martedì 7 marzo 2017

Istat: più vecchi e culle vuote
E se fosse il nostro ottimo sociale?



Non ci  “infileremo” in una discussione  sui  dati  demografici diffusi ieri  dall’Istat  e oggi  rilanciati dai mass media  (*).  Quel che stiamo per proporre agli amici lettori è  un’analisi anti-mainstream del fenomeno, né pessimista, né ottimista. Proveremo a  ragionare  non tanto sui dati odierni, che nulla tolgono nulla aggiungono,  quanto  sulle  tendenze di fondo.
Si invecchia di più: bene, è segno che la qualità della vita  e dell’assistenza medica sono  più che buone.  Inoltre,  poiché la fruizione dei servizi medici è legata al tasso di istruzione e di informazione ( per dire: laureati e diplomati vi ricorrono di più rispetto a chi  ha un  titolo di studio inferiore)  la maggiore cura della propria  persona e  salute, indica che la società  si è trasformata culturalmente, e in meglio.    
Si fanno meno figli: meglio così, la società si adegua alle  potenzialità economiche (attuali) del sistema, altrimenti, se i giovani fossero troppi, semplificando,  non ce ne sarebbe per  tutti. E, di riflesso,  crescerebbe il pericolo della voice e in prospettiva  di rotture rivoluzionarie. Ad esempio, semplificando di nuovo,  dietro il ’68 ( e il terrorismo)  c’è  la linea di intersezione tra il baby boom del dopoguerra e  la difficile congiuntura economica a cavallo degli anni Sessanta e Settanta.
Inoltre, il fatto, che molti giovani  ritardino l’ingresso nel mondo del lavoro e nel mettere figli  al mondo,  indica che le famiglie di provenienza possono permettersi di mantenerli.  Ciò  comprova  che la situazione economica, grazie anche al rilevante inserimento della donna nel mondo del lavoro ( e quindi alla disponibilità di più entrate, incluse quelle delle “nonne” che vivono più a lungo) e all’alto tasso di risparmio per famiglia (che non accenna scendere, almeno in assoluto), e al possesso diffuso di case di proprietà (e altri beni immobili),  comprova, dicevamo, che la situazione economica risulta ben lontana dall’essere catastrofica, come certo “piagnonismo” nazionale la dipinge.
Insomma,  non è vero che  "fare"  meno figli, sia un fattore negativo. Può esserlo sul piano morale e  religioso. Ma sono scelte etiche,  di principio, infalsificabili. Così come "fare figli"  può essere un fattore positivo quando una società, economicamente in espansione, ha necessità di forza lavoro crescente. Situazione che però, almeno per ora,  non riguarda  l’Italia, come prova la vita stentata del nostro Pil.  E, tra l’altro,  la dice lunga, sulla reale necessità  di forza lavoro importata dall’esterno.  Il che, ovviamente,  non significa chiusura nel riguardi dell’accoglienza umanitaria. Si dovrebbe solo spiegare ai cittadini le cose come stanno: che, per ora, i “migranti”, non essendo il portato di un’economia dell’offerta e della domanda,  non troveranno lavoro in Italia, ma che dobbiamo accoglierli perché così proclama la Carta dell'Onu, la Costituzione, il Vangelo eccetera.  Certo, un esercito di riserva (anche solo come minaccia)  può   abbassare il costo del lavoro.  Ma questa è un’altra storia, che vale anche per il lavoro femminile.       
Dal punto di vista sociologico,  le società tendono verso un  equilibrio naturale, un ottimo, al di là del bene e del male ( nel senso del minimo del massimo, o minimax,  perseguibile  in un dato momento), un punto di equilibrio che può non corrispondere all’ottimo  etico (secondo le varie impostazioni morali). In questo momento, il calo della  natalità, che  spiccatamente abbraccia gli ultimi due decenni,  indica che questo, per ora,  è il nostro ottimo sociale:  molti vecchi, pochi figli,  pochi giovani,  e per giunta a casa.  
Nel lungo periodo  il calo demografico  può provocare, come si legge, la  “scomparsa  degli italiani”? Se la stagnazione produttiva, dovesse diventare strutturale e al tempo stesso le riserve economiche esaurirsi, il calo demografico potrebbe acuirsi. Di conseguenza,  i livelli di ottimo e di resilienza sociali potrebbero scendere ulteriormente per adeguarsi a un  ottimo economico ( a misura  di Pil)  in picchiata.  Ancora meno italiani, insomma.  Il che però,  non significa più “stranieri”,  dal momento che il tasso di natalità degli immigrati, come è noto, tempo una generazione (anche meno), si adegua al trend generale.     
Si può fare qualcosa?  L’idea di una "cultura delle nascite" promossa attraverso policy, ossia incentivi pubblici, rientra nel quadro di un assistenzialismo etico dai pericolosi contraccolpi fiscali e burocratici.  Dal momento che se  vi fosse risposta positiva, le maggiori nascite rappresenterebbero un ottimo morale senza alcuna rispondenza sui piani dell’ottimo sociale ed economico.  Mentre se la risposta fosse negativa,  un falso senso di impotenza morale potrebbe diffondersi, non solo tra i policy maker, allontanando le prospettive di ripresa.   
Come si vede, un bel rompicapo. Probabilmente,  si  potrebbe   lasciare  che le società fissino da sole il proprio ottimo. Il che però va a  collidere  con le ragioni del consenso politico. Che è costruito artificialmente. Ciò significa, e concludiamo, che pure l'ottimo politico non sempre corrisponde all'ottimo sociale. Ma questa è un'altra storia...           

Carlo Gambescia