martedì 7 febbraio 2017

L’ 8 settembre 1943 e il fascismo
A proposito di morte della patria




Ieri  riflettevamo sull’8 settembre. Chissà,  dietro la  spinta dell'inconscio,  segretamente sollecitata dalla visione di  un' Italia invertebrata, che sembra  in spasmodica attesa, soprattutto dopo la vittoria di Trump,  dell'  "Uomo della Provvidenza".  Oggi ne scriviamo.
8 Settembre: si parla di  una metafora politica italiana, variamente interpretata secondo la  sensibilità ideologica. Per la destra è rimasto  il giorno del tradimento  e della sconfitta, per la sinistra (con il centro, a ruota)  dell’inizio del  riscatto culminato il  25 aprile del 1945, poi celebrato come giorno della Liberazione  e della Vittoria, con le maiuscole.  Due date (alle quali andrebbe aggiunta quella del 25 luglio, defenestrazione di Mussolini, da parte degli stessi fascisti), ancora oggi assai diversamente ricordate e vissute, che provano quanto sia ancora profonda la frattura provocata dalla guerra civile del 1943-1945: dove i vinti si considerano vincitori, come ancora si legge, "sul campo dell'onore", ma dalla parte sbagliata,  e i vincitori, vincitori della seconda parte della guerra, quella giusta combattuta a fianco degli Alleati. Nessuno in pratica,  avrebbe vinto o perduto completamente. Di qui, la delegittimazione ideologica reciproca che ancora avvelena il clima politico italiano.   
Detto questo, per tornare all’8 settembre, come concreto evento storico,  non va tanto  sottolineato il peccato di doppiogiochismo, che fu commesso  anche degli Alleati ( e che in una trattativa del  genere era ed è  comprensibile), quanto l’assenza di un centro di comando (lo Stato Maggiore, che invece di coordinare la difesa  seguì il Re e la famiglia reale al Sud),  di un preciso piano di reazione militare (che invece i tedeschi avevano) e di ordini precisi (che invece da parte di Hitler non mancarono).
Fattori che  provocarono lo sfaldamento delle forze armate. Che fuori d'Italia, si trasformò in tragedia: si  pensi solo a quel che accadde a Cefalonia e all' affondamento della corazzata Roma. Di libri, chi scrive, ne ha letti tanti, forse troppi,  ma resta difficile  testimoniare  la tristezza provata, perfino  le lacrime versate, nella lettura della migliore ricostruzione storiografica in argomento: la chirurgica monografia  di Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando ( il Mulino 1993, 2003).
Non vogliamo qui proporre la recensione del saggio della Rossi, ma più semplicemente  mettere l’accento  sull’8 settembre,  presentandolo  come il  frutto  velenoso  di una  vergognosa superficialità, individuale e collettiva.  Che alcuni possono attribuire ai soliti  "antichissimi"  vizi italici, croce e delizia della commedia cinematografica all'italiana.  Cosa dire?  Liberi di farlo. Noi preferiamo attenerci ai fatti.
Dicevamo vergognosa superficialità individuale e collettiva. Per quale ragione?  Perché il fascismo, come provano gli studi di Renzo De Felice (in particolare la colossale biografia mussoliniana), visse anche del consenso sociale di milioni di italiani, applausi e braccia tese, perfino davanti alle leggi razziali, che accompagnarono le scelte  superficiali e quindi sbagliate  di quegli anni.
Superficialità collettiva di credere nel mito imperiale di Mussolini, in un paese dai trascorsi coloniali post-unitari, a dir poco ridicoli;   superficialità delle classi politiche  nello scendere in guerra a fianco di un alleato, molto più forte e militarmente attrezzato di noi,   trascurando - proprio Mussolini, che si diceva suo cultore -  la lezione di Machiavelli (che se l’alleato maggiore vince si mangia  l'alleato minore, se invece perde, lo trascina con sé nella sconfitta);  superficialità dello Stato Maggiore, e dello stesso Mussolini,  nella gestione, tra l’altro assai confusa,   di una guerra che non si poteva non condurre al risparmio, perché l’Italia non era assolutamente preparata, nonché priva di risorse; superficialità da parte del Re e dei vertici militari, come detto,  nella disastrosa gestione  del dopo-armistizio.
Mussolini, dittatore, e quindi formalmente responsabile unico, avrebbe dovuto imparare da un altro dittatore, Francisco Franco, il quale, ben consapevole della debolezza spagnola,  riuscì abilmente a tenere fuori il suo paese dalla guerra (Hitler, ad esempio, voleva attraversare la Spagna e prendersi Gibilterra, quindi la pressione su Franco fu fortissima).  Su di lui si legga  J. Palacios e S.G. Payne, Franco, una biografía personal y política  ( S.L.U. Espasa Libros 2014).
E nel secondo dopoguerra, pur tra gli  alti e bassi degli anni Cinquanta, Franco  favorì consapevolmente la crescita economica infrastrutturale  e la formazione negli anni Sessanta - per alcuni, suo malgrado -  di una duttile e modernizzatrice  classe dirigente, composta di moderati, che dopo la sua morte,  facilitò con altrettanta abilità la transizione alla democrazia.  E oggi la Spagna, economicamente parlando, dà lezioni all’Italia ed è per giunta fiera, a differenza di noi, di restare in Europa.  E di essere monarchica. Mentre in Italia dei monarchici si persa traccia. Ma naturalmente c'è chi, come in una specie di gioco politico dell'oca,  rimpiange i Borboni e l'Impero Austro-Ungarico...
Sicché la  piagnucolosa destra italiana,  a cominciare dai neo-fascisti, dovrebbe andare  a lezione da personaggi, pur diversi tra loro, come  Suarez e Fraga Iribarne che spiegano il  successo  di Aznar e Rajoy.  Successo legato,  va riconosciuto, anche al  grande senso di equilibrio mostrato dall’opposizione antifranchista, almeno fino all'ascesa del settarismo zapaterista. Sulla transizione si veda A. Bosco, Da Franco a Zapatero. La Spagna dalla periferia al cuore dell’Europa (il Mulino 2005) .
Per tornare  all’8 settembre, Ernesto Galli della Loggia (La morte della patria, Laterza, 1996, 2003) ha parlato giustamente di una data che notifica  l’atto di  morte della patria italiana.  E più in generale di uno spirito patriottico, che a dire il vero nella sua forma politica, a parte alcune nobili e letterarie eccezioni, risaliva al Risorgimento italiano, che fu opera di pochi e audaci liberali, che seppero coraggiosamente andare contro la reazione e contro la rivoluzione,  i  due famigerati  nemici dell’idea liberale: i  neri e i rossi.
Diciamo che l’idea di patria  era stata  violentata e uccisa  ben prima dell’8 settembre,  dall’overdose di nazionalismo e imperialismo fascisti, ideologie  imperversanti  nel Ventennio. Pertanto se morte dell’idea di patria, come  fusione di libertà, democrazia parlamentare e costituzione ( lo Statuto),  ci fu,  la responsabilità va ascritta a Mussolini e ovviamente anche alla Monarchia e  alla  parte più retriva della classe dirigente liberale che, insieme al Re, aveva appoggiato  l’ascesa del fascismo e di Mussolini,  definito, prima  in ambienti clericali, poi dallo stesso Papa Ratti dopo il Concordato, come  "Uomo della Provvidenza".
Sicché l’8 settembre non fu altro che il momento della decomposizione finale di quel corpaccione italico, sfigurato, non tanto dalla  prima guerra mondiale, vinta,  ma da un dopoguerra, malamente  gestito e perduto, perché  ferito a morte dal nazional-fascismo  tra la marcia su Roma e l’assassinio di Matteotti.
E  ancora  oggi ne paghiamo le conseguenze.   

Carlo Gambescia