto un monumento  alla “ Libertà di pensiero per tutto il mondo” (Glaubens-Freiheit / für die Welt).
I protestanti, difesero la libertà  con le armi,  anche per i cattolici.  E noi dobbiamo difenderla, con le armi, anche  per i musulmani.  Dobbiamo tornare a Breitenfeld.


Carlo Gambescia                

mercoledì 22 marzo 2017

In 25mila alla marcia di "Libera"
Don Ciotti e i balilla rossi dell’antimafia


Si può parlare male di don Ciotti? Che sia  persona dedita totalmente  agli altri è fuori discussione. Che poi sia un buon prete non sta a noi dirlo.  Tuttavia,  nella manifestazione, come dire,  del  “siamo tutti sbirri” ci sono due cose che stonano.
In primo luogo, quanto alla sua causa, si è trattato di  scritte, apparse sui muri, di Locri, indubbiamente città simbolo. Certo scritte  offensive,  ma dove, anche se rozzamente, si chiede lavoro. Ed è  qui che Don Ciotti, prete operaista, “da sempre dalla parte degli ultimi” (*)  si è sicuramente sentito toccato nel profondo. Il che potrebbe spiegare  la contromanifestazione “di massa”, organizzata in meno di 24 ore, all’insegna di un marciare non marcire, molto dannunziano, che curiosamente accomuna il movimentismo di  sinistra e destra  fin dalla nascita,  benché nel caso, per una giusta causa.
Cosa dire? Che, visto che c'erano molti giovani (oltre a sindacalisti, assistenti sociali, insegnanti, eccetera), i balilla rossi dell’antimafia, non ci piacciono. Opinione personale, ovviamente. Ma le piazze, se fossimo don Ciotti, le lasceremmo, per dirla in modo brutale,  ai sovversivi.  Sono  comunque prove di forza, se si vuole “manifestazioni di potenza",  poco cristiane. Non risulta infatti che in Galilea,  al tempo,   fosse di moda protestare in favore di Gesù.  Anzi, come è noto,   l’unica manifestazione “di massa” si concluse al grido del “crucifige”. 
In secondo luogo, perché inculcare nella mente dei  giovani i valori  velenosi dell'anti-capitalismo? Ci spieghiamo subito. Don Ciotti, non ama la società di mercato, al massimo la sopporta.  Per carità,  liberissimo di dirne peste e corna. Fortunatamente,  vive in Italia,  non a Cuba dove gli oppositori non hanno vita facile come nelle “società capitaliste”.  Il problema  però  è che la sua visione della politica è catto-statale:  nel senso di uno stato maestro di giustizia in terra, capace di appoggiarsi  ai preti e alle organizzazioni sociali  pauperisticamente ispirate. Il che probabilmente spinge don Ciotti  a coniugare giustizia sociale e lotta alla mafia. Il suo  sillogismo è  molto semplice, forse semplicistico: la mafia è frutto dell’ingiustizia sociale (premessa maggiore), il capitalismo è ingiusto (premessa minore), ogni capitalista è un mafioso (conclusione). 
Sicché, come si può facilmente intuire, senza  il capitalismo non esisterebbe la mafia. Il sillogismo è devastante, soprattutto per una giovane mente. Inoltre,  poiché  lo stato, altro punto fondamentale, deve combattere l’ingiustizia sociale e quindi il capitalismo, si spalancano le porte a una dannosa visione costruttivista della società.   Insomma, si celebra  uno stato confessionale, giustizialista in senso economico, che deve  marciare,  e non marcire, con i balilla rossi  di  don Ciotti.                  

Carlo Gambescia



martedì 21 marzo 2017


La riflessione
Tradimento delle élite?
Sì, verso la democrazia liberale


Élite contro popolo. Suona bene. E basta.  A questo pensavamo,   assistendo al dibattito televisivo tra candidati  all’Eliseo. Purtroppo,  in Francia, come ormai altrove,  il voto viene presentato, soprattutto dai partiti  estremi, quelli che hanno civettato con il fascismo e il comunismo  e che  oggi si sono dati una riverniciatura populista, viene presentato, dicevamo,  come un voto pro o contro il popolo, pro o contro la globalizzazione, pro o contro la sovranità nazionale.
Chi conosce la storia del Novecento, e più generale i topoi demagogici dei  nemici dell’esperimento liberale, non può non scrollare il capo.  Élite contro popolo?  Come  se  i partiti anti-liberali (perché di questo si tratta),  si pensi al Fn o il M5s,  non avessero quadri,  leader,  ferree  regole interne,  non fossero insomma, strutturati, come tutti i fenomeni politici,  in governati e governanti. Michels,  parlò, a ragione, di ferrea legge dell’oligarchia. L’unica forma possibile di democrazia è di testa. Come scrive Sartori,  è nello scegliere liberamente e con ponderazione la élite che ci governerà.  E ovviamente nell’alternanza tra élite di governo.  Tutto qui. E non è poco, storicamente parlando.
Purtroppo, la politica, con ciclicità impressionante, torna a farsi non con la testa  ma  con la paura. E proprio nelle democrazie, dove una volta scivolati sul piano inclinato della demagogia, ogni  menzogna  sembra essere  buona pur di conquistare voti e afferrare il potere. Di conseguenza,  quando viene meno il senso di responsabilità,  ecco che i partiti  con un inquietante passato fascista e comunista o imbevuti di feroce  e stupido  populismo,  insomma i  nemici da sempre  dell'esperimento liberale, rialzano il capo,  evocando  i  fantasmi del capo carismatico, del nazionalismo, del  protezionismo. Spettri ideologici che rischiano di far presa su folle di elettori,  dominati dalla paura di perdere quel che hanno ( e che quindi non hanno ancora perso, attenzione),  rosi dall’invidia sociale, alla quale si accompagna, regolarmente,  il mito politico  di poter  far a meno dei partiti, dei parlamenti, definiti corrotti, come da antico copione contro-rivoluzionario, filtrato attraverso la tradizione delle tentazioni, ieri fasciste e comuniste, oggi populiste.
Insomma, parliamo del mitema della democrazia diretta e dell'autogoverno, sia organico che consiliare o di base,  destinato inevitabilmente, a sfociare nel governo volontaristico  di un capo carismatico, romanticamente capace di  intuire i bisogni del popolo, senza tante mediazioni politiche e, cosa più grave ancora, di indicare, altro fattore tipico di ogni forma di tirannia, un capro espiatorio. Di ciò,  seppure ancora in fase embrionale,  Trump potrebbe essere  un esempio, Grillo, in Italia, un altro.
Questo non significa che non siano stati commessi errori. Si pensi solo al culto internazionale di quell’ideologia del declino economico, che non ha alcun riscontro nei fatti, e che tuttavia viene largamente accettata dalle stesse classi dirigenti che dovrebbero difendere l’economia di mercato che invece costituisce il punto di forza, storicamente parlando, di ogni progresso economico e sociale.  
Se si dovesse applicare, sul serio, sociologicamente sul serio,  la categoria del tradimento delle élite, allora  si potrebbe parlare del tradimento di quelle élite politiche, conservatrici, socialiste, cristiano-sociali, che  oggi si fanno dettare l’agenda dai movimenti politici populisti. Si pensi, a destra,  ai tory britannici, ai repubblicani francesi, ai centristi italiani; a sinistra, ai laburisti inglesi, ai socialisti francesi e anche al nostro Renzi, che sembra non essersi più ripreso dalla sconfitta referendaria. Un terribile gioco al massacro.
Tradire il popolo significa assecondarne le paure, sposare la demagogia,  mistificare un glorioso passato di progresso economico e sociale, che si prolunga nel presente grazie ai meccanismi dell’economia aperta. E soprattutto significa rinunciare a credere  nella  democrazia liberale e nella necessità  delle istituzioni parlamentari e partitiche. Ciò implica, dal punto di vista delle élite,  il venire meno a quei doveri,  tipici  di una dirigenza,  capace, in quanto tale,  di  usare la testa e non altre parti del corpo.  
La democrazia da sola, soprattutto se diretta, insomma quando evocata nella sua forma mitica,  porta alla demagogia,  al caos,  infine per reazione  alla tirannia.  Si tratta di un meccanismo - quello della dittatura del tiranno come prolungamento della democrazia - temuto fin dall’antichità. Al quale però i moderni hanno saggiamente opposto la democrazia rappresentativa, di scuola liberale: la sola forma di governo in grado di contenere gli istinti bestiali di masse, regolarmente preda della paura, e inclini, quasi  per natura sociale,  al governo di un uomo piuttosto che delle leggi.  
Sicché, concludendo,  ogni  attacco  alla democrazia indiretta, l’unica forma di democrazia possibile, in nome della mitica democrazia diretta,  è un colpo di piccone.  Dal momento che  così facendo si spiana la strada all'idea, cara alla più volgare narrazione democraticista,  che un popolo può governarsi da solo.  O meglio,  governarsi direttamente da sé.  Quindi,  attenzione, se  proprio di tradimento delle élite si vuole parlare, si tratta di un tradimento verso la  democrazia liberale.      


Carlo Gambescia     
                                   

lunedì 20 marzo 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 13 marzo, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 911/1, autorizzazione COPASIR [Operazione “MAI DIRE MAI N.d.V.] è stato effettuata in data 19/03/2017, ore 11.31, la registrazione della seguente conversazione telefonica tra l’ utenza 347***, intestata a BERNASCONI SILVANO, e il telefono pubblico n. 06.**** dal quale parla PERSONA IGNOTA, APPARENTEMENTE DI SESSO FEMMINILE. Sono in corso indagini per appurare l’identità della PERSONA IGNOTA.

[omissis]


BERNASCONI SILVANO: “Pronto?”
PERSONA IGNOTA: [piangendo sommessamente]: “Silvano…Silvano, perché? Perché mi hai abbandonato?”
BERNASCONI SILVANO: “Come? Come, scusi? Ma lei chi è?”
PERSONA IGNOTA: “Mi dai del lei adesso?”
BERNASCONI SILVANO: “Ma chi è, chi sei?!”
PERSONA IGNOTA: “Allora è proprio vero. Neanche mi riconosci.”
BERNASCONI SILVANO [perplesso, dubbioso, un po’ interdetto]: “Guarda, cara, se mi conosci lo sai che io le voci…le facce non le dimentico, ma le voci proprio…”
PERSONA IGNOTA: “Tu non ti dimentichi le tette.”
BERNASCONI SILVANO [ridacchia]: “Anche quelle…su, dimmi chi sei, basta con gli indovinelli…”
PERSONA IGNOTA: “Hai giurato di amarmi davanti a tutti e non ti ricordi chi sono?”
BERNASCONI SILVANO [pausa]: “Veronica? Veronica, sei tu? Cos’è questo scherzo?”
PERSONA IGNOTA: “Non sono Veronica.”
BERNASCONI SILVANO [pausa]: “Senti, io non so chi sei, ma se per caso hai bisogno vieni qui che ne parliamo, d’accordo?”
PERSONA IGNOTA: “Mi vuoi dare dei soldi?”
BERNASCONI SILVANO: “Ma non lo so, tu ne vuoi? Hai bisogno?”
PERSONA IGNOTA: “Ho bisogno sì, ma non dei tuoi soldi.”
BERNASCONI SILVANO: “Ah. [pausa] E di cosa…”
PERSONA IGNOTA: “Ho bisogno di amore.”
BERNASCONI SILVANO [lunga pausa]: “Vedi, cara…posso chiamarti così?”
PERSONA IGNOTA [sospira]: “Fa’ pure. Bugia più bugia meno.”
BERNASCONI SILVANO: “Ma perché…Va bene. Senti. Io…io non sono più capace di darti quello che vuoi. Sì, dico, l’amore. Proprio l’amore, non sono più capace. Mi piacerebbe, sai? Ma non ci riesco più. Il resto sì, il divertimento, la simpatia, l’amicizia, anche il sesso… ”
PERSONA IGNOTA: “…i soldi…”
BERNASCONI SILVANO: “…anche i soldi, certo, cos’hai contro i soldi, si può sapere? L’amore però…no, l’amore non ci riesco più. [pausa] Mi dispiace.”
PERSONA IGNOTA [lunga pausa]: “Va bene. Sei stato sincero, Silvano. Grazie.”
BERNASCONI SILVANO: “Prego.”
PERSONA IGNOTA: “Ti meriti la verità.”
BERNASCONI SILVANO: “Mi dici chi sei?”
PERSONA IGNOTA: “Vedrai che ci arrivi da solo. Hai detto di amarmi in televisione, chiaro e forte, davanti a tutti. Ciao Silvano, addio.”
BERNASCONI SILVANO: “Ma quando mai ho detto che…[lunga pausa] Oh cribbio! ‘ L’Italia, il paese che amo ’! Aspetta! Aspetta, aspetta, ma allora tu sei…”
[La PERSONA IGNOTA ha chiuso la comunicazione NdV]

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...






domenica 19 marzo 2017

Quarta puntata di “Ballando con le stelle”
Faustino il Ballerino e l’Occidente cretino

La vita in fondo  è così,  dolciastra come il leitmotiv del film-oscar di Benigni. Di più: bella e impossibile, talvolta tragica e incomprensibile.  Allora,  perché non ballarci sopra? Sempre avanti si deve andare, anche se per un numero ristretto di metri.  Perché  inarcare il sopracciglio, se un programma come “Ballando con le stelle” riflette la vita?  Molti si chiedono  il perché del travolgente  successo di un format britannico esportato  in una  trentina di paesi:   in Russia, come in Argentina, in Italia come in Finlandia. 
Presto detto: La normalità. Dentro c’è tutto:  canzoni, danza, cosce, vip,  frizzi e lazzi e commozione a buon mercato. Perché meravigliarsi del successo di un programma che è la quintessenza, nel bene e nel male, dell’Occidente così com'è oggi?  Ride, piange, tromba e chiede rispetto con le pistole ad acqua.  Del resto  è il popolo sovrano che vota con il telecomando. Una risata vale una risata. Una lacrima, una lacrima.  Due cosce, due cosce.  Ci si diverte così.  Che male c’è?  Gioco di specchi, per buttarla sulla rifrazione sociologica: un cretino, vale un cretino.  
Ieri sera Vanessa Redgrave e Franco Nero, reduci impolverati della Swinging London, oggi  ospiti “istituzionali”, come si legge,  chiedevano  rispetto,  in un mondo intriso di violenza. Amen.  Lo stesso rispetto che Alba Parietti, di professione  “opinionista” ma dalla coscia lunghissima e claudicante come ballerina, chiedeva ai giudici, sardonici per contratto. Ri-Amen.  
Concorrenti,   tra i quali quest’anno  scopriamo  un immigrato cubano, bravissimo, atleta para-olimpionico, divenuto  cieco per un incidente sul lavoro.  Il top.  Ri-ri-Amen.  E, si badi,  non è il solo caso umano del programma, dove  chemio e chirurgia (non solo estetica),  sembrano  farla da padrone.  Mentre,  forse, servirebbe più respect... O no? Perché in fondo, come si diceva all'inizio, è la vita ad essere dolciastra... E  il materiale umano è quel che è.
Comunque sia, tra  risate, lacrime, insulti e cosce  si arriva all’una di notte.  Ieri sera la giuria ha fatto fuori Fausto Leali, cantante di anni settantadue,  buon professionista con serio repertorio, per l'occasione  rinominato dai giudici, Faustino il Ballerino.  Che fa rima con Occidente cretino.   

Carlo Gambescia          

venerdì 17 marzo 2017

Il Senato respinge la decadenza di  Minzolini
Voto di scambio? È la politica bellezza


La politica è questione di forma o di contenuto?  Impedire  la decadenza di un senatore condannato in via definitiva per peculato è questione di forma o di contenuto?
Dipende da chi sia il senatore.  E soprattutto dalle ragioni politiche che sono dietro la scelta.  Nel  caso di Minzolini,  dietro il voto che ieri ha salvato il senatore di Forza Italia dalla decadenza, c’è il comune desiderio del Pd e di Fi di evitare, in ultima istanza,  qualsiasi crisi che possa portare alle elezioni anticipate, alle quali i due partiti si considerano, per ora,  impreparati.  Quindi, voto di scambio? Sì.
Però, ecco il punto,  si tratta di  una ragione squisitamente politica, perché le elezioni  rinviano alla lotta per il potere; potere che non può essere “agguantato”, se non si è  grado di vincere le elezioni.  Di qui, quelle situazioni armistiziali, di pura opportunità, che gli stessi elettori, ignari della dinamica profonda del ciclo elettorale nelle democrazie stentano a capire.  Un tempo si chiamavano arcana imperii… Noi, più modernamente, come il lettore ben sa,  parliamo di “regolarità” metapolitiche, forme di comportamento e aggregazione che si ripetono nel tempo e che contraddistinguono la politica come lotta per il potere.    
Insomma, la morale  in politica è una risorsa come un’altra. Inutile scandalizzarsi.  Per fare solo un altro esempio, la stessa tempesta giudiziaria,  abbattutasi di recente  sulla “sindaca” di Roma, Virginia Raggi,  in precedenza  condusse  alle dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Perché la  Raggi si è salvata, Marino, no?  Per ragioni di opportunità politica.  Allora le elezioni comunali non erano invise a nessun partito, oggi  invece  sono temute da tutte le forze politiche  presenti in  Campidoglio. Quindi, per ora - ecco lo scambio di favori tra forze politiche ufficialmente in contrasto -  la  “sindaca” Raggi rimarrà al suo posto.     
Naturalmente, sul piano retorico, le scelte secondo opportunità politica vengono nascoste sotto l’evocazione  ufficiale dei grandi valori.   Il che però  è un’arma a doppio taglio, perché per un verso incoraggia l’elettore comune a credere che la morale, anzi il moralismo (come vedremo), venga prima della politica, per l’altro rende inspiegabile, se non nei termini di un tradimento dei grandi  ideali, la lotta per il potere, che invece come  insegna che la politica, in quanto riflesso carnivoro degli organismi politici,  viene sempre prima degli ideali morali. 
Di conseguenza, le democrazie, legate appunto al ciclo elettorale che a sua volta poggia  sul principio di legittimità del  popolo sovrano,  subiscono  questa  discrasia tra  ideali e  realtà  in  misura maggiore di altre forme di regime politico. Ci spieghiamo subito. 
Il parlamentare deve farsi rieleggere, e per riuscirvi deve persuadere, e per persuadere  deve promettere, e per promettere è necessario avere qualcosa da offrire sul piano materiale e morale. Pertanto il solo promettere rinvia al mantenimento di una promessa che  porta con sé  il perseguimento dell’  autorevolezza morale  nei termini di uno “specchiato” comportamento politico e sociale. Sicché la morale,  necessariamente “esternalizzata” mediante il comportamento pubblico,  tende a trasformarsi  in risorsa come un’altra e quindi a dover  fare i conti con la lotta politica.  E quindi con il moralismo dell'apparire che conta più dell'essere e con il  meccanismo  double face  trave-pagliuzza-occhio.  Insomma,  una volta accettata la sfida sociale (ecco qual è  la differenza tra il filosofo morale e il politico ), diventa  assai breve  il passo verso la strumentalizzazione moralistica della morale      
Allora, se la morale rischia inevitabilmente di trasformarsi  in  strumento di lotta politica (da usare contro l’avversario) per conquistare il potere,  non restano che due possibilità: o il tacito accordo tra tutte le forze politiche, per un parco uso di essa, o  l’uso strumentale della morale nel contesto  di una lotta politica, di tutti contro tutti,   sulle basi di una visione impolitica.  In realtà però,  esiste anche una terza possibilità: quella del partito che si erge a difensore della morale, o meglio, per così dire,  di una moralistica onestà. E che su questa difesa impernia la sua politica dell’antipolitica. Andando oltre la stessa impoliticità.
In Italia, la Prima Repubblica,  fu distinta da un uso politico,  misurato e convenzionale, della morale, la Seconda,  dalla guerra morale, impolitica, di tutti contro tutti; la Terza, o presunta tale, dalla nascita di un partito dell’antipolitica  che si dichiara il partito dei soli onesti, quindi maestro di morale.
Però, come abbiamo visto, la politica si vendica.  La forma dipende sempre dal contenuto. Il potere, anzi la lotta per il potere,  esige sempre la sua libbra di carne.  Anche da Beppe Grillo.

Carlo Gambescia