venerdì 23 febbraio 2018

Dibattiti
Italia, una modernità politica incompiuta




Ieri  dopo il mio articolo sulla Sobrietà politica  e i suoi nemici (*) ho ricevuto su Fb  i commenti di  Roberto Buffagni,  Fabio Brotto, Gianfranco Rutigliano, Massimo Mariani, Piero Visani  Carlo Gobbi, Carlo Pompei (**).
Roberto Buffagni   individua le origini della crisi della democrazia rappresentativa nella  mancanza di un centro morale, sconosciuto al liberalismo, di qui la sua debolezza sistemica. 
Gianfranco Rutigliano, collega la mancanza di un centro morale allo sviluppo del risentimento sociale, frutto di una profonda differenza di   lessico politico, tra l’universo liberale  e i suoi nemici.  
Fabio Brotto,  riconduce la crisi  all’assenza di un centro sacro, necessario a ogni società anche la più laica,  in Italia rappresentato dal Parlamento borghese liberale, ora però defenestrato o quasi.
Piero Visani,  ha invece  contestato in blocco  "questa società"  definendola totalitaria. Di qui, la sua visione della crisi italiana  come naturale sbocco di  una società, politica, economica, civile, culturale che tutto sarebbe eccetto che liberale.
Massimo Mariani  designa le ragioni della crisi   nella deriva impolitica e giustizialista, frutto velenoso di  una decadenza culturale e valoriale che abbraccia governanti e governati:  questi ultimi, addirittura travolti da pulsioni autoritarie ed estremiste  “un tempo inimmaginabili”. A suo avviso, manca una cultura repubblicana delle istituzioni.
Carlo Gobbi, dopo aver sottolineato che la deriva demagogica della democrazia è fenomeno teorizzato fin  dai tempi antichi,  e che quindi il nostro non è un periodo storico peggiore di altri,  scorge  la causa principale  della crisi - tra le altre, ovviamente -   nell’ostilità degli  italiani al cambiamento, frutto della “percezione che nulla cambi”.  Di qui, la necessità  di accettare la sfida di “un cambiamento culturale epocale”,  che però  a suo parere, proprio per la natura degli italiani,  impone tempi lunghi.
Carlo Pompei, dopo avere evidenziato tutto il suo  scetticismo analitico a proposito del difficile equilibrio tra virtù, ideologia e necessità,    scorge  nelle idee di Pino Rauti -  sull'importanza di  “un cambiamento culturale epocale” -  la direzione da  intraprendere.  In senso però contrario rispetto a quello auspicato dal Fondatore di ON: un cambiamento  rivolto   al  perseguimento “di una democrazia compiuta  che vada oltre la sola possibilità di aprire bocca (o digitare) parole in libertà, come stiamo facendo”.
Ovviamente ho dovuto sintetizzare,  quindi fare torto alla ricchezza espositiva di alcuni commenti. 
Io direi di distinguere tra cause di breve e  lungo periodo. 
Sul breve periodo (in senso storico, ovviamente),  la crisi  politica attuale  è un portato  della svolta giustizialista del 1992-1994, delle mancate riforme costituzionali, economiche e naturalmente dell’inevitabile ingresso nell’Euro, fonte di scosse di assestamento, sul quale si è innestata la crisi economica del  2007- 2008.
Sul lungo   periodo, possiamo ricondurre la crisi attuale alla mancanza di  un "centro" politico-morale, al “carattere” degli italiani, alla non buona, o comunque rapsodica, formazione-selezione delle classi politiche, alla debolezze e al  parassitismo di certo capitalismo italiano, purtroppo storicamente latecomer.
Ovviamente, di cause a breve e lungo termine  ne esistono molte altre. La nostra è una velocissima e incompleta ricognizione.
Quel che però, di decisivo,  è mancato all’Italia, al punto di risentirne tuttora,  è la riserva storica nei riguardi delle istituzioni liberali, soprattutto politico-parlamentari. Gli italiani non hanno mai metabolizzato la democrazia parlamentare  e dei partiti:  un esperimento, come abbiamo scritto, unico, che caratterizza , per linee portanti, il nostro tempo storico, dunque  la modernità.
Sotto questo profilo, piaccia o meno, potremmo parlare di modernità politica incompiuta. Altro che post-modernità...    L' "epocalità", della crisi,  probabilmente,  risiede  proprio in questo fatto: non aver condotto a termine la rivoluzione moderna sul piano delle istituzioni rappresentative; non aver compreso e  apprezzato fino in fondo il carattere pluralistico della rivoluzione moderna per eccellenza: quella fondata  sulla libertà di parola, soprattutto politica (anche di digitare su una tastiera, perché no? Lo si chieda a venezuelani, cinesi, cubani, coreani). 
Il rifiuto del proiettile per la scheda e soprattutto per il discorso pubblico che deve precedere la deliberazione,  in Italia  non è mai stato netto.  O comunque oggetto di pesantissime riserve mentali.
Accettare la logica politico-parlamentare e il pluralismo politico  significa rifiutare  tutto quello  che è estraneo a  questa logica, o peggio ancora,  eversivo dell'ordine liberale:  il feudalesimo  sindacale,  la democrazia diretta,  il welfarismo,  il protezionismo economico e sociale, il culto plebiscitario dell’uomo della provvidenza.  
Ci riusciremo mai?  

Carlo Gambescia 
          





giovedì 22 febbraio 2018

Noia, elezioni e democrazia
La sobrietà politica e i suoi nemici




Perché si  dà grande importanza alla partecipazione al voto?In primo luogo, il voto è presentato, fin dalle rivoluzioni democratiche del  Sette-Ottocento, come espressione fondamentale della libertà politica. In secondo luogo, il voto pone al centro del sistema il cittadino, come fulcro di quel popolo sovrano, quale principio legittimante dal basso (il popolo),  rispetto a una sovranità discendente dall’alto (dio e sostitutivi). In terzo luogo, e parliamo di un  processo storico avvenuto per gradi, il voto, nell’ impossibilità pratica dell’autogoverno diretto, rinvia alla rappresentanza politica dei partiti in parlamento.     
Quali sono  gli avversari del voto libero e della democrazia parlamentare?  I nemici delle rivoluzioni democratiche:  reazionari di ogni tipo, fascisti, comunisti, nazisti. I reazionari  propongono (più che altro proponevano) un ritorno alla monarchia per diritto divino, fascisti e nazisti  a una democrazia organica “di popolo”, senza elezioni parlamentari, ma con plebisciti, su temi  decisi in alto. I comunisti aspirano a una forma di società perfetta, da perseguire attraverso la sostituzione della democrazia rappresentativa con una mai precisata democrazia popolare, saldamente nelle mani però dei burocrati del partito unico.
Il sistema  liberal-democratico e  parlamentare, con radici settecentesche nella Gran Bretagna,   funziona da un paio di secoli. Dal punto di vista storico si tratta di un esperimento politico unico, fortemente avversato dalle forze reazionarie e totalitarie, che ricorda, nel tempestoso e millenario  mare storico dei regimi politici,  per ricorrere a un immagine non proprio originale,  una navicella, in precario equilibrio, investita dai venti e onde, talvolta gigantesche, come nel 1939-1945.
I  cittadini  -scusandoci per queste lunga premessa -  sono consapevoli della precarietà della democrazia parlamentare?  Probabilmente no, altrimenti  voterebbero con maggiore entusiasmo,  apprezzando quelle forze politiche che si riconoscono nei principi delle rivoluzioni liberali,  democratiche e parlamentari.
Si dice, fin dal consolidamento della democrazia parlamentare (quindi nulla di nuovo),  che la colpa del "calo di entusiasmo",  sia dei partiti. Come replicare?   In primo luogo, le forze che aggrediscono i partiti, sono quelle che discendono ideologicamente dai nemici dell’esperimento liberal-democratico. In secondo luogo, la critica ai partiti ( che in Italia -  terra che ha inventato il fascismo,  mai dimenticarlo -  ha assunto negli ultimi venticinque anni   forma virulenta), anziché favorire la partecipazione,   provoca quel fenomeno di disaffezione, che spinge i cittadini, a disertare   le urne.  Pertanto, siamo davanti a un processo circolare,  vizioso,  più si critica la democrazia liberale,  più  i cittadini ritengono inutile votare. E più si aprono le porte ai suoi  nemici.
In particolare, il famigerato luogo comune anti-partitocratico,  del “sono tutti uguali, perché votare”, ignora che la democrazia liberale  è un regime politico  nato proprio per depotenziare i conflitti, ed evitare che i cittadini si “scannino” a vicenda. Di qui l'importanza della mediazione partitica.   Il che implica  un addolcimento dei costumi politici, attraverso procedure, forme e tempistiche decisionali, che in effetti può essere ritenuto noioso, ripetitivo, sempre uguale a se stesso.  Si tratta, invece, ripetiamo, di un esperimento unico nella storia, che volutamente ha introdotto la sobrietà politica nel senso del rifiuto ragionato di ogni forma di eccesso nei comportamenti  politici. Come, ad esempio, quella trasformazione del nemico in avversario, rifiutata invece da fascisti, nazisti, comunisti e reazionari.
Sicché,  quel  che è il suo merito - la sobrietà politica - rischia di  trasformarsi in debolezza.  Perché i nemici esistono, soprattutto del sistema liberal-democratico.  Come esistono noia e scontentezza,  usate dai suoi avversati come grimaldelli. Non votando e soprattutto votando per i suoi nemici, l'elettore rischia di affondare "la navicella" liberale. Insomma, il rischio è quello dell'autoaffondamento.
Come uscirne?  La parola ai lettori.

Carlo Gambescia                                    

mercoledì 21 febbraio 2018

Palermo, pestato un dirigente di Forza Nuova
Violenza e vuoto politico



Quando inizia (o sta per iniziare) la cosiddetta  spirale della violenza -  e il dirigente di Forza Nuova pestato a  Palermo ha valore di segnale -  si apre subito, per poi dilagare, la discussione mediatico-politica su chi abbia cominciato per  primo.  
Per quale ragione? Perché l’ attribuzione delle responsabilità ha sempre una ricaduta politica:  il responsabile può essere trasformato in capro espiatorio  e quindi in  veicolo, per contrasto, di sempre possibile consenso politico.  Ovviamente,  la parte “incriminata”, pur non di perdere voti e simpatie, rovescia le accuse sui suoi avversari o  nemici.  E così via.   Fino alla creazione di narrazioni,  spesso leggendarie (criminali o meno), tese a favorire la legittimazione politica, ad uso dei diversi attori politici. Sicché, finché si resta sul piano delle spiegazioni utili a legittimare i politicamente "opposti",  non se ne esce. A meno che non si accetti, politicamente, una delle spiegazioni avanzate dagli attori, mostrando un amore sconfinato per il lato retorico della politica, che pure ha la sua importanza, ma come mezzo, non fine. Mai dimenticarlo. 
Il vero problema da indagare, è  invece rappresentato dalle  matrici sociali della violenza: il perché, improvvisamente, appaia  e  cresca  paurosamente  il rischio della trasformazione dei voti in pallottole.
Su questo piano,  non va mai  dimenticato che l’Italia  ha  prima subito  una tremenda guerra civile, poi una lunga tradizione di conflitti politici e sociali, implicanti lo scontro fisico, infine un terrorismo, feroce e  tribale,  la cui eco non si è ancora spenta.  Si può dire che la violenza  ha attraversato, non sempre episodicamente,  l'intera storia della Prima Repubblica. Quanto alla Seconda Repubblica (per semplificare),  va posto l’accento soprattutto sul linguaggio politico,  distinto da una violenza, nei toni,  superiore a quella  in uso   nel discorso pubblico della  Prima.   Sicché le tradizioni, per così dire, di violenza fisica  praticata  nella Prima, sono andate a sommarsi, alla violenza simbolica,  evocata a parole nella Seconda.  In qualche misura,  la Seconda Repubblica,  mostra di evocare una violenza che però, a differenza della Prima,   rischia di non saper saggiamente governare. 
Qualche esempio?  Esasperare la questione immigrati, favorendo il protagonismo dei gruppi estremisti,  “rossi” e “neri”;  dipingere in modo irrealistico la situazione economica;  compiacere il vittimismo giustizialista delle folle;  evocare improbabili tramonti o albe epocali, ignorando che la vera politica è arte del possibile.
Insomma, in poche parole,  favorire aspettative  antipolitiche irrealizzabili,  se non a prezzo di violenze e conseguenti involuzioni  autoritarie. E qui si scorge la differenza  di qualità, soprattutto politiche,  tra la classe di governo (in particolare i partiti, due in primis,  Dc e Pci) della Prima Repubblica, capacissima di governare la violenza, talvolta cavalcandola, talaltra blandendola, per poi spegnerla (come impone il realismo politico),  e   quella della Seconda, totalmente impreparata (o almeno in larga parte) a gestire politicamente una violenza sociale,  evocata,  scioccamente, a  colpi di magiche parole d'ordine.   
Perché? Si è avuto un ricambio quantitativo (come attestano le ricerche), ma non qualitativo. E come di regola capita,  il passaggio dal professionismo politico, di alto livello, a un professionismo, se non improvvisato, ancora immaturo,  ha  semplificato e  impoverito il linguaggio politico, favorendo, nei fatti, le più stupide e pericolose tematiche dell' antipolitica: siamo dinanzi a una classe politica che sembra remare, e con  inspiegabile piacere,  contro se stessa.  Fino al punto di   aprire  vuoti di potere e favorire la formazione di sacche sociali di fittizia protesta, non meno pericolose, fondate sulla presunta mancata risposta a quelle aspettative sociali, puramente narrative,  evocate da una classe politica, come detto, improvvisata  o comunque  ancora immatura. E i fatti di Palermo, ma anche di Macerata, Como, e così via,  sono solo  il portato di questo vuoto politico. 
La politica, non ammette vuoto,  e la violenza  è uno dei mezzi per colmarlo. Provvisoriamente, s'intende. Perché poi il potere, passata per così dire la bufera , viene comunque raccolto da qualcuno.
E non è detto sia sempre quello giusto. 
Carlo Gambescia
                                                    



  

martedì 20 febbraio 2018

"Migranti ideologici"...
Laura Boldrini 1 e 2 





Laura Boldrini  appartiene a quel nobile mondo borghese che aspira ad aiutare i più sfortunati. Perché, per dirla con Fabio Fazio, animo non meno elevato,  i più fortunati hanno il dovere di aiutare i meno fortunati. 
Cosa però significhino, esattamente,  sfortuna o fortuna resta difficile dire.  Qui  forse potrebbe aiutare la sociologia. Certo, una angelica sociologia venata di socialismo umanitario,  usa ad imputare alla società ogni colpa, assolvendo l’individuo. Principio, crediamo, sicuramente condiviso da Laura Boldrini.   Del resto, che male c’è? La nobiltà d'animo non può non destare ammirazione, la sociologia dei buoni sentimenti pure. Poi, però si deve essere coerenti.  In primis, sul piano dell'argomentazione.
Allora, una volta ammesso che l’artefice del destino umano sia la società, l’assioma dovrebbe essere esteso a tutti gli “sfortunati”, senza distinzioni di sorta:  dal “migrante”  che ha avuto la sfortuna di nascere  e socializzarsi  nella disgraziata Africa,  al razzista e fascista  che ha avuto la cattiva sorte di  nascere e socializzarsi in un ambiente altrettanto disgraziato, perché nutrito di violenti  pregiudizi.
Si dirà, che un conto sono le guerre e la miseria, un altro i ritratti di  Mussolini e  Hitler appesi nel salotto di casa o del circolo politico.  In realtà,  per l’assioma di cui sopra, anche la ritrattistica andrebbe  considerata  una  forma di violenza verso un individuo, culturalmente esodato,  che non può scegliere  se non tra due dittatori.  Sempre che, ripetiamo,  sia  la società, che circonda, a decidere  per il singolo e non i talenti e le scelte  etiche individuali. Ne discende che  la stessa  “accoglienza”, che giustamente si invoca e promuove per  il “migrante”,   andrebbe estesa al “migrante” ideologico da lidi sbagliati.
Si dirà, che  fascisti e  razzisti, a differenza dei “migranti”, non vogliono essere  “aiutati”. Giusto. Però, se la colpa non è loro, ma della società, come per i “migranti”,   non è buttandoli a mare  che li si aiuta…   
Insomma,  l’umanitarismo sociologico o vale per tutti o per nessuno.  Fuor di metafora, se Laura Boldrini, applica giustamente il metro sociologico al migrante,  non si capisce perché,  in perfetta coerenza argomentativa,  poi non debba  applicarlo  anche  al “migrante ideologico”  fascista.  E qui   si pensi a ciò che Laura Boldrini  ha invece  dichiarato, in quel di Niguarda,  "fucina antifascista" di Milano,  a proposito  del necessario  scioglimento dei gruppi fascisti e soprattutto  sulla natura “agguerrita”  dell' atteggiamento che si deve tenere verso i nostalgici di Mussolini.
Come?  Forse non abbiamo capito?   Se  "sfortunatamente" si  diventa fascisti,  non è più colpa della società?  Sicché,   per dirla, finemente,  con Matteo Salvini,   i “clandestini" ideologici - a questo punto non più sfortunati  migranti  -   "se  ne devono tornare a casa loro" ...   Per farla breve: secondo Laura Boldrini 2,  fascisti si "nasce", non si diventa, mentre secondo Laura Boldrini 1, migranti  si "diventa", non si  "nasce". I conti argomentativi non tornano.
Va ricordato, purtroppo,  che  Laura Boldrini 1 e 2  ha ricevuto gravi  minacce, proprio da fascisti e razzisti.  Il che  può  aver giustamente influito sulla  sua serenità  giudizio. Per carità, siamo dalla sua parte, ci mancherebbe altro.  Però -  ecco il punto -   il  metro di giudizio negativo  usato  da Laura Boldrini 2  per il "migrante ideologico",   sembra essere lo  stesso  usato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni  nei riguardi del  "migrante-scippatore" e del "migrante-spacciatore", tali "per colore di pelle", dunque "per nascita".  Insomma, Laura Boldrini 2 rischia  di ritrovarsi in brutta compagnia.  E di commettere per giunta un altro grave errore. Tecnicamente, si chiama fallacia di composizione (pars pro toto). Detto altrimenti,  fare  di tutta l’ erba un fascio: dal momento che - come detto -  "migrante-scippatore",  "migrante-spacciatore", "migrante-ideologico"  "si nasce", e dunque la "tara" è collettiva,  se scippa, spaccia e  uccide  uno,  scippano, spacciano e uccidono tutti.
In questo modo però,   la colpa finisce per essere imputata  al colore della cute,  in senso letterale o ideologico: dall'adolescente  nigeriano che fuma una canna  al quattordicenne maceratese che fa il saluto romano. Attenzione, ciò non significa che i “flussi dei migranti ideologici” non debbano essere regolati.  Fuor di metafora,   perseguiti. Ci mancherebbe altro. Ma per il  fascista-razzista  che dalle parole  passa ai fatti, già  esiste il codice penale.
A che serve allora  - e qui pensiamo a Laura Boldrini 2 -   evocare  una  teoria cospirativa  della sostituzione in senso contrario? Circa l’esistenza di un complotto, per mezzo del quale si vogliono sostituire ai cittadini democratici i fascisti?  E  invocare leggi e provvedimenti  speciali per contrastarlo?  Le stesse misure eccezionali che   sull’altro  versante evocano fascisti e razzisti contro i “migranti” che di nero hanno solo il colore della pelle?
      
Carlo Gambescia    
                                   

lunedì 19 febbraio 2018

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2018, lunedì 19 febbraio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 18/02/2018, ore 9.23, una conversazione telefonica tra l’utenza di Stato vaticana in uso a  S.S. SANCHO I, e l’utenza n. 338***, in uso a MARCHINI WANNA. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]

MARCHINI WANNA: “Te per chi voti, Ciccio?”
S.S. SANCHO I: “Eh?”
MARCHINI WANNA: “Per chi voti. Elezioni, ci sono le elezioni. In che mondo vivi?”
S.S. SANCHO I: “Io non voto.”
MARCHINI WANNA: “Come non voti?!”
S.S. SANCHO I: “Non sono cittadino italiano.”
MARCHINI WANNA: “Ah già che sei argentino! Parli così bene italiano che mi ero dimenticata…”
S.S. SANCHO I: “No, Wanna, è che sono il papa. Il papa è un capo di Stato straniero.”
MARCHINI WANNA: “Ahhh…però le elezioni ti interessano lo stesso, no?”
S.S. SANCHO I: “La Chiesa non fa politica.”
MARCHINI WANNA: [ride a crepapelle per 39’’] “Fantastico, Ciccio, sei fantastico…senti: e se vince Saltini? Tu cosa fai?”
S.S. SANCHO I: “Niente. Spero non vinca Saltini perché è un razzista. Continuerò la mia azione pastorale per promuovere l’accoglienza ai nostri fratelli.”
MARCHINI WANNA: “Sì ma se si vendica? E’ una vita che gli date addosso, gli date del razzista…”
S.S. SANCHO I: “Lo è, razzista.”
MARCHINI WANNA [pausa]: “Be’…razzista…ti ho mai parlato del Maestro do Nascimiento? Comunque. Se vince Saltini e si vendica tu cosa fai? Per esempio, se ti fa pagare l’IMU? Se ti abolisce l’otto per mille?”
S.S. SANCHO I [pausa]: “Cioè tu dici che…”
MARCHINI WANNA: “Non so. Potrebbe.”
S.S. SANCHO I: “Ah.”
MARCHINI WANNA: “Eh.”
S.S. SANCHO I [pausa]: “Ma se anche andasse così, che ci posso fare io?”
MARCHINI WANNA: “Qua ti volevo! Stai tranquillo, Ciccio, che la tua Wanna cià la ricetta che ti salva!”
S.S. SANCHO I [cauto]: “Sarebbe?”
MARCHINI WANNA: “Volti gabbana, Ciccio.”
S.S. SANCHO I: “Vuoi dire che dovrei…che dovrei accettare il razzismo?! Mai, mai, mai!”
MARCHINI WANNA: “Ma no, ma no, cos’hai capito…te ormai ciài il tuo brand, sei il papa dell’accoglienza, il papa degli immigrati…magari se non esageri è meglio, se no diventi il papa dei negri e ti va giù l’indice di gradimento, ma ormai il tuo target è quello e non lo puoi cambiare.”
S.S. SANCHO I: “E allora?”
MARCHINI WANNA [ride soddisfatta tra sé]: “Cazzo è l’uovo di Colombo, Ciccio! Dai! Prova a indovinare, ti do un aiutino…Quanti papi ci sono?”
S.S. SANCHO I: “Come quanti papi ci sono? Il papa sono io!”
MARCHINI WANNA: “Acqua, Ciccio, acqua. Sì, tu sei il papa, ma c’è anche quell’altro.”
S.S. SANCHO I [pausa]: “Eh già.”
MARCHINI WANNA: “Tendi a dimenticartelo, eh? Chissà come mai…[ride] ma qui vedi che non tutto il male vien per nuocere, Ciccio, com’è che dite voi? La Provvidenza!”
S.S. SANCHO I: “In che senso?”
MARCHINI WANNA: “Nel senso che se vince Saltini, te fai a cambio con l’altro papa, col tedesco. Aspetta! No per sempre, eh? Fate un po’ a turno. Dici: ‘Sono un po’ stanco, ragioni di salute, il peso della responsabilità…’ insomma, ti inventi qualcosa, quello che ti pare…’Mi ritiro a pregare, ma nel frattempo c’è papa Ratzinger, ci pensa lui a mandare avanti l’ufficio…’ Capito il trucco?”
S.S. SANCHO I [pausa]: No.”
MARCHINI WANNA: “Ue’ ma sei proprio de coccio, eh Ciccio? L’hai preso il caffettino? Mandi avanti il tedesco, che lui tanto amico degli immigrati non era…capirai, è un tedesco di una volta, quelli coi negri… uuuu … A Ratzinger cosa vuoi che gli faccia, Saltini? Niente gli fa, anzi è contento Saltini, viene a Canossa…dice sempre che Ratzinger gli piace di più di te…e intanto tu fai finta di andare in pensione, ma il tedesco è vecchio, un po’ rimbambito, di affari non ci capisce niente…così dietro le quinte, chi la dirige la baracca? Eh? Chi la dirige?”
S.S. SANCHO I: “Cioè tu dici…”
MARCHINI WANNA: “Tu la dirigi! Sveglia! Continui a comandare tu! E intanto la tua azienda nessuno te la tocca! Anzi! Vi fanno ponti d’oro! Venti per mille! Esenzione fiscale a tappeto!”
S.S. SANCHO I [lunga pausa]: “Mah…forse…”
MARCHINI WANNA: “Senza forse, dai retta a Wanna tua e vedrai. E ricordati di me al momento buono, che ti faccio l’eminenza grigia.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

domenica 18 febbraio 2018

Sociologia dei Social
Il trionfo di  Narciso


La letteratura scientifica  sui  Social Network è considerevolmente aumentata negli ultimi anni. Mancano però le tipologie interpretative, nel senso di una entomologia sociologica delle varie specie di fruitori delle Reti Sociali. E soprattutto è assente, forse per il timore di dire cose spiacevoli a livello scientifico,  l’individuazione di una categoria-base, concettualmente parlando, che possa sintetizzare il “profilo medio” del fruitore. Nulla però di generico o impressionistico (come il titolo, anticipiamo, potrebbe far pensare).
Da dove cominciare? Innanzitutto, anche nei Social, inevitabilmente, la struttura è piramidale:  è la quantità di like a indicare le gerarchie. Il che però, da fattore assai sollecitante per l'Ego, fluttuando  tra i contenuti (i più diversi), polarizza e potenzia la preferenza per l'Io dei fruitori.
Avrà più like  - o consenso -   chi  riuscirà a parlare al mondo.  E come si parla al mondo? Compiacendolo. Insomma, si dicono  quelle cose che il mondo vuole sentirsi dire.  Come asseriva Ortega,  il miglior conferenziere  - tanto per far notare che la struttura sociologica degli uomini non cambia -   è quello che  dice  cose gradite al suo pubblico. Attenzione però, si compiace, anche dispiacendo.  Il pro e il contro qualcosa, dal punto di vista della formazione dei gruppi sociali, sono strutturalmente uguali.  Ogni  Pagina di Fb, ad esempio, grazie alla mano invisibile delle affinità e degli interessi dei singoli,   si trasforma in  una specie di  cassa di risonanza delle idee condivise da un gruppo di persone.  Sicché, secondo il criterio hobbesiano,   le varie pagine non comunicano, anzi collidono,  salvo temporanee alleanze tattiche.  Quindi il contesto è pre-sociale (nel senso del contratto),  tribale e divisivo.  Nulla di nuovo, si ripete su di un piano diverso,  quel fenomeno, che qualche anno fa Maffesoli, definì tipico delle nuove tribù sociali, legate alle mode, ai bisogni immateriali, quindi diverse (per contenuti) ma uguali (per struttura).    
In questo quadro strutturale, che non facilita l’approfondimento,  ma soltanto  la ricerca di conferme alle proprie idee, qual è la categoria  concettuale,  l’"etichetta", se si vuole, sotto la quale raggruppare  i  “fruitori medi”?
Il narcisismo sociale,  nel senso dell’auto-convinzione di dire cose originali e interessanti su di sé e sul mondo.  La tipica sovra-rappresentazione di se stessi,  che rinvia al deserto di coloro che non hanno conoscenze approfondite,  cosa  del resto non alla portata di tutti: la cultura, soprattutto se specialistica, è naturalmente aristocratica (altro che intrattenimento...). Insomma,  non è questione di like.   Il resto del  "lavoro"  sui Social viene svolto, come in tutti i processi sociali,   dalla mano invisibile degli interessi e delle affinità.   
E qui va fatta una  osservazione interessante.  In letteratura, da quasi un quarto di secolo,  si parla sempre più di centralità del lettore  rispetto alla centralità dello scrittore. Esiste, insomma,  un populismo letterario, che ha radici, almeno negli anni Settanta (“L’immaginazione al potere”)  che, molto prima del grillino “uno vale uno” (in nome quindi di  un principio politico di tipo democratico), ritiene il lettore come un soggetto creativo capace di "reinventare" il libro che legge.  E questo, senza avere alcuna preparazione specifica ( se prima non si conosce la sintassi, poi non si può reinventarla). Cosa sarebbe,  spesso  invece si legge , un libro senza lettori?  Il che ha un suo fondamento economico, ma  non letterario.  Come del resto prova  la storia della  fortuna  di molte opere che è  storia di libri e autori,  dimenticati, poi riscoperti.
In realtà,  esiste un populismo letterario che deriva dal populismo politico,  così come esiste,  quale prolungamento dei primi due, il   populismo Social.  E le origini del  fenomeno, sono in quella rivoluzione del narcisismo mondiale giovanile che fu il Sessantotto.  
La centralità del lettore, del cittadino "democratico", del fruitore dei Social, come auto-consapevolezza data (“Io sono Io”), in realtà  resta un argomento puramente retorico,  una forma di manipolazione per persone comuni  ( che attraversa le diverse coorti, dai millennial agli esodati), persone  che non aspettano altro,  pur di essere  soddisfatte nell’Ego.   Si potrebbe parlare, di un naturale processo di istituzionalizzazione dell’auto-convincimento di  massa  a  sfondo narcisistico. E se è di massa, che individualismo è?  Che valore può avere la formuletta "Io sono Io"?
In fondo,   Facebook è  il  risultato delle osservazioni sociali di  due personalità geniali:  Adam Smith e Mark Zuckerberg.  Un processo che però lungo la strada  ha incontrato la vulgata democratica pura. Diciamo pure  che tra Smith e Zuckerberg si è intrufolato quel "complessato" di Rousseau.   Infatti, ciò che si dice delle aristocrazie, come trappole per narcisi ( e che vale per i periodi di decadenza), in realtà  va  ricondotto   al concetto di democrazia  pura, diretta,  come forma di narcisismo di massa, dove, semplificando,  in nome dell’uno vale uno, e quindi di  una inevitabile e coerente logica interna,  non si può non dare la parola a tutti, anche al più imbecille.  E i Social,  ne sono l’ultima, per alcuni peggiore, manifestazione.
Si dirà,  è il prezzo che la virtù (democratica) deve pagare al vizio (l'imbecillità). Giusto. Però dove si ferma l'imbecillità? Esiste la parola fine?   Sul punto,  la logica democratica tace.
Ovviamente, poi la storia, che è aristocratica, si vendica.  

Carlo Gambescia 
                    
            

sabato 17 febbraio 2018

Il tumore di Nadia Toffa
Un po’ di ottimismo non guasta mai…



Francamente il giornalismo tipo Iene non è nelle nostre corde. E’ superficiale, antipolitico e complottista:   una replica,  sul piano televisivo, oggi potenziato dall'effetto moltiplicatore dei Social,   dell’esperienza storica del giornalismo giallo americano, scandalistico.  Nulla di nuovo all’orizzonte. Anche se, ripetiamo, la differenza, riguarda la potenza riproduttiva del mix web+tv,  legata allo zoccolo durissimo della credulità collettiva, che non è cambiata dai tempi di William Randolph Hearst,  il padre del  giornalismo giallo.
Alla luce di quanto detto, come interpretare le dichiarazioni di Nadia Toffa, inviata di punta delle  Iene? Che a telecamere accese  ha annunciato  di avere sconfitto il cancro in due mesi? (*)
Un cancro, come ben sanno medici e pazienti non si sconfigge in due mesi. Magari. Quindi siamo dinanzi  a una semplificazione in stile Iene.  La Toffa,  inoltre,  aggiunge  che le uniche cure che contano contro il cancro sono  chemioterapia e  radio, oltre che, come si evince, terapia chirurgica e  medicina preventiva. Un' asserzione che dal punto di vista della medicina  istituzionalizzata non fa una piega, ma che in qualche misura contrasta -  agli occhi però di chi non conosca la forza di gravità sociale -  con il tipo di giornalismo, anti-istituzionale praticato dalle Iene.  
Astraendo dagli aspetti cospirativi (perché queste dichiarazioni? ha avuto veramente il cancro?  è pagata da medici e industrie farmaceutiche?)  quale può essere -  considerato anche il seguito del programma -  l’effetto di ricaduta sociologica delle dichiarazioni di Nadia Toffa?
Sicuramente, in questo caso,  si tratta di una superficialità positiva: si trasmette un messaggio ottimista, che non guasta, fa morale,  e soprattutto,  si mettono in guardia le persone (famiglie e pazienti) dalle cosiddette cure alternative.  Mettere in guardia, ovviamente non significa vietare. Resta il fatto che nessun medico o istituzione obbliga il paziente oncologico a curarsi secondo "i protocolli". Certo, esiste, una pressione sociale al comportamento istituzionalizzato,  proprio alcuni giorni fa scrivevamo della società di massa  e del rischio del conformismo individuale.  Anche se,  in ultima istanza, il macigno della decisione resta sulle spalle del singolo, che dovrà  scegliere se e come curarsi. Insomma, cosa fare della propria vita.
Molti, tuttavia,  lasciandosi fare per così dire dolce violenza,  preferiscono “scaricare” la libertà delle proprie decisioni sugli altri, o meglio sull’altro istituzionalizzato, sia si tratti  di adesione o rifiuto (il capitalismo, "il grande vecchio", il comunismo, la democrazia,  il potere, ritenuto  salvifico o meno, di questa e di quella istituzione, eccetera, eccetera).  Si chiama "neutralizzazione sociale", allevia il peso della scelta e aiuta a vivere meglio. Ed è qualcosa  che prescinde dal regime politico o storico, qualcosa che si potrebbe avvicinare alla forza di gravità sociale delle istituzioni: si può  essere pro o contro,  ma si deve far  parte a prescindere, di un qualche gruppo (istituzionale, o in via di istituzionalizzazione, dal momento che il destino inevitabile di ogni movimento, se non vuole sparire, è quello di trasformarsi in istituzione).   Se ci si passa la battuta: "Più siamo (a dir la stessa cosa), meglio stiamo", perché il gruppo istituzionalizzato, garantisce un percorso protetto (regolare, ripetitivo, prevedibile), anche a un gruppo di rivoluzionari. Ad esempio Lenin, il rivoluzionario per eccellenza, conosceva benissimo i segreti forza di gravità sociale. E ne fece uso. Pessimo secondo alcuni.
Ovviamente, l'ambito non è quello fisico, quindi  non è un principio valido in assoluto. Resta il fatto però, che in linea pratica - sociologica se si vuole - l'esonero dalla scelta è l'opzione sociale, per così dire, di gran lunga preferita.   Più la decisione è importante più l'individuo cerca l'esonero, conformandosi a un qualche "percorso istituzionale" (pro o contro).   Anche quando crede di criticare le istituzioni vigenti e   anche  dove la  "neutralizzazione" resta più difficile se non impossibile.  Infatti,  la malattia, un poco come la morte,  riguarda l’individuo. Che si trova da solo a decidere. E non potrebbe non essere così, perché si muore sempre in solitudine (muoio "io", non "tu").
Come si vede la realtà -  quella dell’individuo che deve decidere, eccetera, eccetera -    è complicata: l'esonero istituzionale con  una mano dà con l'altra toglie.  Del resto, non tutti riescono  a reggere il carico da soli,  probabilmente la maggioranza delle persone.  L'uomo, alla fin fine, è un animale politico, dunque istituzionalizzato, perciò a tendenza conformista, proprio per difendersi dalla doppia morsa del caso e della necessità. Sicché, per farla breve, gli uomini passano le istituzioni restano:  il progressista diventa conservatore, poi di nuovo progressista; il giornalista anti-istituzionale, istituzionale, poi anti-istituzionale, e così via. Sono tutte forme di "esonero": perfino chi si professi anti-istituzionale, è costretto a istituzionalizzarsi,  per essere tale, pena l'invisibilità.  La libertà è vista come un peso, e in fondo è per pochi,  mentre  lo spirito gregario, o comunque il comportamento iterativo, prevedibile e rassicurante, delle istituzioni,  attrae molti, quasi in modo naturale.   
Di qui la necessità di un "aiutino", magari anche dal Vip, con il suo carisma sociale. E senza fare troppe elucubrazioni sul perché individuale,  ricadendo nel classico errore di chi privilegia il dito che indica, rispetto alla Luna. Anche il Vip è un essere sociale, stretto tra caso e necessità.  Perciò ben vengano, in un mondo secolarizzato,  gli appelli, benché superficiali, di Nadia Toffa.  Non guariscono ma aiutano a sopportare le cure.
Semplificando:  un po’ di ottimismo non guasta mai. E' l'ultima "religione" del nostro tempo. 

Carlo Gambescia