sabato 24 giugno 2017

È morto il professor Rodotà, tarataratatà, tarataratatà …





Per la sinistra, nelle sue varie sfumature,  il professor Stefano  Rodotà,  emerito di diritto civile,  è roba da “Santo (laico) subito”.  Basta leggersi i coccodrilli  di  “Repubblica”, “Il Fatto”,  “il Manifesto”.    
Quel che però  è curioso è che  il giurista  viene celebrato  quale  difensore dei diritti individuali, per dirla in romanesco,  sia  dai “quattrinari" di “Repubblica”  sia  dai “manettari” del “Fatto”,  che invece detestano i "quattrinari", (o "quatrinari"...).  E dulcis in fundo,  osannato,  come profeta dei “beni comuni”, sorta di prosecuzione del socialismo con altri mezzi,  dai “compagni” del “Manifesto”. Qualcosa, evidentemente non torna. Oppure sì.
Soldi, manette e benicomunismo  - basta chiedere a Salvini e Meloni - sono i must  della sinistra al caviale. Della quale - è verissimo -  il professore non si perdeva un vernissage, un manifesto da firmare,   una sdegnata  denuncia pubblica, un richiamo tonitruante alla  Costituzione "più bella del mondo".      
Basta così? No.  Bisogna andare oltre  reazioni  tipo “ cuore a sinistra, portafoglio a destra”, degne di   “Libero”, “Giornale”. “Tempo” e compagnia insultante.  Si deve  andare più a fondo.  E per fare questo, consigliamo, a chi  desideri approfondire, di leggere  due libri del professore: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, di recente riedito accresciuto di  alcuni saggi à la page sui beni comuni) e  La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (Feltrinelli), un must  per il progressismo bioetico digitale,  Il primo è del 1981  il secondo del 2006.  
Ora, i due volumi, scritti a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, compendiano molto bene, sul piano dell’approccio,  il pensiero di Rodotà.  E ci aiutano -  ecco il punto fondamentale -  a capire i tic cognitivi di una sinistra al tempo stesso, "quattrinara", "manettara" e “benicomunistara”.    
Secondo  Rodotà,  il diritto in quanto forma giuridica deve rincorrere  i contenuti della vita, che però cambiano in continuazione.  E non sempre in meglio. Che fare?  Ecco l'escamotage:   il diritto deve adeguarsi alla vita,  ma solo quando la vita, nel suo svilupparsi, quindi a livello di  contenuti,  non entri in conflitto con  le moderne libertà sociali.  Di qui, secondo Rodotà,  la necessità per la gente comune di seguire il cammino indicato dalle élite  illuminate, le sole in grado di correggere i vizi dell’ ”uomo medio”, così volgare e reazionario, perché attaccato alla proprietà:  diritto “terribile” (la definizione è di Cesare Beccaria), perché condannato a tramutarsi, lungo un percorso ascensionale che va, fortunatamente (però sull'avverbio Beccaria non sarebbe d’accordo), dal diritto liberale,  proprietario,  al diritto comunitario, collettivista, dove tutti hanno accesso a tutto.  Insomma, il socialismo che verrà, come prolungamento del liberalismo. Vecchia tesi,  tuttora cara anche ai reazionari. Quindi, detto per inciso,  i due estremi finiscono sempre per  toccarsi.
Ma se “l’uomo medio” (il “buon padre di famiglia” del diritto civile, concetto  avversato da Rodotà, perché vi scorge  il rapace proprietario),  non è capace di scegliere “il progresso” giuridico, chi ne sarà in grado? Forse, la microsocietà “riflessiva” delle élite?  Che stabilisce, in modo illuminato,  ciò che è giusto o sbagliato?  Rodotà tace, quindi acconsente.  Che dire? Viva la democrazia socialista…
Ma torniamo alla dicotomia forma/contenuto, tema  che Rodotà sviluppa particolarmente ne La vita e le regole.  L’idea di libero sviluppo della personalità umana è forma o contenuto? E’ norma “giuridica” o fatto “sociale”? Sul  punto Rodotà sembra  tentennare, salvo alla fine   propendere per l’ identità tra sviluppo umano e regola giuridica,  ovviamente quando e se “illuminata”: l’uno rimanderebbe all’altra.  E insieme  all’idea di progresso giuridico e sociale, idea  insita in quella di sviluppo umano… E che cos’è lo sviluppo umano?  Ecco la  la risposta di Rodotà:  quel che impone il progresso...  
E’ evidente che siamo dinanzi a  un ragionamento circolare. Non solo:  si  invoca un principio extra-logico di autorità,  quello del progresso. Una vera manna, sociologica,  per  "quattrinari", "manettari" e "benicomunistari"… Che dentro il sacco vuoto  del progresso mettono tutto ciò che vogliono: il maggiordomo filippino,  il magistrato d'assalto, i centri sociali, i compagni che sbagliano ("finanzievi" esclusi), eccetera, eccetera. E possono permetterselo, perché sono  tutti rigorosamente di sinistra. Quindi, dalla parte progresso, delle manette e pure della libertà,  tarataratatà, tarataratatà.  Proprio come Rodotà, tarataratatà, tarataratatà.
A proposito, dimenticavamo:  che la terra gli sia lieve.      

Carlo Gambescia         

venerdì 23 giugno 2017

Emergenza acqua
Esopo o Don Ferrante?




Ieri sera, dopo l’irruzione nei telegiornali della “grande siccità”,  il nostro pensiero maliziosamente è subito andato  alla sociologia dell’ "Al lupo! al lupo!",  che rinvia al pastorello burlone di Esopo. Anche perché nelle società welfariste intorno alle “emergenze” girano molti soldi pubblici. Infatti come riporta  “La Stampa” :

Le prime misure approvate dal Consiglio dei ministri di ieri toccano le province di Parma e Piacenza che sembrano le più colpite dalla siccità. Nelle due zone confinanti è stato dichiarato lo stato di calamità «in conseguenza della crisi idrica in atto, dovuta a un lungo periodo di siccità a partire dall’autunno 2016, aggravato dalle elevate temperature estive e dai rilevanti afflussi turistici». In arrivo ci sono 8 milioni e 650 mila euro e deroghe per garantire che nei Comuni siano assicurate forniture regolari di acqua potabile. Soddisfatto il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «Abbiamo ottenuto dal governo quanto avevamo chiesto per far fronte ad una situazione eccezionale». l grande caldo e l’assenza di precipitazioni sta mettendo in ginocchio l’intera Europa. In Italia le temperature sono 1,9 gradi in più rispetto alla media stagionale. Dal 1971 nel nostro Paese si è avuta la terza primavera più asciutta con un calo di precipitazioni di quasi il 50% rispetto alla media. All’orizzonte non c’è una nube, anche se da domenica il grande caldo potrebbe attenuarsi.


Insomma, due gradi in più rispetto alla media stagionale e  subito sono scattati i rimborsi per una specie di Sahel italiano prossimo venturo, stando almeno ai toni esasperati dei mass media.  E più a monte, va sottolineato,  pascola anche la Mucca Europea  per l’agricoltura,  da mungere.  Una vera manna.   L’Emilia Romagna  è un  feudo elettorale del Pd.  Quando si dice il caso…
Lasciamo però  perdere il complottismo politico e veniamo al punto sociologico.  Le emergenze, insegnano i maestri del pensiero sociale, da Spencer a  Sorokin,  determinano un giro di vite nelle libertà individuali. Insomma, contribuiscono all'accentramento  del  potere nelle mani delle pubbliche istituzioni, sottraendolo ai cittadini. Detto altrimenti,  nelle mani  di coloro che decidono.  
Il massimo esempio è rappresentato dalla guerra. Ma anche le crisi economiche non sono da meno. Per non parlare delle catastrofi naturali. L’emergenza, rinvia allo stato d' eccezione, e lo stato d'eccezione alle conseguenti decisioni “politiche” che devono essere prese subito e  implementate rapidamente.  
Ma chi stabilisce e soprattutto  distingue  ciò che è emergenza da ciò che emergenza non  è?  Certo, una guerra, un terremoto sono fatti evidenti di per sé. Mentre una crisi economica è già  qualcosa di meno palpabile, particolarmente sul piano soggettivo  Ovviamente, e non solo per l’economia,  esistono protocolli decisionali, basati scalarmente su medie  statistiche,  cioè dati del passato (il certo) proiettati nel futuro (l’incerto), confidando,  su un fatto che non è assolutamente scontato, che il futuro (l’incerto) sia uguale al passato (il certo). Una specie di lotteria.  
A dire il vero,  come insegna  la sociologia,   è emergenza ciò che  l’uomo ritiene tale,  ossia ciò che l’uomo crede sia tale: una casa non brucia, ma appena si sparge la voce delle fiamme, sul luogo del presunto incendio  convergono vigili del fuoco e  volontari, mettendo in moto  il circuito sociologico  dell’emergenza con le conseguenze di cui sopra, ovviamente in  scala più piccola. Ma, attenzione,  il concetto non cambia.
Si dirà, tutto vero, tutto molto bello,  però in virtù  del  cosiddetto “principio di  precauzione” si deve intervenire, a prescindere.   Giustissimo.  Dal momento che  all’altro capo del filo sociologico, al rischio dell’ "Al lupo! al lupo!"  si oppone  quello del “Don Ferrante” manzoniano che negava l’esistenza della  peste a Milano, fino al punto di  non prendere precauzioni, contrarla, ammalarsi e morirne.  Di qui,  come si sostiene, la necessaria  pianificazione delle emergenze,  che però non  esclude, allarmismi,  sprechi, giri di vite.    
Che fare allora?  Boh… La questione è politica non sociologica.
Di regola,  il principio di precauzione piace alla sinistra e agli statalisti; il “lasciar fare, lasciar passare” ai liberali  e a chi teme più del  diavolo l’intrusione del pubblico nel privato.  
Senza però  dimenticare che  sullo sfondo -  di  ogni decisione politica -   si staglia  la  figura  del “popolo sovrano”. Pensiamo a quelle persone che ogni giorno ognuno di noi, mescolandosi, incontra in metro, al supermercato, in fila davanti a uno sportello.  Uomini e donne, presi dalle proprie preoccupazioni, più o meno reali. Persone predisposte, più al credere che al capire,  addirittura antropologicamente  predisposte,  secondo alcuni studiosi.       
C’è altro da aggiungere? No,  almeno per il sociologo.  Hic sunt leones.

Carlo Gambescia       

                       

giovedì 22 giugno 2017

L’ultima dell’Onorevole  Di Maio:  
“Berlinguer e  Almirante  forever”   
Confusionario? No, statalista




Prima i fatti.

«In un'intervista rilasciata a 'Porta a Porta', il vicepresidente della Camera ha risposto alle domande di Bruno Vespa cercando di definire l'anima del movimento. "Chi siete? Cos'è il Movimento 5 stelle?" ha chiesto il giornalista. La risposta di Di Maio ha scatenato immediatamente l'ironia del web. "Il movimento 5 stelle è un movimento post ideologico, ma porta con sé tante idee che sono state i cavalli di battaglia de partiti di destra e di sinistra" ha risposto il pentastellato. "C'è chi si rifà a quelle portate avanti da Berlinguer, chi a quelle di Almirante, chi a quelle della Dc".»

Così di Maio, futuro premier dei  “teppisti digitali” pentastellati.  Definizione, non nostra ma di Giuliano Ferrara (se ricordiamo bene…). 
Cosa dire?  Intanto che  il  Web, la patria del “teppismo digitale  non  c' è andato leggero con il Vicepresidente della Camera:  “Sei più confuso di un pinguino alle Hawaii”; “Come dire  siamo tutto e non siamo nulla”;“Ma [aggiungi] anche qualcosa di Sandy Marton, degli Spandau Ballet e di Kekko dei Modá”.
Come disse Garibaldi ai romani: "Signori siate seri".  Perché  certe reazioni, anche simpaticamente ironiche,  nascondono  la stessa confusione che regna nella testa  dell'Onorevole Di Maio e sodali.  Il che però, chiudendo il cerchio, è la riprova,  se  il fatto fosse sfuggito a qualche lettore, che  pure  i  Cinque Stelle  sono un raffinato prodotto del Web. Proprio come i critici.
Diciamola tutta:  il punto non è tanto  la confusione che regna nelle menti dei frequentatori dei Social, a cominciare da Di Maio,   quanto la mentalità politica che c'è sotto,  che va oltre il  Web e che paralizza l'Italia, non da oggi.  
Facciamo un passo indietro.  Qual è la nota comune politica, al di là delle apparenti diversità ideologiche tra Berlinguer, Almirante e la Balena Bianca?  L’anti-liberalismo, che invitabilmente porta con sé lo statalismo. E' matematica.   Pensiamo a  quella forma mentis, ormai quasi una seconda natura italiana, che tuttora spinge i cittadini, per esempio,  a citare in tribunale  lo stato...  perché incapace di prevedere i terremoti. E, cosa più grave ancora,  con il placet di  giudici e  politici,  tra gli applausi delle piazze televisive.
E' ovvio, che una mentalità del genere, abbia fatto  il pieno di voti (grillini) sui Social, dove proliferano, fuorché nel week-end,  complottismo, piagnonismo e varie forme di socialismo nazionale. Come è altrettanto ovvio,  che perfino  gli stessi avversari dei Cinque Stelle  continuino a non  capire di essere portatori, neppure sani, del pericoloso germe statalista. 
Come concludere? E vissero tutti felici e scontenti…  Battute a parte,  Di Maio è soltanto la punta dell’iceberg di una mentalità statalista dura a morire,  che fa  pendant con un paraculo (pardon) individualismo assistito. Un atteggiamento mentale che unisce destra e sinistra, postini e imprenditori, ferrovieri, insegnanti e albergatori riminesi,  nonni e nipoti, guardie  e ladri.  Perché, tra l’altro, lo statalismo è la fonte  stessa della  corruzione che si vuole combattere.  Con quali armi, però?  Altro giro, altra corsa:  con dosi ancora più massicce di controlli pubblici. E quindi a colpi di burocrazia, leggi e divieti.  La stessa  ricetta, per l'appunto, di Almirante, Berlinguer e dei leader democristiani… E  ora dei grillini,  ma anche degli avversari dei grillini...    

Carlo Gambescia                    

mercoledì 21 giugno 2017

Oggi si parte con  la prova di italiano
Il mito della maturità


Come ogni anno, allo scoccare dell’estate, si ripete il rito degli esami di maturità. Sociologicamente parlando, il concetto di esame  rinvia a  un sistema  di formazione e  selezione delle persone.  La questione però  è che in questo caso la selezione  non esiste, perché, di regola, più del 90 per cento degli studenti supera la prova. E' vero che un'altra selezione, più dura,  avviene invece all'atto dell' iscrizione all’ università,  che riguarda solo  un terzo  dei cosiddetti maturi, diciamo il 30 per cento. Tra questi ultimi, giungerà alla laurea, grosso modo, meno del 10 per cento. Tra quei laureati, troverà lavoro, nei due anni successivi,  più o meno il  4 per cento. 
Va premesso  che  il grosso della selezione, rispetto a un percorso di studi liceali e universitari, si registra alla fine della scuola dell’obbligo, dove più della  metà dei licenziati non si iscrive alle scuole superiori o viene bocciata al primo anno.  
Cosa  dire? Che la quota finale  di laureati occupati, e soprattutto con lavoro  consono al titolo specifico conseguito,  riflette, in uguale  proporzione, la distribuzione del reddito, dei ceti sociali e delle professioni prestigiose o meno: solo pochi possono giungere in alto. Non è la scuola a deciderlo ma la selezione sociale. Si tratta di una  realtà sociologica  - si chiama  ferrea  legge delle oligarchie -  con la quale hanno dovuto fare conti, pagandone le conseguenze economiche, anche i regimi socialisti, che per accontentare tutti,  moltiplicavano diplomati,  laureati e posti pubblici.  Insomma, la società, come la verità,  si vendica sempre: il  "setaccio sociale" alla fin fine - a parte gli sfortunatissimi e i fortunatissimi -  nella media,  dà a ciascuno ciò che merita.  Che poi gli uomini si lamentino fa parte del "gioco sociale".        
La differenza con  le società pre-democratiche, è che in quelle democratiche, l’accesso agli studi è formalmente  aperto  a tutti.  Insomma, tutti si possono permettere di acquistare un  biglietto della lotteria della vita. Quindi, in linea di principio, si favorisce, il ricambio sociale.  Saranno, poi fortuna, intelligenza e volontà, distribuite assai inegualmente, a decidere il posto di ognuno  nella scala sociale. Fermo restando, come detto,  che i posti in alto  sono patrimonio di pochi, a prescindere dal tipo di regime politico.    
Un'altra caratteristica  delle società democratiche è quella di credere nella stretta relazione tra conoscenza e virtù,  morali e politiche: più si studia - si dice -  più si diventa brave persone e cittadini esemplari.  In realtà, le statistiche sui livelli di criminalità tra i colletti bianchi e gli alti tassi di astensionismo elettorale provano il contrario.  Eppure il mito  persiste.
Del resto, la contraddizione di fondo della scuola democratica rinvia al conflitto tra due esigenze opposte: da un lato  la necessità formativa  di rendere i suoi  contenuti  alla portata  di tutti (altrimenti che scuola di  massa sarebbe?), dall’altro  la  necessità di selezione (altrimenti perché introdurre un sistema per esami?). Tuttavia, più i contenuti sono semplici, meno gli studenti sono preparati. Attenzione: non è un problema che rinvia al curriculum  e alla motivazione  degli insegnanti, bensì rimanda  alla logica interna,  profondamente contraddittoria, che innerva la scuola democratica. Un'istituzione  che,  altro nodo importante,  è  strumento di consenso sociale e politico, nel senso che il diploma e la laurea gratificano moralmente il cittadino e giustificano la sua fedeltà politica.  Pertanto, la necessità del consenso elettorale interferisce con i  meccanismi di selezione, soprattutto all’interno della scuola dell’obbligo  e superiore.  Il che spiega quel 90 per cento di promossi,  cui accennavamo  all’inizio.
Tutto sbagliato? Tutto da rifare?  No. La scuola democratica, come osservato, ha posto le persone su  un piede di parità formale.  Il che è un fatto positivo.  Che però ha precedenti, tra gli altri,  nella  storia amministrativa della Chiesa e nel sistema Mandarino cinese.  
Insomma, sta  al singolo impegnarsi e sfidare la fortuna.  Tenendo presente che, a prescindere dal tipo di regime, più si vuole salire in alto, più la lotta si fa accanita.  Perciò, per dirla con i giovani di oggi (e di ieri), servono le palle. Che però nessuna scuola democratica o meno, può fornire chiavi in mano. O si hanno o non si hanno.

Carlo Gambescia     

martedì 20 giugno 2017

L’attentato anti-islamico  di Londra  e la teoria degli opposti estremismi

Civiltà erbivore



La teoria degli opposti estremismi è sicuramente l’approccio sbagliato  per spiegare l’attentato londinese, dove un gallese (pare)  si è lanciato con un furgone contro alcuni musulmani, uccidendone uno.
Per quale ragione ?  Perché,  si tratta di una  retorica politica - oggi si chiamano narrazioni -  a sfondo pacifista che privilegia un riduttivo approccio  antropologico al terrorismo come  fenomeno psichiatrico-criminale. Ci spieghiamo meglio. 
In questo modo il terrorista,  come chiunque altro  che osi ricorrere alla violenza, viene posto immediatamente fuori dalla comunità della ragionevolezza, composta da coloro che alle pallottole hanno sostituito le parole, addirittura per sempre, ovviamente secondo la vulgata pacifista.  
Sicché  il terrorismo, islamico o cristiano (i due opposti estremismi),  viene rappresentato come  un fenomeno  che riguarda medici, assistenti sociali, poliziotti. Una forma di devianza, dal canone di una civiltà pacifica, se ci si passa la battuta, costruita su misura per animali erbivori, non carnivori. Semplificando, si ragiona in termini  di welfare non di warfare. 
Di conseguenza,  più i mass media insistono su questa teoria più si favorisce una visione normalizzante, erbivora del terrorismo. Che però non aiuta a capire né contrastare un fenomeno carnivoro.  
Il ragionamento erbivoro è questo: sono cose che possono capitare, fortunatamente non tutti sono così, si tratta di una sparuta minoranza di pazzi criminali,  e, comunque sia,  possiamo contare su bravi poliziotti e psichiatri, sicché  il “fenomeno” terrorismo, può essere tenuto sotto controllo, come tanti altri fenomeni a sfondo delinquenziale.
Inutile insistere sulla pericolosità di un approccio psico-culturale, contrario a qualsiasi seria analisi politica, geopolitica e militare, del terrorismo,  approccio  che mette sullo stesso piano,  la mafia, il terrorista religioso e il serial killer. E che soprattutto ignora la questione dell’autodifesa sociale, paurosamente collegata al diffondersi di un senso di insicurezza collettiva, contro il quale la retorica “normalizzante”,   a fronte di una escalation del terrorismo islamista,  rischia di ottenere l’effetto contrario, come ieri a Londra, dove, per semplificare,  alla codardia pubblica si è sostituita la bellicosità privata: questi sì, due estremi(smi) opposti.  Purtroppo, piaccia o meno, i riflessi carnivori, dell'uomo, come ogni verità, finiscono sempre vendicarsi. La guerra "civile", si evita solo con la guerra "militare", intrapresa per tempo.
Il perché della “scelta erbivora”  risale proprio  all’età della guerra civile europea, per dirla con Nolte:  a quei  milioni di morti tra le macerie e nei campi di battaglia. Parliamo di  una tragedia che per reazione sospinse la classe politica europea  post-bellica,  credesse o meno nella cosa,  a mettere la guerra fuori dalla storia, perfino nelle Costituzioni.  E a imporsi di andare d’accordo con tutti, a qualunque costo, riponendo  Clausewitz nel cassetto.  Come se da Hitler ci si fosse liberati a "colpi" di parole...
La fine ingloriosa del colonialismo, l'idea fissa del multiculturalismo,  l’ossessione per la pace e la sicurezza sociale,   nonché,   ora,  la pseudo-teoria degli opposti estremismi, ne sono il risultato. Di cui stiamo pagando le conseguenze.  
Carlo Gambescia                      

lunedì 19 giugno 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 19 giugno, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 666/2, autorizzazione CONCISTORO DEGLI INCAPPUCCIATI 7932/3a [Operazione “GRANDE INQUISITORE” N.d.V.] è stato effettuata in data 17/06/2017, ore 11.54, la registrazione delle seguenti conversazioni, tenutesi presso il Cimitero del Verano (Roma).
[omissis]


MORTO UNO: “Be’, hanno ragione, dai!”
MORTO DUE: “Si fa presto a dire ‘hanno ragione’. E dopo?”
MORTO UNO: “Proprio tu, anzi: proprio noi vuoi che ci mettiamo a negare lo ius soli? Il diritto a chiamare tuo il pezzo di terra dove stai?”
MORTA UNO: [a MORTO UNO]: “Bravo, gliela canti chiara a quello lì. [a MORTO DUE] Anche da morto sei avaro, invidioso, pessimista! Anche da morto!”
MORTO DUE [a MORTA UNO]: “Perché, cosa cambia da morti? Siamo sempre qua, io e te, e litighiamo come prima.”
MORTO UNO: [a MORTO DUE]: “Insomma, dai: ormai sono qua, non c’è niente da fare. Tanto vale dargli ‘sto ius soli, che si sentano un po’ a casa pure loro, poveretti.”
MORTO DUE: “Sì, stiamo tutti vicini vicini e andremo d’amore e d’accordo, come dimostriamo anche io e la mia signora.”
MORTA UNO [a MORTO DUE]: “Magari avessi sposato un extracomunitario!”
MORTO UNO [a MORTA UNO]: “Scusi, signora, ma forse qui andiamo fuori te…”
MORTA UNO [a MORTO UNO]: “E lei scusi, ma di che s’impiccia?”
MORTO DUE [a MORTO UNO]: “Visto che armonia?”
[RUMORI DI PASSI SUL VIALETTO]
BECCHINO UNO: “Dov’è che esumiamo?”
BECCHINO DUE: “Vediamo…[consulta un documento, legge] ‘settore 23 A, tutta la fila di destra’ “.
BECCHINO UNO: “Ammazzalo, tutta la fila?!”
BECCHINO DUE: “Tutta la fila.”
BECCHINO UNO: “Qua ci salta la partita della Roma, Gino!”
BECCHINO DUE: “Checce voi fa’, Ermanno? Vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare.”
BECCHINO UNO: “Ma vaffan..com’è che ci vuole tutto questo spazio?”
BECCHINO DUE: “Secondo te? Ce stanno li morti freschi freschi. Sta’ un po’ a sentì che nomi, a’ Erma’ [cava di tasca un foglio, legge]: ‘Ismail Kadaròs!’”
BECCHINO UNO: “Che d’è, n’arabbo?”
BECCHINO DUE: “Cappio ne so…ah no: arbanese.”
BECCHINO UNO: “Boni quelli!”
BECCHINO DUE [leggendo] “Adekotunbo Myenge!”
BECCHINO UNO: “Ghana!”
BECCHINO DUE: “Fuochino: Nigeria. Aho’, s’è fatto mezzoggiorno. Se famo ‘a pagnottella?”
BECCHINO UNO: “Come se dice ‘sine’ in nigeriano?”
BECCHINO DUE: “Sine.”
[I BECCHINI ESCONO ridacchiando]
 MORTA UNO [a MORTO DUE]: “Giovanni?”
MORTO DUE [a MORTA UNO]: “Che c’è adesso?”
MORTA UNO [a MORTO DUE]: “Ma il settore 23 A non è il nostro?”
MORTO UNO: “Occazz…sì che è il nostro!”
MORTO DUE: “Ma noi stiamo nella fila di destra o di sinistra?”
MORTO UNO: “Non mi ricordo! Porca miseria, non mi ricordo più!”
MORTO DUE: “Neanche io. [a MORTA UNO] Tu Elena ti ricordi?”
MORTA UNO [pausa] “No. No, non mi ricordo.”
MORTO DUE [a MORTA UNO]: “Elena?”
MORTA UNO [a MORTO DUE]: “Sì, Giovanni?”
MORTO DUE [a MORTA UNO]: “Ti voglio bene, sai?”
MORTA UNO [a MORTO DUE]: “Lo so, Giovanni. Anche io.”


Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...



sabato 17 giugno 2017

Lo sciopero dei trasporti di ieri
Ci vorrebbe "Maggie"…



Che c’entra Margaret Thatcher con lo sciopero dei trasporti di ieri? C’entra, c’entra… Perché in Italia, ancora aspettiamo, almeno a far tempo dall’Autunno Caldo, anno di grazia 1968,  un politico della sua statura, in grado di ridimensionare drasticamente  il potere dei sindacati, come fece la Lady Ferro, in modo memorabile, in occasione dello sciopero del Sindacato nazionale dei minatori, il NUM (National Union of Mineworkers),  nel  lontano 1984-1985.
Arthur Scargill, marxista professo, che ne era a capo, pretendeva che lo stato continuasse a foraggiare, a spese di contribuenti, le miniere di carbone, totalmente fuori mercato.   
Margaret Thatcher, allora Primo Ministro,  che invece giustamente  voleva chiuderle,  usò  contro gli scioperanti che difendevano antieconomici privilegi welfaristi, la stessa determinazione usata nelle Falkland e contro l’Ira,  potendo però  contare su  magistrati e poliziotti, fedeli alla  istituzioni, non quinte colonne del sindacato come in  Italia.  
Alla fine “Maggie” vinse su tutta la linea.  Spezzando la spina dorsale del sindacalismo britannico. Ecco il valore simbolico della sua azione, miniere o meno.  Ne uscì vittoriosa,  lavorando su tre fronti: delegittimazione, prevenzione-repressione, isolamento sociale.
Alla magistratura lasciò il compito di verificare la rappresentatività interna  del NUM,  già ridotta rispetto al resto del sindacato, dove,  tra i duecentomila lavoratori delle miniere, sussistevano divisioni  sulla necessità o meno dei "picchettaggi"; alla polizia affidò il compito di prevenire e reprimere, se e quando necessario, qualsiasi atto di violenza  degli scioperanti verso coloro che invece volevano presentarsi al lavoro;  al resto della Gran Bretagna di giudicare, con i propri occhi,  la natura  eversiva, retrograda e corporativa delle idee professate da  Scargill e dai suoi pittoreschi "compagni", di nome e di fatto (*).
Margaret Thatcher era nemica giurata di qualsiasi forma di assistenzialismo,  soprattutto nei riguardi di attività decotte come le miniere di carbone. Il tentativo di difenderne la gestione pubblica  fu un errore colossale. Sicché i minatori  persero lavoro e faccia. Non soldi però, o almeno non del tutto,  perché le liquidazioni  non  furono ingenerose.
Oggi, nonostante l’immaginario di sinistra presenti Margaret Thatcher come il Conte Dracula, il  sindacato britannico,  pur  leccandosi  le ferite (molti ancora tremano al solo udire il nome della Lady di Ferro),  giustifica  la decisione di  chiudere le miniere.
Grande “Maggie”, povera Italia. Nelle mani degli autoferrotranvieri, nemmeno marxisti e che votano pure Cinquestelle...     

Carlo Gambescia   


(*) Margaret Thatcher, The Downing Street Years,  Harper Collins Publisher, London 1993, pp. 339-378 (“Mr Scargill’s Insurrection”).              

venerdì 16 giugno 2017

La bagarre sullo ius soli al Senato
Razzisti vs umanitaristi, la solita storia...


La Lega e i gruppuscoli neofascisti si battono per lo ius sanguinis, agitando il  vessillo della civiltà dell’uomo bianco. Sull’altra sponda,  sinistra e dintorni, si difende lo ius soli evocando, con pari forza,   un’altra bandiera, quella della battaglia di civiltà.
Chi ha ragione? Chi torto?
Diciamo  subito che sul piano organizzativo, la scelta dello ius soli, in un'Italia politica che si rifiuta di controllare i flussi migratori, rischia  di produrre conseguenze disastrose sul piano economico e sociale:  chi fugge  in Italia non sceglie il Belpaese, dopo un attento studio del mercato del lavoro italiano.  Chi fugge, scappa e basta…  Pertanto,  accogliere tutti,  senza tenere conto delle leggi della domanda e dell’offerta di lavoro fa tanto Mandela  e Madre Teresa, ma resta decisamente pericoloso sotto il profilo della stabilità politica e sociale.  E lo  ius soli,  nessuno si offenda,  appare come un invito esplicito a “scappare” in Italia. Al viaggio premio, insomma.
Mentre sul piano morale, la difesa dello ius sanguinis, nel nome della supremazia bianca in versione italiana, è francamente ripugnante. Ci riporta a certi anni bui della nostra storia.  Ed è sociologicamente pericoloso, perché,come abbiamo più volte osservato,  la riduzione, dell' "extracomunitario" a  capro espiatorio, rischia di trasformare il semplice mugugno collettivo nell’incubo,  ben più pericoloso, della  guerra razziale e civile. Occorre, insomma,  più senso di responsabilità. E soprattutto,  evitare vergognose sceneggiate come quelle di ieri in Senato, una  manna per l'impolitico "cretino collettivo".  
Il vero problema è che né gli uni né gli altri sono autentici liberali. E quindi  hanno torto sia i razzisti, sia gli umanitaristi.  Nel senso che la cittadinanza, la vera cittadinanza, non è un fatto di ius soli né di ius sanguinis,  ma esito di una libera scelta individuale e soprattutto di grande rispetto verso i valori del paese  in cui si decide di vivere:  un  principio di scelta ragionata che ovviamente implica  il suo contrario. Ossia che si può "votare con i piedi", e trasferirsi altrove.  Ubi bene, ibi patria.
Però  -   ecco il vero nodo della questione -  il  ragionare, il  valutare, lo  scegliere, il  decidere, sono atti ponderati e individuali  che non hanno nulla in comune  con atti necessitati dalla paura, dall’angoscia,  dal timore, dal bisogno:  sentimenti che spingono profughi e clandestini alla fuga dalle terre di origine, sfidando le acque del Mediterraneo. Insomma, che c’entra tutto questo  con il diritto di cittadinanza?  Che, ripetiamo,  deve essere  una libera scelta. Frutto della ragione, non della paura. 
Certo, nell’emergenza,  li si può, anzi si deve, accogliere e sfamare. Fermo restando che le emergenze sono temporanee per definizione. E che pertanto si dovrebbe ragionare su come mettere fine allo stato di emergenza. In che modo? Puntando sul radicale controllo  dei flussi e su precise  scelte geopolitiche e militari. Decisioni però, che nessuno, da destra a sinistra,  ha il coraggio di  prendere.  E così si ripiega sulle sceneggiate in Parlamento e  nelle piazze.  Del resto, molto meglio, anzi più facile, "giocare" a razzisti contro umanitaristi. A telecamere accese e riunite, ovviamente.   

Carlo Gambescia  

giovedì 15 giugno 2017

 In libreria la  nuova edizione ampliata
( quasi il  doppio delle pagine)  
della “Tentazione fascista" di Tarmo Kunnas
A volte ritornano...




Devo molto  a Tarmo Kunnas.  All'inizio degli anni Ottanta,   insieme al Mussolini  di Renzo De Felice (il quale, tra l'altro, consigliava la lettura di Kunnas),  La tentazione fascista fu una scoperta meravigliosa (1). Capii subito che si trattava di un ottimo strumento  per capire  l’ “errore”  commesso dalle vittime dell'ipnosi  fascista, in particolare gli intellettuali. Quale?  “Identificare una concezione del mondo con una politica”. Secondo lo storico finlandese, accademicamente formatosi in Francia e Germania,   Drieu La Rochelle, Céline,  Pound e altri scrittori  si illusero “di poter identificare la cultura e lo spirito ad un’ideologia e ad un’azione sommaria”,  quella del fascismo e del nazionalsocialismo(2).  
Kunnas parla della “grande idea guida", pre-fascista, che favorì l'abbraccio mortale:  “Il rifiuto dello spirito materialista, utilitario e superficialmente razionalistico del ventesimo secolo. Ed al tempo stesso il rifiuto di qualsiasi forma di progressismo, che non ha compreso a sufficienza che la nostra civiltà tecnica, il modo di vita in auge nelle metropoli, l’esaltazione unilaterale della ‘ragione’ e della ‘bontà morale’ dell’uomo possono anche avere un’influenza negativa sull’uomo moderno”.  Un essere, “che rischia dimenticare - a causa  della sua fiducia nella ragione, nelle leggi della storia - che il vero progresso è dovuto agli sforzi individuali” (3).
Insomma, lo studio di Kunnas  non  rappresenta  assolutamente una riabilitazione del fascismo. Si tratta di un lavoro rigoroso che  smonta e rimonta i  complicati  stilemi di pensiero  che predisporranno la cultura  “tra le due guerre” - non tutta ovviamente -  a cedere  alla tentazione fascista e nazionalsocialista: dall’ irrazionalismo all’antimaterialismo morale, passando per il disprezzo delle ideologie, il culto dell’azione, la critica della decadenza, l'antiegualitarismo, il nazionalismo, eccetera, eccetera.
Se  il libro di Kunnas, ripetiamo, scritto in modo scientifico,  ha un suo lato, come dire,  di profilassi politica, lo  si può individuare nello studio accuratissimo dei tratti distintivi della catena ideologica prefascismo-fascismo. Vi si parla di stilemi tuttora presenti nella  cultura anti-liberale tout court. E qui penso al pittoresco mondo dell'anticapitalismo, del populismo, dell'ecologismo, nonché, ovviamente,  ai nostalgici del nazifascismo e del comunismo.   
Insomma, un libro fondamentale.  Non posso perciò non essere lieto della pubblicazione di una sua riedizione, anzi una vera e propria  nuova edizione, dal numero quasi doppio di pagine, curata sempre da Kunnas  per le Edizioni  Settimo Sigillo di Enzo Cipriano(4).  Editore  con il quale ho avuto l’onore di collaborare, in  anni intensi e belli.  Ne parlo in  A destra per caso (5).
Purtroppo, non ho ancora letto il nuovo libro. Prometto  che lo farò presto.  Due cose però non mi convincono. Sono semplici impressioni. Quindi nulla di togato e definitivo.    
La prima, riguarda il titolo. Il fascino del fascismo che a differenza della “tentazione”,  termine, più neutrale ( fino a un certo punto però,  perché  il vocabolo rinvia  comunque a qualcosa che si deve evitare), "tentazione", dicevo,  termine più neutrale  rispetto a “fascino”, che invece  apre al potere di seduzione  verso ciò che è  bello…  Si aggiunga pure quel disarmonico fascino-fascismo…  Se però così ha preteso l’autore,  obbedisco, come Garibaldi.
La seconda, invece rinvia alla copertina. L’allegoria sull’amicizia tra   Italia e  Germania dell’Overbeck,  anno di grazia 1828, sarà pure romantica e suggestiva,  ma,  se ci si passa l’espressione, con il contenuto del libro c’entra come i cavoli a merenda… Mi sono perciò  permesso, da vecchio collaboratore, di proporre una  post-copertina alternativa, più in sintonia (foto a destra). Agli amici lettori l’onere di scoprire, opera,  autore e anno, di un dipinto (aiutino) dedicato ai Littoriali...
Infine,  per tornare sul tema del fascino, lo storico Deakin,  a proposito dell'alleanza tra Hitler e Mussolini, parlò di brutal friendship. Ora, cosa ci può essere di affascinante nella forza, soprattutto nei suoi aspetti più brutali? Difficile rispondere.
Certo, esiste un lato oscuro negli uomini. Così come esiste, soprattutto negli intellettuali, proprio perché implumi per professione, il desiderio di sublimarlo, ricorrendo all'estetica della forza fisica.  In che modo?   Lungo un percorso scalare che  va dallo sport alla guerra, dall'arte "impegnata" alla giustificazione teorica del genocidio. Purtroppo,  quanto più un'ideologia è totalitaria tanto più resta difficile fermarsi e per alcuni sottrarsi al fascino delle uniformi e delle tempeste d'acciaio. E così ci si avvia verso la fine.   Però,  marciando e cantando...      
    
Carlo Gambescia

(1) Tarmo Kunnas, La tentazione fascista, Akropolis, Napoli 1981, pp. 308, presentazione  di Marco Tarchi, traduzione a cura di Marco Tarchi e Guidalberto Bacci di Capaci.  Il volume si avvale anche di una puntuale prefazione all’edizione italiana di Kunnas.  Con il titolo di Drieu, Céline, Brasillach et la tentation fasciste, quale  tesi di dottorato,  uscì in prima edizione in Francia nel 1972 (Les Sept Couleurs).     
(2) Ibid., p. 15,
(3) Ibid.,  p. 14. 
(4) Tarmo Kunnas, Il fascino del fascismo. L'adesione degli intellettuali europei,  Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2017, pp.  574:  http://www.libreriaeuropa.it/scheda.asp?idis=9788861481879  .                            
(5)  Carlo Gambescia e Nicola Vacca, A destra per caso. Conversazioni su un viaggio, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2010, pp. 33-37 :  http://www.ilfoglioletterario.it/Catalogo_Saggi_A_destra_per_caso.htm .

mercoledì 14 giugno 2017

Perdono le elezioni e inseguono la destra razzista

I fascio-grillini




Ci piacerebbe capire il nesso causale tra i campi Rom sulla Pontina e gli extracomunitari che attraversano il Mediterraneo, dirottati verso i centro di accoglienza. La “Sindaca” Raggi, subito allineatasi  ai contrordini  di Grillo,  si giustifica parlando  “di forte pressione” migratoria su una Roma, già piena di problemi  (i Rom appunto).    
Però, in fondo, perché stupirsi? Siamo davanti a un comportamento politico prevedibile per una forza populista come Cinque Stelle: il principio del capro espiatorio. Lo spostamento demagogico  dell’attenzione collettiva  verso un bersaglio politico di sicuro ( o quasi) successo. Tuttavia, per ora, nell' Italia degli anni Duemila,  clandestini  e  Rom si "combattono" soltanto  a colpi di mugugno. Perché,  ecco il punto,  attaccarli  evocando un casereccio Italy First,  può portare voti. 
Abbiamo usato il termine "mugugno" per una precisa ragione: finora nonostante le ricorrenti  “sparate”  di  Salvini, della Meloni e ora di Grillo,  il fenomeno del razzismo non si è  manifestato in tutta la sua estensione e pericolosità sociale. Il "mugugno", al massimo è un fattore sociologicamente "climatico", eventualmente anticipa, precede  l'atto, non segue. In qualche modo, ci informa sul fatto che il "temporale" non è ancora  scoppiato. Certo, si addensano nuvoloni all'orizzonte, si scorge qualche lampo lontano tra i monti,  tuttavia  ancora non grandina o piove... 
Innanzitutto, come informano gli  studi in argomento,  il razzismo, si diffonde  tra quelle fasce di popolazione, dove  è rilevabile  deprivazione economica e culturale. Si pensi all'esempio statunitense dei cosiddetti “bianchi poveri” che vivono, annaffiando tutto con molto alcol,  come i “neri poveri” di welfare pubblico, quando c'è,  lavori marginali e carità privata o comunitaria.  Inoltre, il razzismo  si sviluppa e manifesta attraverso concrete forme di reazione organizzata (dall’intimidazione all'omicidio), comportamenti  tesi a contendere risorse, a maggior ragione quando e se scarse, agli  appartenenti a etnie diverse da quella dominante.
Se si volesse usare un' immagine, brutale ma efficace, il razzismo  si esprime sempre  attraverso il linciaggio e la persecuzione dei membri di un'altra etnia.  In Italia, fortunatamente,  non siamo ancora a questo punto: la figura del “bianco povero”, praticamente  non esiste, dal momento che  non ci sono  italiani che contendono, magari ricorrendo alla violenza, le elemosine all’ extracomunitario davanti ai supermercati.  Naturalmente,  si registra  una crescente insofferenza sociale,  il “mugugno”, al quale abbiamo accennato: si dice che così non va, e che si dovrebbe fare qualcosa. Siamo davanti all’atteggiamento,  non di chi abbia perso tutto in favore di un  altro gruppo etnico, ma di chi teme, da un momento all'altro,  di perdere qualcosa.  
Di conseguenza,  il “mugugno”  collettivo,  in quanto atteggiamento,    non  può essere assimilato al comportamento di fatto del  gruppo organizzato che punta all’eliminazione fisica, attribuendo al suo atto   valore esemplare e/o di  risposta sistematica.
Sicché, proprio per impedire il passaggio all’atto, si dovrebbe agire con decisione sul piano del controllo dei flussi o comunque valutare il fenomeno realisticamente.  Qui però si apre un intero nuovo universo, quello dell'implementazione politica (  basata sulla "logica" del poche parole, molti fatti), che esula da questa analisi. Quel che invece  non ci stancheremo mai di ripetere è che va assolutamente evitata  la  retorica del  “capro espiatorio”, tipicamente populista,  sulla quale  invece  fanno leva -  non troviamo altra definizione migliore -  i fascio-grillini  per  riguadagnare i voti perduti.  
Gioco quindi molto pericoloso. Perché  al  “cattivismo” si oppone  per reazione una contro-retorica “buonista", propugnata, e non da oggi,  da certa  sinistra, altrettanto populista, che indica nel “razzismo cosmico” un capro espiatorio di segno diverso. 
Il “buonismo” progressista  meriterebbe un altro  articolo. Però  l’accenno crediamo  basti a far capire che tra questi estremi, come dire, di tipo "espiatorio",  si muovono gli italiani, che per ora mugugnano, e che quindi, in fondo, non sono pro né contro.  Ciò spiega l'assenza del  passaggio  all'atto.  Fino a quando ?

Carlo Gambescia                          
                   



martedì 13 giugno 2017

Comunali,  pentastellati sconfitti
Maggioritario alla francese,  che si aspetta a introdurlo anche per le politiche?



Come sempre l’Istituto  Cattaneo  svolge  bene  il suo lavoro  di studio dei flussi elettorali. E a tempo di record.  Leggiamone  le  conclusioni sulla  dispersione del voto pentastellato alle comunali di domenica scorsa:

Per quel che riguarda, infine, il bacino dei candidati M5s si osserva una dispersione in tante direzioni diverse". E' quanto sottolinea l'istituto Cattaneo alla luce dell'analisi dei flussi di voto a Alessandria, Pistoia, Piacenza, Padova e La Spezia. "Ad Alessandria la candidata del centrosinistra Maria Rita Rossa, ripresentandosi al voto, mantiene la gran parte del suo elettorato del 2012 con lievi perdite verso il candidato di centrodestra, verso il candidato "grillino" e verso i candidati "civici" ma non, a dispetto di quanto accade nelle altre 4 città analizzate, verso l'astensione. "Il bacino del candidato 2012 del M5s (Malerba) in prevalenza si riversa sul nuovo candidato M5s (Serra) cedendo qualcosa al centrodestra. Allo stesso tempo, Serra rosicchia qualcosa al centrosinistra", spiega l'Istituto Cattaneo che aggiunge: "Gli elettori che nel 2013 votarono per il M5s si sono oggi dispersi in tante direzioni diverse: astensione, candidato grillino, candidato di centrodestra e candidato di centrosinistra"


Perfetto. Finalmente una buona notizia.  Però il vero punto della questione, al di là della disaffezione dell'elettore pentastellato, è un altro: mettere in sicurezza il sistema politico, favorendo la  non trasformazione dei voti anti-sistemici in seggi parlamentari.  Come? Introducendo il maggioritario con il doppio turno alla  francese.  Per quale ragione?  Intanto, perché, come è evidente,   il sistema elettorale maggioritario simil-gallico che regola il voto nei comuni italiani,  penalizza sistematicamente il terzo partito:  non ne trasforma, per l'appunto,  i voti in seggi.  In Francia, dove è in vigore il maggioritario, il Front National, forza eversiva, con consensi a due cifre, alle ultime legislative, ne è uscito a prezzi, cancellato dalla geografia politico-parlamentare. Certo, i francesi  hanno goduto dell’effetto Macron. Ma,  in realtà,  il Front  National, anche in passato, non è mai riuscito a tradurre i voti in seggi. Come del resto è accaduto,  in Italia,  domenica scorsa,  dove Cinque Stelle,  confermando tra l'altro  di essere in debito di ossigeno elettorale (il che non è male), è uscito a pezzi dalle elezioni comunali.
Ovviamente, il maggioritario alla francese, per funzionare bene,  necessita di quell’unità repubblicana, di ferro,  capace di unire  eletti ed  elettori  attraverso patti di desistenza, a livello di collegio, tra centro-destra  e centro-sinistra,  contro le forze estremiste.  Serve maturità politica.
Pertanto Renzi, Berlusconi e ciò che resta di una destra e una sinistra responsabili  (in Parlamento), dovrebbero subito impegnarsi per l’approvazione di una legge elettorale maggioritaria in grado di mettere a tappeto il M5s.   Senza pastrocchi all'italiana: maggioritario  "secco" e via (nel senso di evitare qualsiasi venefica miscela di maggioritario e proporzionale).  Certo, l’Italia  non è la Francia: Oltralpe il Presidente della Repubblica conta.  E si vede.  Insomma, per usare una brutta metafora,  il sistema elettorale è il braccio, l'uomo politico la mente.  Se è vero  che  il maggioritario penalizza le forze eversive, è altrettanto  vero  e soprattutto auspicabile  che  le forze riformiste e moderate, a loro volta,  diano  prova di saper governare sulle basi di un forte esecutivo e di una sana alternanza tra  partiti di sicura fede repubblicana.
Invece da noi, in questi giorni, di tutto si  parla, anche  " di ritorno del bipolarismo", ma, come dire, per caso, quasi in chiave di flussi astrologici,  senza alcun riferimento alla necessità  politica di introdurre una legge maggioritaria “gallica”.  Che si aspetta, ancora?   Si vuole  proprio  consegnare l’Italia a Grillo?          

Carlo Gambescia

lunedì 12 giugno 2017

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 12 giugno, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 666/2, autorizzazione CONCISTORO DEGLI INCAPPUCCIATI 7932/3a [Operazione “GRANDE INQUISITORE” N.d.V.] è stato effettuata in data 11/06/2017, ore 22.50, la registrazione delle seguenti conversazioni, tenutesi presso il Cimitero del Verano (Roma).
[omissis]

MORTO UNO: “Tsè! Populisti!”
MORTO DUE: “Perché lei cosa avrebbe contro il popolo?”
MORTO UNO: “Contro il popolo niente. Ce l’ho coi populisti.”
MORTO DUE: “Sovranisti, prego. Sovranisti, no ‘populisti’.“
MORTO UNO: “Sovranisti, populisti, una faccia una razza.”
MORTO DUE: “Ma bravo, anche razzista adesso.”
MORTO UNO: “Razzisti sarete voi che siete contro gli immigrati.”
MORTO DUE: “Noi non siamo ‘contro gli immigrati’, caro lei. Siamo contro l’invasio…”
MORTO UNO: “…no l’invasione, eh? No, per favore…”
MORTO TRE: “Ahò, e dateve ‘na carmata! Ma chevve frega a voi, se po’ sape’?”
MORTO DUE: “Come ‘chevvefrega a voi’? Siamo tutti italiani, no? Non ci tiene lei all’Italia?”
MORTO TRE: “Semo tutti italiani ma semo pure tutti morti. O no?”
MORTO UNO: “Lei, caro amico, coglie un punto indubitabile. Siamo morti, è vero. Ma non per questo smettiamo di essere cittadini responsabili, pensosi del futuro. Pensi ai nostri figli, ai nostri nipoti…”
MORTO TRE: “Boni quelli. Con affetto e sentimento, meno te vedo e mejo me sento.”
MORTO DUE [sottovoce, a parte]: “Cinismo plebeo, ecco la malattia italiana…”
MORTO TRE: “A’ more’: so’ morto, mica so’ sordo. Ce lo voi sape’ qual è ‘la malattia italiana’?”
MORTO DUE: “Non vedo l’ora.”
MORTO TRE: “Che sinistra e destra è tutta ‘na minestra. Ecchite ‘la malattia italiana’, bbello mio.”
MORTO UNO [a MORTO DUE]: “Qui devo convenire con lei. Questo tersitismo, questa furberia cinica sono la nostra palla al piede. Ecco perché servono istituzioni sovrannazionali come l’Unione Europea, con tutti i suoi limiti e difetti che sono il primo a riconoscere. Il vincolo esterno, caro amico, il vincolo esterno! Sgradevole finché vuole, ma impedisce che cadiamo in balia di questi…questi…”
MORTO TRE [a MORTO UNO]: “E ddillo, bello mio, dillo: ‘questi…’? Nun lo voi di’? Lo dico io. Questi poracci co’ le pezze ar culo. Giusto?”
MORTO DUE [a MORTO UNO]: “Dissento in toto. E la sovranità popolare? La Costituzione? Certo, il popolo va educato, guidato…”
MORTO TRE: “Parla, parla che ciài raggione…Chi cià i quatrini nun cià mai torto.”
MORTO DUE: “Ma che quattrini vuole che abbia, scusi? Qua i quattrini non ce li ha nessuno!”
MORTO TRE: “Ce l’hai avuti o no? Eh? Eh? Ce l’hai avuti? Che se sente da come parli, chettecredi?”
MORTO UNO: [a MORTO DUE] “Visto? Che cosa le dicevo?”
[RINTOCCHI DI CAMPANA]
BECCHINO: “A’ rega’! So’ le undici, state boni che qua se dorme. Bonanotte.”
MORTO TRE: “Però, già le undici? Come passa il tempo…”
MORTO UNO: “Altro che passa, vola…”
MORTO DUE: “Visto che era una buona idea parlare di politica?”
MORTO TRE: “Sì, guarda, devo ammettere che è una grande idea.”
MORTO DUE: “Sì, niente da dire: ti prende proprio.”
MORTO TRE: “Domani però il populista lo faccio io.”
MORTO DUE: “Non sono stato bravo?”
MORTO UNO: “No, bravo sei bravo, però…”
MORTO TRE: “…un cincinino di aggressività in più, forse…”
MORTO UNO: “…ecco.”
[pausa]
MORTO DUE: “Ma secondo voi fanno sul serio, loro?”
MORTO TRE: “Dici i vivi? Quando parlano di politica?”
MORTO DUE: “Sì.”
MORTO UNO: “Perché, non facciamo sul serio noi?”
[i MORTI ridono]

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler


 (*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...




venerdì 9 giugno 2017

Nuovo punto a favore di Grillo: "affossata" la legge elettorale. 
Camera  senza vista, a pezzi...



Si tratta di una questione  ben  evidenziata  da Angelo Panebianco  e  Giuliano Ferrara.  Si nota, giustamente, che il proporzionale, in condizioni storiche assai diverse rispetto alla  Prima Repubblica (guerra fredda e bipartismo imperfetto o pluralismo polarizzato), rischia di produrre  frammentazione  e crescita dei partiti estremisti.  Osservazioni del  resto in larga parte confermate dalle analisi politologiche  e storiche sugli effetti di ricaduta,  non sempre politicamente  ben gestibili, del proporzionale, anche  quando  hard  con  le formazioni minori.  Sicché, il fatto che la legge elettorale proporzionale sia stata “affossata” potrebbe essere considerato positivo. Oppure no?  Difficile rispondere.
Innanzitutto, non è escluso che il flop di ieri sia una semplice battuta d’arresto.  E che, pur allontanandosi il voto autunnale,   non si possa  non approvarla  prima della scadenza naturale della legislatura nel 2018. Naturalmente, la “voglia” di elezioni a breve (dei partiti  sopra il 5 per cento)  - e di riflesso dell’accordo o meno  sul proporzionale -  dipenderà  molto dai risultati delle  elezioni amministrative di domenica. 
In realtà, il vero punto è un altro.  Secondo Alessandro Campi,  il Movimento Cinque Stelle potrebbe invece  trasformarsi  in credibile  forza di governo. Per quale ragione?  Perché sociologicamente sospinto, come tutte le forze politiche,  da una più che naturale “volontà di potere” che  può limarne, se non addirittura rendere inoffensivi,  gli aculei anti-sistemici. Di qui, a suo avviso, un surplus prossimo venturo  di credibilità, se non  autorevolezza.            
Springtime for Grillo in Italy? Non siamo d’accordo.  La vera questione  è che la fame di potere, comune a tutte le forze politiche, nel Movimento Cinque Stelle, si nutre di robuste dosi di estremismo  programmatico. Tradotto: più le “spara grosse”, distinguendosi da tutti gli altri partiti, più cresce nei consensi.  Quindi, per così dire,  perché dovrebbe evirarsi elettoralmente? 
Altra cosa  invece sono le scelte tattiche, come quella di dire prima  sì alla legge proporzionale, per poi contribuire   al suo affondamento. E, ovviamente,  godersi lo spettacolo.
Dal punto di vista strategico,  non tattico,  il  movimento pentastellato, vive di una durissima   “critica al sistema”  e  ha tutto da guadagnare,  giocando al rialzo,  dallo “sfascio” dello stesso.  Il dialogo, apprezzato da  Campi,  ammesso e non concesso che esista,  ha puro valore tattico. Lo scopo strategico  dei  Cinque Stelle, non cambia:  conquistare il potere, con le proprie forze, screditando  l’avversario, fino a distruggerlo, a cominciare  dal sistema rappresentativo,  il suo  nemico principale. Dopo di che una volta in cima,  non dividerlo con le altre forze politiche:  Après nous, le déluge...  Espressione che ben coglie  una regolarità metapolitica, quella dell'autodistruzione per vizio di potere assoluto, di regola catastrofica, per i popoli che la  subiscono,  diciamo pure,  dopo essere andati stupidamente a cercarsela...  
Sicché, al punto in cui siamo,  i veri problemi non sono  tanto (o comunque non solo) il tipo di legge elettorale e la mission politologica, trasparente o meno, di dover scorgere il bicchiere mezzo pieno del perbenismo pentastellato, bensì ritrovare la capacità di opporsi al progetto egemonico, per alcuni addirittura totalitario, del Movimento Cinque Stelle.  Il che però imporrebbe una sorta di "a priori repubblicano":  l’unità delle forze riformiste e moderate  nel contrastare e isolare una forza  dall'agenda politica chiaramente eversiva.
Purtroppo, il senso autentico della caotica giornata di ieri è ben colto e  rappresentato  dalla triste  immagine di una  Camera litigiosa, senza alcuna vista (sul futuro),  completamente a pezzi.  Altro che "a priori repubblicano"...  Insomma,  un  nuovo  punto a favore  di Grillo.        

 Carlo Gambescia