venerdì 18 agosto 2017

Nuovo attentato islamista:
furgone-kamikaze  sulla folla,  morti e feriti a Barcellona
Chi di umanitarismo ferisce, di umanitarismo perisce




La grande recita umanitarista è ricominciata.  Dalla Rambla di Barcellona. La recita è collettiva, riguarda tutti:  terroristi islamici,  mass media, ministri e politici.  Quanto durerà? Qualche giorno, poi il silenzio.  Fino al prossimo attentato.
Purtroppo, la realtà è questa.  Ogni volta, si replica, come a teatro: i terroristi colpiscono duro, la polizia arresta  e uccide, se proprio non può farne a meno,  i mass media piangono i morti,  nelle piazze si accendono  lumini  tra lo sventolio delle  bandiere  arcobaleno, i politici dichiarano all'unisono che aumenteranno le misure di sicurezza, senza però violare i "diritti umani".   E così via. Fino al prossimo eccidio.
Per quale ragione?  Perché l’ Europa, in questa dolciastra recita collettiva,  rifiuta di prendere coscienza del ritorno di  una minaccia epocale: l’Islam jihadista,  prima nella veste  di  una  guerra civile incombente, poi, quando sarà il momento giusto,  della guerra di riconquista.  Un rifiuto suicida, che consiste nel minimizzare il pericolo e nel credere che la secolarizzazione, prima o poi,  guadagnerà anche il cuore degli islamisti.  Insomma, che   buon senso e  umanitarismo prevarranno: chi può amare la guerra?  
Si chiama strategia della fiduciosa attesa. Ed è appunto impregnata di umanitarismo. Una  scelta che però non ha alcun senso, quando è il nemico che ti  indica come tale. E  vuole distruggerti, a prescindere dalla tua benevolenza verso di lui. 
Il  nostro nemico  ama la guerra, eccome.  Sveglia!  Altro che porgere l'altra guancia o limitarsi a qualche buffetto. Servono misure radicali:  dai tribunali speciali, alla dichiarazione dello stato di guerra nelle zone attaccate (o a rischio),  al ritiro o sospensione della nazionalità nei riguardi di terroristi e complici morali, al rimpatrio forzato, se serve,  collettivo, con il ferro o con il denaro.  Per non parlare della necessità di  una strategia militare sul piano internazionale, nei termini di una vera propria occupazione militare e normalizzazione del Medio Oriente: non basta vincere, bisogna presidiare il territorio. Ovviamente, per il pacifismo umanitarista, queste sono  tutte  utopie, per giunta pericolose. Gli amici dell'arcobaleno consigliano invece di attendere, aprirsi ancora di più, e, soprattutto, di credere  fiduciosamente nella buona  fede del nemico e nella sua buona volontà. Amen.
Dietro questo atteggiamento suicida, non c’è alcun complotto,  ma solamente una stupida  fede  nei valori dell’umanitarismo, ormai penetrata - anche a   colpi di  martellate mediatiche -  in tutti gli strati della nostra società. Un atteggiamento  che si condensa in alcune idee:  quelle del dolce commercio che si sostituisce alla guerra e del welfare alla povertà;  l’idea che la  ragionevolezza umana alla lunga vince sempre; l'idea della manipolabilità degli uomini  attraverso l’educazione e l’istruzione.  
Si dimentica però che i valori umani, contro Hitler, furono difesi con le armi in pugno, fino all’ultimo uomo. E non a colpi di carte  socialistoidi dei diritti. Che però seguirono i bombardieri.  Questo per dire, che  pur tra le  differenze ideologiche e organizzative, la gravità della crisi che ora stiamo attraversando  è la stessa di allora.   
Insomma,  chi di spada ferisce, di spada perisce. Si tratta di una grande verità politica che  l’Europa e l’Occidente sembrano aver dimenticato. Per sposare la causa dell’umanitarismo disarmato si è ripudiata la prima moglie:  quella del liberalismo armato.  
Si è dimenticato che il liberalismo, il vero liberalismo,  si  nutre di grandi tradizioni militari.  E soprattutto che non ha nulla a che vedere con l’umanitarismo di derivazione socialista e pseudo-cristiana: i soldati di Cromwell difesero l'idea liberale di rappresentanza politica;  i coloni americani si liberarono dal giogo inglese impugnando i fucili; le navi britanniche, armatissime, difesero sui mari il libero commercio; i moschetti napoleonici favorirono la diffusione dell'idea liberale in tutta Europa; le rivoluzioni liberali dell’Ottocento, a partire da quella italiana, vinsero sui campi di battaglia.  Pertanto la vittoriosa  guerra contro  Hitler non è che il portato di una lunga tradizione liberale che non ha mai disdegnato, quando necessario, l'uso delle armi. Il realismo liberale è una cosa, il pacifismo socialista un'altra.  Mai dimenticarlo. 
Cosa significa tutto questo?  Che, oggi, il rischio è grosso. Perché,  purtroppo, vale anche il contrario: chi di umanitarismo ferisce, di umanitarismo perisce. 

Carlo Gambescia                     

giovedì 17 agosto 2017

 La donna romana  fatta e pezzi e gettata nel cassonetto
Quando dai commenti trasuda Schadenfreude 
( ovvero gioia per le disgrazie altrui)



Inutile illudersi, non  esiste il progresso morale: l’uomo è lo stesso da sempre. Può però essere tenuto a freno nei suoi comportamenti,  di volta in volta, dai costumi e dalle forme di deferenza ispirate a valori politici, morali,  religiosi che agiscono come strumenti di autocontrollo e disciplina sociale.  Tuttavia, il  nocciolo duro del suo comportamento è dettato dall’egoismo e dalla convenienza a rispettare o meno le regole. E come vedremo più avanti, dal piacere, più meno sottile,  per le disgrazie altrui, la Schadenfreude, come dicono i tedeschi.  
Ovviamente, non per tutti gli uomini è così. Come in tutti campi, anche in quello morale, esistono delle élites, mosse da principi superiori, autodisciplina, senso della responsabilità. Ma élites restano. Insomma, minoranze. 
A questo pensavamo, leggendo sui Social  i commenti   a un brutto fatto di “cronaca nera” (come si diceva un tempo),  accaduto a Roma:  la donna fatta a pezzi e gettata  nel cassonetto (*). Il tono generale  è distinto dall’irrisione: si guarda alla notizia, come occasione per fare battute più o meno spiritose.  Attenzione:  non ci troviamo dinanzi a commenti, come dire al di là del bene e del male, che certifichino indifferenza morale. Magari.  Sono l’esatto contrario,  si infierisce, con la consapevolezza di infierire.  Sono dalla parte male, programmaticamente.  Con sadismo.
C’è chi scherza sulla raccolta differenziata, sui romani che non la sanno  fare, sui Rom che “pescano” nei cassonetti, sulla Raggi, eccetera, eccetera. Inutile, segnalare, la violenza verbale,  rivolta contro quei pochi che provano  a ricordare agli altri commentatori  che un essere umano è stato fatto a pezzi.  Di regola, tra un insulto e l’altro, si risponde che è bene  “smitizzare”;  dire sempre quello che si pensa; mostrare di essere dotati di senso dell’umorismo.  Leggere per credere.
Pertanto, il problema, non è tanto  la tecnologia e neppure, come nel caso della Rete, il fatto  che sia alla portata di tutti, quanto la natura dell’uomo, che, se non toccato personalmente, avverte subito la Schadenfreude:  quel  provare piacere per le disgrazie altrui.
E qui veniamo al punto. La nostra cultura celebra l’autenticità,  che non è altro che una forma di primitivismo sociale. Sicché risulta  priva  di quei  modelli  di  deferenza sociale, che in qualche misura si fondano sulla reticenza, sul non dire tutto quel che si pensa, come strumento di rispetto dell'altro e prolungamento della pace sociale. La civiltà è celebrazione delle buone maniere sociali: l'esatto  contrario del primitivismo.   
Una cultura, la nostra, dicevamo,  dove, di conseguenza,  l’ autocontrollo delle reazioni verbali è pari a  zero. Il che  facilita grandemente,  per parlare difficile, l’estroversione sociale della  Schadenfreude sul piano dei comportamenti collettivi.  Anzi, dal momento che  i modelli di comportamento sociale esistono a prescindere (si formano comunque, sono "fatti sociali", al di là del bene e del male), l’esternazione, anche violenta (verbalmente violenta) della  Schadenfreude assurge a modello condiviso e celebrato di comportamento sociale. Il che spiega la catena di  feroci e derisori commenti alla donna ritrovata a pezzi nel cassonetto. E quel  senso di normalità sociale  dell’insulto. Sotto questo profilo,   i Social, agiscono da agente moltiplicatore, da cassa di risonanza di fenomeni sociali emulativi a carattere negativo.
Domanda: Il ritorno a una cultura della deferenza sociale,  potrebbe evitare tutto questo? Si potrebbe usare  la “potenza”  dei Social in senso positivo?  Difficile rispondere. In teoria, forse. Nella pratica, no.  Perché una cultura, come dicevamo prima, che celebra  l’autenticità, quale forma di primitivismo verbale e comportamentale, difficilmente può   imporre freni educativi  alla  estroversione collettiva della Schadenfreude: entrerebbe in contraddizione con se stessa.    Dal momento che le stesse élites che dovrebbero essere di esempio,  scorgono   nell’idea di introduzione di un qualsiasi freno sociale  un pericolo per la  naturalezza e la spontaneità:  valori oggi  celebratissimi.
Si chiama vicolo cieco.  
Carlo Gambescia   
  

                                               

mercoledì 16 agosto 2017

   Un articolo di Piero Visani sui gravi incidenti di Charlottesville 
 L'approfondimento del  sociologo


Ieri ho ripreso sulla mia pagina Fb un eccellente articolo di Piero Visani (*), storico e polemologo, sui gravi incidenti  di Charlottesville, dove, andando saggiamente  oltre la polemica tra manifestanti di sinistra e suprematisti bianchi ( sulla liceità o meno di rimuovere, dopo circa 150 anni un monumento equestre dedicato al generale Lee, perché all’epoca  proprietario di schiavi), si pone giustamente l’accento sul conflitto tra potere federale e potere degli stati.
Il fatto,  che dietro la decisione di rimuovere il monumento  faccia capolino   un sindaco democratico, non significa che la questione sia locale e quindi estranea alle  intrusioni del potere federale. In realtà,  la lotta ai monumenti dedicati agli sconfitti della guerra civile, rientra nell’ambito di una strategia politica  promossa dalla Washington liberal. Un disegno che scorge  nel politicamente corretto uno strumento verticistico  per sconfiggere, o quantomeno contrastare, qualsiasi tentativo di riabilitazione dei valori del vecchio Sud, giudicati anti-egualitari.   E dove c’è un sindaco liberal, o democratico, c’è il politicamente corretto imposto da Washington.  Insomma, l'ombra lunga di Obama (e di altri numerosi presidenti, non solo democratici) continua a  proiettarsi sullo stesso Trump, che incespica, perché non sa, se ci si passa l'espressione, che pesci pigliare. Talmente è forte la presunta o reale "tirannia della maggioranza".  Punto sul quale torneremo più avanti.
Attenzione:  il concetto "dei  diritti degli stati",  implica  qualcosa di più grande e importante del nazional-statalismo  di matrice europeo-hegeliana, perché rinvia al cuore ideologico della diatriba politica tra Jefferson e Hamilton, che si basava sulla necessità di difendere la  libertà del cittadino da un   potere politico, tanto più estraneo quanto più lontano geograficamente e istituzionalmente dalla sua realtà quotidiana.  Semplificando (al massimo): Jefferson, era dalla parte degli stati, e quindi del cittadino-agricoltore. Hamilton da quella del potere federale e del cittadino-operaio. Il primo guardava a una società rurale, di agricoltori indipendenti, il secondo a una società moderna e industrializzata.
Il futuro era dalla parte di Hamilton. Nessuno lo nega (ci mancherebbe altro).  Ciò però non toglie, ecco il punto,  che il conflitto tra una società decentrata e un società accentrata, pur assumendo di volta in volta forme storiche diverse, dalle battaglia pro o contro la schiavitù a quella pro  o contro il welfare  e pro o contro il politicamente corretto, continui ad attraversare la  storia americana.
Sotto questo aspetto, i disordini di Charlottesville  confermano che il conflitto è ben lontano dall’essere superato.  E che, purtroppo,  esso è nelle “cose stesse” . E qui,  si pensi  alle enormi dimensioni geografiche degli Stati Uniti e al gigantesco  individualismo innato degli americani.   Individualismo, che,  considerato il  forte spirito democratico che innerva la società statunitense, non resta estraneo  a due fattori al tempo stesso opposti e complementari: un forte spirito associazionista (positivo)  che fa il paio con comportamenti  "gregaristi" (negativi).  Un conflitto, la cui soluzione, sempre temporanea,  implica il   conseguente uso di un forte potere centrale, proprio in  nome di quella tirannia della maggioranza, tipica delle società democratiche,  scorta da Tocqueville.  Forzature dall'alto, non sempre inutili (se si vuole restare uniti...), alle quali dal basso  si risponde con colpi di coda, per così dire, "decentralisti" (quando si rischia di passare il segno...)
E' perciò vero, concludendo, come  ha notato correttamente il lettore Carlo Gobbi, che la  logica del “decentralismo” è sfruttata  politicamente, attraverso l’uso di una retorica di parte. Il che però vale per tutte le retoriche "sbandierate" da tutte le forze,  storicamente,  in campo.  Quindi anche per la retorica centralista.  E, cosa ancora più importante, il contrasto retorico,  nulla toglie nulla aggiunge  a una dinamica sociologica e istituzionale, realissima, tra centralismo e "decentralismo",  che va ben  oltre la decisione politico-retorica di rimuovere il monumento al generale Lee. E dalla evoluzione (o involuzione) di tale dinamica  "fattuale",  dipenderà il destino degli Stati Uniti, nonché, secondo alcuni osservatori, di tutti noi. 
Carlo Gambescia   

giovedì 10 agosto 2017

    Pignorati i beni di Gianluca Vacchi. E i Social salgono in cattedra
  Tutta invidia




Appena si è sparsa la notizia che Gianluca Vacchi, pieno di debiti, rischia il sequestro esecutivo  dei beni, subito i pauperisti dei Social sono passati  sadicamente  all’offensiva: ora non balla più, vada a lavorare, la pacchia è finita, eccetera, eccetera.
Indubbiamente, chi di Social ferisce, di Social perisce. Sociologia elementare,  Watson.  Del resto, in Italia,  ogni sovraesposto rischia sempre di finire a testa in giù: si pensi a  Mussolini, preceduto, secoli prima,  da Cola di Rienzo.  Solo per citare i più famosi.   
Le  serve giudiziarie del “Fatto”  già  mettono in discussione, con quella cavalleria tipica del quotidiano più letto nelle procure,  i 12   milioni di follower  di Mister Enjoy: se li sarebbe comprati.  Ricco e corrotto, il massimo per quel mediocre impiegato del catasto giornalistico di Marco Travaglio.  
Ma al di là dei pernacchi sui  balletti, con bellissima al fianco,  roba in fondo da liceali bene ( i balletti),  c’è  la questione dell’invidia  verso la   ricchezza.  Un must  che  ha sempre diviso gli italiani in due categorie, però complementari: quella di coloro  che, invidiosi,   la odiano,  ma che appena capita si mettono in tasca pure il resto sbagliato;  e quella di coloro che  si prostrano davanti al ricco, sempre però morsi sotto sotto dall' invidia,   pronti perciò ad  affondare la lama nella scapola, quando l’epulone di turno cade in disgrazia.
Due "modalità" di comportamento  che con il rispetto capitalistico per la ricchezza, come frutto delle proprie capacità,  e con il conseguente sdegno per chiunque la dilapidi,  non hanno nulla a che vedere.
Si dirà:  Mister Enjoy non ha lavorato mezzo minuto. Si gode i frutti  dell’altrui lavoro. Giusto. Però, l’atteggiamento dell’italiano medio, non bada ai  danni che Gianluca Vacchi provoca  al processo di accumulazione familiare e sociale, bensì al fatto che il Nostro spende e spande, senza chiedere permesso a nessuno. Gli si rimprovera, insomma, di farsi i cazzi suoi (pardon), e per giunta a livello di roof garden:  ciò  che la stragrande maggioranza degli italiani sogna da sempre. E che da secoli  si sforza di fare in piccolo, senza riuscirvi. Di qui,  l’invidia esagerata che sfocia nel doppio registro del pauperismo e del servilismo.  Riassumendo, non sdegno ma invidia.
Ovviamente, i Social, sorta di sfogatoio universale dei peggiori lati umani, moltiplicano  al cubo.  Dal momento che all’invidia  per la ricchezza  si somma l’invidia per l’alto numero di follower: il  sogno proibito di chiunque apra una pagina sui Social.   E anche qui ci si divide, in pauperisti e servili… E così via.
Grande Gianluca, continua a fregartene. Balla, balla,  balla,  falli scoppiare. Se ancora puoi.


Carlo Gambescia  

mercoledì 9 agosto 2017

Maduro e Maradona
Il socialismo nazionale del Pibe De Oro



A chiunque desideri conoscere il "pensiero politico" di Maradona, consigliamo il film documentario di  Kusturica  (Maradona by Kusturica), geniale ma sinistrorso regista bosniaco. Parliamo di  un  film, uscito nel 2008, che ben riassume  i tic ideologici  di una sinistra al caviale: quella  che predica bene ma razzola male.
Allora, niente di nuovo sotto il sole? Fino a un certo punto. Perché  va  ricordato che Maradona, rispetto a Kusturica, politicamente più soft, non disdegna i dittatori. Quindi esiste, come dire,  una sinistra al caviale,  ma hard.  Del resto,   che pensare della  famosa   storia d’amore (politica)   tra il Pibe De Oro  e Fidel Castro?  Poi estesa a Chavez e  Maduro? Quest’ultimo  è  addirittura  il nuovo mito politico di Maradona. 


"Quando Maduro lo ordinerà, mi vestirò da soldato per combattere contro l'imperialismo": con queste parole, Diego Armando Maradona ha espresso il suo totale appoggio al presidente venezuelano accusato di aver lanciato un golpe antidemocratico a Caracas. In un breve messaggio pubblicato su Facebook, l'argentino ex 'Pibe de oro' si definisce "chavista fino alla morte" e pronto a prendere le armi per combattere "coloro che vogliono impossessarsi delle nostre bandiere, che sono la cosa più sacra che abbiamo". "Viva i venezuelani purosangue, non i venezuelani interessati e ammanicati con la destra!": così si conclude la dichiarazione di Maradona, dopo i rituali "Viva Chavez! Viva Maduro! Viva la rivoluzione!".  
  
Le  parole di Maradona  lasciano senza fiato.  Ma solo apparentemente. In America Latina,  il cosiddetto pensiero rosso-bruno -  un vero e proprio  socialismo nazionale -   resta  tuttora molto diffuso e potente.  E  Maduro ne è l’interprete, Maradona il testimonial calcistico.  Però, al di là dell’anti-americanismo, esiste  una linea di pensiero (e di azione), più generale,  all’interno del marxismo-leninismo che va da  Stalin, passando per Castro,  Ceaucescu, fino a Maduro  e  Kim Jong- un che guarda  al socialismo  nazionalista e "militarizzato"  come importantissimo  fattore di coesione interna.  A prescindere, si intende,  dalla qualità del nemico. Se si vuole, uno strumento disciplinare, che "addestra" al socialismo prossimo venturo.       
Come si possa stare dalla parte di un comunismo pedagogico,  feroce e armato  può apparire  un mistero.   In realtà una spiegazione c’è. Anzi più di una:  1) L’ idea di  essere dalla parte della ragione, rappresentata dal proletariato e  vissuta come doverosa fusione tra umanitarismo a autoritarismo ; 2) la pretesa di voler costruire un mondo perfetto a ogni costo e con qualsiasi mezzo, sicché lo slancio autoritario si trasforma in distaccato totalitarismo; 3) il principio del socialismo in un solo paese, che rappresenta, pragmaticamente, il fattore di collegamento con il nazionalismo dei militari; 4) l’identificazione  del  nemico con gli Stati Uniti, addirittura quale continuazione dell’hitlerismo: gli Usa sono  visti  come uno dei due volti del capitalismo, da un lato,  quello cupo delle camere a gas, di matrice nazi-tedesca; dall’altro, quello, altrettanto nefasto,  nazi-americano,  del  liberalismo politico ed economico, destinato a   sfociare nelle camere della  tortura di Abu Ghraib.  
Siamo dinanzi a una miscela ideologica potente, una specie di fede religiosa  -  sorda alla ragione liberal-democratica -  in cui molti credono, rifiutando ogni evidenza in senso contrario.  Sicché,  la natura religiosa  del socialismo nazionale costituisce il   punto di discrimine tra la sinistra soft alla Kusturica. diciamo laica,  e quella hard, religiosa, alla Maradona.  Quindi non è una questione  di soldi,  ma di intensità  della “fede” nella possibilità di realizzare il paradiso in terra. Maradona ci crede ancora,  Kusturica, no.  Perché no? Perché, il regista bosniaco,  prima di diventare famoso, da intellettuale squattrinato,   si è "sciroppato" Tito.  Altro socialista, nazionalista e "militarizzato".  Pertanto il regista sa, perfettamente,  come stanno le cose.  Maradona no.           

Carlo Gambescia

martedì 8 agosto 2017

Un giudizio di Berlusconi sui Cinque Stelle
Perché negarlo?  
Il Cavaliere di politica non ha mai capito nulla



 «Non cadiamo nell'equivoco: non sono dilettanti, sono i veri professionisti, anzi i mestieranti della politica. 
Sono semmai dilettanti nella vita, la gran parte di loro non ha mai lavorato, non ha mai realizzato nulla, non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi prima di entrare in Parlamento. 
Per loro la politica è il mestiere per mantenersi, e infatti sono disposti a dire e fare qualsiasi cosa, ad accettare i continui cambiamenti di linea dei loro capi, pur di conservare il posto in Parlamento. 
La loro politica è pura tattica, senza valori».


Così Berlusconi sui Cinque Stelle.
Vogliamo parlare di cose serie?  Il Cavaliere si è sempre dichiarato liberale.  Che c’è di liberale in questo giudizio? 
Per un liberale, il professionismo politico  è un’ importante componente della divisione sociale del lavoro.  A ciascuno il suo: al parlamentare la politica,  al dottore i  pazienti, all’avvocato gli assistiti, all’imprenditore l’impresa,  all’operaio la catena di montaggio, eccetera, eccetera. Rieptiamo,  a ognuno la sua specialità.  Il professionismo, se si vuole l’ineguaglianza professionale,  è alle origini della civiltà liberale  mentre l’egualitarismo, anche professionale,  resta  alla base di ogni totalitarismo.
Ora, dire che la bravura nel proprio  lavoro, sia l’unica chiave d’accesso alla politica, significa  fare il gioco dell’antipolitica egualitaria  a sfondo tirannico:  una visione   che azzera il ruolo dei partiti e delle istituzioni rappresentative, classica conquista della civiltà liberale,  per privilegiare, in modo contraddittorio,   dal un lato i tecnici, i professionisti della vita (come fa  Berlusconi, ad esempio), dall’altro,  la provenienza dalla vita, però la vita più semplice possibile, quella dell’uomo della strada, visto, curiosamente.  come "perfetto professionista"  proprio perché "dilettante", quindi  "esperto", in qualche modo,  "del senso comune"  (come rivendicano i pentastellati).      
Tuttavia, lo stesso Berlusconi, bravissimo imprenditore, quindi un professionista della vita (e del lavoro), ha provato di essere un pessimo politico. E, per giunta, resta colui che,  con il suo dire antipolitico, ha facilitato la strada (“colpi di stato” o meno) a tecnici, professionisti della vita,   autodefinitisi o definiti  migliori di lui (Monti & Company).  Come, per contro,  hanno provato  di essere pessimi politici anche i  dilettanti-professionisti di Cinque Stelle. 
L’antipolitica, mai dimenticarlo, non porta da nessuna parte. Spiana solo  la strada al predominio di due opposti  eccessi sociologici:  tecnocrati e dilettanti.  
Quanto  al criterio dell’obbedienza assoluta al capo, evocato da Berlusconi (che, pur essendo un professionista della vita, ne sa qualcosa…), va precisato che il fideismo a Cinque Stelle  non dipende solo dalla volontà “di conservare il posto in Parlamento”.  Nessuno nega che chi non abbia altro lavoro, si “attacchi” a quello che ha.   Però,  sarebbe semplicistico,  non ritenere il fattore lavoro,   solo una componente tra le altre,   insieme  al carisma, al settarismo, al gregarismo, tutti fattori sociologici  che contraddistinguono la militanza a Cinque Stelle.  E, in termini prospettici, quella totalitaria.
Liquidando i grillini come inetti e scansafatiche, Berlusconi commette due errori complementari: uno,  sottovaluta la carica totalitaria  insita nel  movimento pentastellato;  due, sminuisce il ruolo del professionismo politico, riducendolo  alla percezione di uno stipendio.
Per dirla con Weber, il  Cavaliere svilisce il professionismo politico al vivere di politica, senza capire l'importanza del  vivere per la politica. O comunque sia, egli rifiuta qualsiasi prudente mix tra queste due concezioni. Raccomandato invece, vivamente, da Weber, che non era proprio l'ultimo arrivato.   
Sicché,  Berlusconi, grande esperto della vita (e pure di un'altra cosa),   prova, definitivamente,  di non aver mai capito  nulla di  politica.  E neppure di liberalismo. 

Carlo Gambescia          

lunedì 7 agosto 2017

A proposito di un interessante articolo di Carlo Pompei
Tra due litiganti, Cinque Stelle gode



Intanto segnaliamo, a chiunque  ancora non  lo abbia letto,  l’ottimo articolo di Carlo Pompei sulle prospettive elettorali  dei vari schieramenti,  uscito su "Analisi ciniche" (1).  Diciamo subito che  vi si suggerisce   la  riaggregazione elettorale del centrodestra,  perché,  come  provano i sondaggi, giustamente ricordati da Pompei,  un alleanza di questo tipo  sarebbe  maggioritaria nel Paese.  
Il nodo però,  almeno a nostro avviso,  resta quello di  come trasformare il consenso elettorale in seggi. E,  cosa ancora più importante, in governo.  Un nodo difficile da sciogliere. E probabilmente anche  Carlo Pompei  ne è  consapevole: serve, insomma, una buona legge elettorale. Ma non solo, come vedremo.
Per ora, purtroppo,  non sappiamo con quale legge  andremo a votare nel 2018. Berlusconi, sembra favorevole al modello tedesco (si veda la sua intervista, uscita oggi  sul  "Giornale").   Di sicuro,  il risultato delle prossime  regionali siciliane,  sarà decisivo per le  possibili alleanze  politiche. Sempre questa mattina,  “Libero”  suggerisce addirittura il recupero di Alfano, a cominciare proprio dalle elezioni siciliane di novembre. Dove però  si vota con un sistema misto, "tedesco-siciliano",  che prevede  il  proporzionale, il  premio di maggioranza,   l’ elezione diretta del Presidente e lo  sbarramento di lista al cinque per cento.  La legge elettorale siciliana   ricorda la contorta trama di un romanzo di Gesualdo Bufalino.
Però, la vera questione di fondo, che è nazionale e che prescinde "anche"  dal sistema elettorale, resta la coesistenza politica. Pensiamo  sempre al  centrodestra,  diviso tra Salvini e Berlusconi, Meloni e  Alfano. Metterli tutti insieme, puntando su un governo di centrodestra è complicato:    sia che i rispettivi partiti  si presentino uniti (un’unica lista, come impone il maggioritario), sia divisi (come impone il proporzionale), per poi però provare a governare insieme.  “Provare”… Perché, non è detto che con il proporzionale,  i “magnifici quattro”, di cui sopra, “provino” a governare insieme.  Berlusconi, ad esempio, facendo marameo,  potrebbe gettarsi nelle braccia di Renzi.
Insomma, le basi politiche per un’ alleanza di centrodestra sono molto fragili.  E del resto il passato è lì a provarlo.  Quindi  solo un miracolo, eccetera, eccetera.   
A sinistra le cose non vanno meglio. Di riflesso, con il proporzionale, come dicevamo (per Berlusconi),  un Renzi vincitore a metà, potrebbe allearsi con un altro vincitore a metà, il Cavaliere. Solo un Renzi, vincitore, pieno (ma con il maggioritario o con il proporzionale, precisiamo, con premio di maggioranza al "partito" non alla lista), potrebbe provare a governare da solo. Mentre il Cavaliere da solo (Forza Italia),  non avrebbe i voti,  neppure con il maggioritario.
Riassumendo: con il maggioritario  il centrodestra potrebbe vincere, ma  dividersi una volta al governo. Con il proporzionale, Renzi e il Cavaliere potrebbero provare a  governare insieme. Magari per subito dividersi. Oppure no.   Difficile fare previsioni.  Renzi e  Berlusconi, ricordano le coppie che si prendono, si lasciano,  si riprendono e si rilasciano,  eccetera, eccetera. Ma il discorso potrebbe essere esteso a tutti  i "duellanti" interni (più o meno)  al  centrodestra e al centrosinistra...
Come concludere?  A meno che non si vari per tempo  una bella legge elettorale maggioritaria a doppio turno, modello francese (2), in grado  di  indirizzare il sistema politico verso  il bipartismo,  il rischio di una vittoria del Movimento Cinque Stelle è  forte.  Molto forte. Purtroppo, per parafrasare e aggiornare l’ antico adagio: tra due litiganti, Cinque stelle gode…

Carlo Gambescia

sabato 5 agosto 2017

L’ultima di Fusaro
Aiuto! Gli americani ci hanno rubato il logos...



Preve non c’entra.  Il buon Costanzo argomentava.  Era un realista politico.  Si veda  un  libro ricco, costruito a strati, come L’ideocrazia imperiale americana. Dove Preve  affiancava all’analisi dell’ anti-americanismo quella  del  filo-americanismo.  Un genio. O quasi.  E, comunque sia,   un filosofo  che disprezzava  scorciatoie e  luoghi comuni. Un autentico ragionatore, nemico delle frasi fatte.
L’esatto contrario di  Diego Fusaro, che,  purtroppo,  sembra non aver imparato nulla dalle assidue frequentazioni previane.   In un pezzo aberrante,  dove egli  difende  il tiranno Maduro dalla “monarchia del dollaro”. Leggere per credere:

 È la triste storia di come, a maggior ragione dopo il 1989, la monarchia del dollaro – il nuovo Leviatano atlantico –delegittima, destabilizza, diffama, rovescia e financo bombarda tutti i governi e i popoli non allineati cadavericamente con il Washington consensus e con il nuovo ordine mondiale ultraclassista. 


Merce  da "carnevalate" primi anni Cinquanta, celebrate nella Bassa,  da cortei in  maschera, ordinati dal Pci di Togliatti contro gli americani, colpevoli di avvelenare, come si faceva credere ai braccianti, il fieno italiano.   Pardon per l'inciso.   
Fusaro, dicevamo,  nello  stesso articolo  parla di   “logotomizzazione delle masse defraudate del logos come capacità del libero intendere raziocinante”.  Logos,  che invece - per contrasto - abbonderebbe in   Maduro e accoliti.  Quando si dice il caso...  
Tradotto: gli americani come ladri di Logos.   Maduro come ultimo difensore  di Platone e Aristotele. Proprio come Mussolini, Hitler e Stalin  lo furono  di Hegel...   
Va detto che il giochino   non è nuovo: a parte Platone e Aristotele,  Heidegger  (nemico giurato dell'idea di tecnica )  e  Cacciari (nemico  giurato di ogni idea originale) sono arrivati prima di Fusaro.  
Forse è nuovo il termine:  "logotomizzazione".  Ora,  però  Fusaro lo deve  spiegare a Maduro.  E pure a Trump. 

Carlo Gambescia    




venerdì 4 agosto 2017

 L'intervento  italiano in Libia nel 2011 
Salvini:“Processate Napolitano”. 
E Berlusconi, allora? 



Secondo Salvini -  uno sciagurato (politicamente parlando) che nulla fa per abbassare i toni -  l'ex Presidente della Repubblica, "non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato"(1) .   
In effetti, al posto di Napolitano avremmo evitato l’ intervista di ieri a "Repubblica" sulle modalità e ragioni dell’intervento italiano in Libia  nel 2011. Perché, come dire, i fatti parlano da soli. Talvolta, il silenzio in politica, vale più di troppe parole.     
Certo,  un’intervista difensiva.  Perché nei giorni scorsi  dal centrodestra si sono levate accuse  contro l’atteggiamento di Napolitano decisamente favorevole nel 2011, per ragioni umanitarie e di legalità internazionale, all'intervento armato per far cadere Gheddafi.  Critiche interessate,  rivolte a guastare quel briciolo di armonia, creatasi, oggi, anno di grazia 2017,  sull'  "allargamento" (parola grossa) della missione italiana in Libia.   Come per dire: se oggi siamo a costretti a inviare "la flotta" (altra parola grossa),  la colpa è di un ex comunista, eccetera, eccetera.   
Nell’intervista  Napolitano dichiara  che

"la consultazione informale di emergenza si tenne in coincidenza con la celebrazione al Teatro dell'Opera dei 150 anni dell'Unità d'Italia. A quella consultazione io fui correttamente associato. Il presidente della Repubblica è presidente del Consiglio supremo di Difesa, e in posizione di autorità costituzionale verso le forze armate, aveva titolo per esprimersi su una questione così importante. Ma quella sera la discussione fu aperta dall'allora consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Bruno Archi, che era in contatto diretto con New York mentre veniva varata la seconda risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzò e sollecitò un intervento armato ai sensi del capitolo settimo della Carta dell'Onu in considerazione del fatto che i precedenti appelli al governo libico non erano stati raccolti. Dal quadro complessivo rappresentato dal consigliere diplomatico di Palazzo Chigi emergeva l'impossibilità per l'Italia di non fare propria la scelta dell'Onu".

Sicché,

"dire che il governo fosse contrario e che cedette alle pressioni del capo dello Stato in asse con Sarkozy, non corrisponde alla realtà. I miei rapporti con l'allora presidente francese erano di certo poco intensi e tutt'altro che basati su posizioni concordanti in un campo così controverso. E non soltanto io trovai fondate le considerazioni del Consigliere Archi, ma concordarono con esse anche autorevoli membri presenti del governo, come il Ministro della Difesa La Russa. L'Italia era interessata a che il da farsi sul piano internazionale in difesa dei diritti umani e del movimento della primavera in Libia non rimanesse oggetto di una sortita francese fuori di ogni regola comune, ma si collocasse nel quadro delle direttive dell'Onu e nell'ambito di una gestione Nato".

Di conseguenza,

" in quella sede informale  potemmo tutti renderci conto della riluttanza del Presidente Berlusconi a partecipare all'intervento Onu in Libia. Il Presidente Berlusconi ha di recente ricordato il suo travaglio che quasi lo spingeva a dare le dimissioni in dissenso da una decisione che peraltro spettava al governo, sia pure con il consenso della Presidenza della Repubblica. Che egli abbia evitato quel gesto per non innescare una crisi istituzionale al vertice del nostro paese, fu certamente un atto di responsabilità da riconoscergli ancora oggi. Però, ripeto, non poteva che decidere il governo in armonia con il Parlamento, che approvò con schiacciante maggioranza due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l'adesione anche dell'allora opposizione di centrosinistra. La legittimazione di quella scelta da parte italiana fu dunque massima al livello internazionale e nazionale".  (2)

Insomma, Napolitano non nasconde la sua posizione di allora, favorevole all’intervento.  E neppure che  la palesò a Berlusconi. E ribadisce che l’ultimo a decidere, formalmente,  insieme al Parlamento, non poteva essere che  il Cavaliere.  Giustissimo.     
Come è altrettanto vero che Berlusconi  fu titubante, salvo poi decidere per l'intervento, alla sua maniera, cambiando idea in quattro e quattr'otto. 


“Abbiamo sentito di non poterci sottrarre'' a un coinvolgimento maggiore dell'Italia in Libia con raid mirati "anche perché c'era bisogno di questo nostro intervento". Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa seguita al vertice italo-francese  a Villa Madama, ha illustrato quale sarà l'impegno dell'Italia nella missione in Libia, facendo anche una gaffe terminologica: "A leggere i giornali sembra che ci apprestiamo, così come i nostri alleati, a fare i bombardamenti, quelli famosi con le bombe a grappolo (...),  si tratta di interventi con dei razzi di estrema precisione su singoli obiettivi militari, come mezzi in movimento e via dicendo". 
Il premier ha poi spiegato che il cambio di posizione è stato in qualche modo imposto dalle pressioni alleate: "L'Italia dava già un contributo con i suoi velivoli e navi, ma insistentemente ci hanno chiesto gli alleati e gli Usa di poter far intervenire i nostri velivoli su obiettivi militari", ha detto il premier, aggiungendo di poter "escludere con certezza" la possibilità di "provocare danni alla popolazione civile". Berlusconi ha aggiunto che la decisione  "è il seguito logico della decisione Onu", alla quale "abbiamo sentito di non doverci sottrarre perché riteniamo che di questo nostro intervento c'è bisogno". "Non è stata facile la decisione del nostro Governo, e io conto di parlarne ancora con gli alleati della Lega che erano sulle mie stesse posizioni - ha aggiunto Silvio Berlusconi - Non volevo che l'Italia fosse una partecipante non a pieno titolo".  (3)


Il Cavaliere avrebbe potuto puntare i piedi. Dimostrarsi “meno responsabile”. Ma chinò la testa. Come avverrà in occasione del defenestramento: Berlusconi, addirittura  voterà a favore del Governo Monti (4). 
Per quale ragione il Cavaliere  rinunciò a battersi per le proprie idee?  Di andare in Parlamento per stanare gli avversari? Anche a costo di cadere?  Formalizzando però, come in ogni democrazia parlamentare,  la distanza politica  tra maggioranza e opposizione sulla decisione di intervenire o meno in Libia?     
Perché non lo fece? Difesa dei propri interessi? Pavidità politica? Cattivi consiglieri?  Noia del "teatrino"?  O altro ancora? Decideranno gli storici. 
Concludendo,  a voler applicare fino in fondo la brutale logica di Salvini,  andrebbe invece processato il Cavaliere.   

Carlo Gambescia   

(4) Si veda, ad esempio,  il  resoconto del giornale antiberlusconiano per eccellenza: 

giovedì 3 agosto 2017

Il sì di Camera e Senato  alla missione navale
"Eppur si muove…"






A prima vista, ricorda la classica storia della montagna che partorisce il topolino. I lettori ricorderanno quel  nostro articolo,  dove si chiedeva  il blocco navale,  per far fronte agli sbarchi e lanciare  un segnale forte  all’Ue  (*).
Ebbene,  non ci sarà nessun blocco, con  decine  di mezzi navali,  ma solo  una nave logistica ed un pattugliatore italiano che  daranno una mano  alla Guardia costiera libica, in accordo con le autorità di Tripoli. Senza però  il placet  della  Libia rappresentata dal  cosiddetto uomo forte:  il generale Kalifa Haftar. Che secondo, alcune fonti, vedrebbe  -  come  dargli  torto? -   nell'ingresso delle navi italiane in acque libiche, una violazione di sovranità.
Vanno fatte però alcune riflessioni. Perché,  nonostante tutto, l'Italia  "eppur si muove...".  Come il pianeta  terra  del  Galileo, bastonato dall'Inquisizione.  
In Parlamento, hanno votato contro la missione i soliti noti: l’estrema sinistra e i pentastellati.  Gli altri partiti di opposizione, compresi gli astenuti ( si leggano le interessanti dichiarazioni di Giorgia Meloni),  hanno invece mostrato  di capire  la gravità della situazione. Piccoli passi. Meglio di niente. Ovviamente, la missione ( ripetiamo, due navi in tutto), per ora,   è solo un piccolo step, più che altro di valore dimostrativo:  un topolino,  che tuttavia  indica un cambiamento di  linea. O se si vuole, una "ipotesi"  di cambiamento, eccetera, eccetera.
Naturalmente,  secondo il tradizionale canone alla Don Abbondio della diplomazia italiana, il Governo dà ampie rassicurazioni  sul  basso profilo della missione. Non si vuole spaventare nessuno, all’interno come all’esterno. Infatti,  le regole di ingaggio prevedono che le navi italiani reagiscano al fuoco degli scafisti, alla stregua di una "normale" e "democratica"  forza di polizia.  Saremmo lì, secondo la più classica delle narrazioni glicemiche,  non per ragioni belliche (guerra al jihadismo) e geopolitiche (rivalità con la Francia  e denuncia dell’attendismo politico-militare europeo), bensì  per contrastare un  fenomeno puramente criminale.  
Tuttavia, il  generale Kalifa Haftar,  probabilmente per conflitto di interessi, sembra non amare i dolcificanti.  Vedremo.

Carlo Gambescia





mercoledì 2 agosto 2017

 Crisi venezuelana
E Papa Francesco che fa? Benedice Maduro
  


Mentre  in   Venezuela  il dittatore nazional-comunista  Nicólas Maduro arresta i capi dell’opposizione democratica e si prepara a sciogliere un Parlamento liberamente eletto,  in Vaticano nasce “la rete globale contro mafia e corruzione”.    Nel documento, anticipato dall’Ansa, si legge che

la Consulta sulla giustizia del Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale costituirà "una rete a livello internazionale". "La Chiesa nel mondo è già una rete e per questo può e deve mettersi a servizio di tale intenzione con coraggio, decisione, trasparenza, spirito di collaborazione e creatività", si legge nel documento finale del summit. (…)   La Consulta "non si ridurrà a pie esortazioni, perché occorrono gesti concreti. L'impegno educativo esige, infatti, maestri credibili, anche nella Chiesa".  (1)


Perfetto.  E  su Maduro, il cui regime, antidemocratico e illiberale, rimane  quanto di più corrotto esista oggi sulla piazza latino-americana? Il Vaticano che intenzioni ha?  Sembra che per il momento,   Francesco continui a  guardare altrove…  Finora, a parte qualche letterina privata, il Papa "venuto dalla fine del mondo"   ha fatto pochino (2).
Diciamo la verità, Francesco professa, grosso modo,  le stesse idee populiste di Maduro. Sicché, inevitabilmente, scorge nella crisi venezuelana un conflitto tra  destra e sinistra: tra Maduro, dalla parte del popolo, e la borghesia conservatrice, nemica del popolo.  
E sbaglia.   In realtà, il voto di domenica, con circa  il sessanta per cento delle astensioni (una specie di Aventino elettorale) -  oltre naturalmente alle piazze affamate  che da tempo protestano  contro il regime -   indica che il conflitto è tra un aspirante dittatore,  con innegabili radici comunistoidi,  e un popolo democratico che, dalla destra  alla sinistra,  non vuole ripetere e  pagare gli errori (e orrori) di Fidel Castro e Allende.
E che fa Papa Francesco?  Si occupa della mafia siciliana.   Porre invece, subito, qualche domanda sui rapporti tra Maduro e  il narcotraffico,  no?
Un'ultima cosa, a proposito della melassa mediatica e populista in cui beatamente sguazza il Papa. Tutti ricorderanno la campagna di stampa, soprattutto in Italia,   mai completamente cessata, contro Giovani Paolo II,  quando "osò", come qualcuno scrisse,  stringere  la mano a Pinochet.  Su Francesco, che invece ha persino benedetto Maduro, silenzio totale.  Come su quello che sta accadendo in Venezuela. Vergogna.

Carlo Gambescia
      

martedì 1 agosto 2017

Prodi, Campi e l’ “interesse nazionale”
Arte della sopravvivenza





Che cos’è  l’interesse nazionale?  Di sicuro non può spiegarcelo Romano Prodi, che voleva svendere la Sme al finanziere Carlo De Benedetti (1). E neppure Alessandro Campi, collega di penna al “Messaggero” dell’ex Presidente della Commissione Europea, che,  pur di compiacerlo,  cita Prodi, per aver spronato l’Italia, in un sermone domenicale  anti Macron,  “a uno scatto d’orgoglio e un  atto di resipiscenza politica” (2).  
Purtroppo, non ci sono le basi. Come vedremo.
Intanto, per dirne solo una,  chissà cosa penserebbe un redivivo Carl Schmitt,  di un suo ex cultore italiano  -  Alessandro Bambi, per i  noti stupori, cade spesso dalle nuvole... -   che ora invece chiosa l’opera di un  professore  dossettiano,  che di politica non ha mai capito nulla. E neppure di economia, secondo alcuni. Meglio stendere un velo pietoso.
Ma il punto è un altro.  Da noi nessuno mai coltivò  il goloso pomo dell' interesse nazionale: semplificando, l'Italy First.   A parte, ovviamente,  il Risorgimento -  il nostro nation  building - dove fu più che esplicito. E non poteva essere diversamente.
Dopo di che,  l’Italia, potenza medio-piccola, si vide costretta a barcamenarsi e ridefinire il proprio interesse nazionale  sulla base dell’interesse altrui.  Si chiama “arte della sopravvivenza”.  Ecco il “nostro interesse nazionale”: sopravvivere, come un  vaso di terracotta costretto a viaggiare tra vasi di ferro. Quindi,  grandi ideali di pace,  sorrisi, strette di mano. O se si preferisce:  quel  dire di sì a tutti, per poi non fare un cazzo (pardon). Quieta non movere et mota quietare.  Tutto qui.
Pertanto, non  è questione di instabilità politica, di assenza di grandi scuole, di élite rissose e impreparate, di visioni non condivise, bensì di risorse economiche e tradizioni militari, deficit che vengono da lontano.   La riprova  è fornita dal  fascismo  che, serrando le mascelle,  pose l’interesse nazionale al primo posto.   E  fallì clamorosamente proprio sul piano militare ed economico. Perché mancavano  l’uno e l’altro.   La storia, come longue durée, si vendicò così dell'improvvisato sguardo,  maschio e truce,  di  Mussolini,  puro sottoprodotto dell' histoire événementielle. 
Dopo di che,  le italiche genti - per chi ami le chiuse tacitiane -  ripresero  il corso di sempre. 
Carlo Gambescia 

lunedì 31 luglio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 31 luglio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta dal Comando delle unità per la tutela forestale ambientale e agroalimentare nell'ambito della procedura riservata n. 203/5, autorizzazione COPASIR 501/3 [Operazione “FAVOLIERE” , N.d.V.] è stata registrata in data 30/07/2017, ore 07,12, dalla postazione fissa n. 3, sita nel Parco nazionale dell’Abruzzo, la seguente conversazione tra due PLANTIGRADI, provvisoriamente identificati come ORSA MARIANNA e ORSO GIORGIO. Sono in corso accertamenti sull’identità dei due plantigradi e su loro eventuali affiliazioni politiche. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della registrazione suindicata.


ORSA MARIANNA: “Dio, Giorgio! Finalmente! Stai bene?”
ORSO GIORGIO: “Ma sì, sì…ho solo un mal di testa bestiale, mi hanno sparato la siringa di anestetico…Voi? I ragazzi? Tutto bene?”
ORSA MARIANNA: “Sì, sì, stavamo solo in pensiero per te…insomma, cos’è successo?”
ORSO GIORGIO: “Ma niente, ho sbagliato porta e sono entrato in cucina…”
ORSA MARIANNA: “Volevi andare a..”
ORSO GIORGIO: “…sì, a prendere un prosciutto in cantina, non l’ho trovato, ho preso la scala e bàm! Mi trovo in cucina!”
ORSA MARIANNA: “Ma era notte fonda, erano ancora alzati, loro?”
ORSO GIORGIO: “No, è che ho sbattuto contro la credenza, giù tutti i piatti, un casino…si svegliano, scende il padre, e patatrac.”
ORSA MARIANNA: “Oddio! Ti è andata bene che non ti ha sparato! E tutto per un prosciutto, te l’avevo detto che…”
ORSO GIORGIO: “Era per voi il prosciutto! Cos’è adesso, colpa mia?”
ORSA MARIANNA: “Ma no, dai, non ti arrabbiare. Era un pensiero gentile, il prosciutto piace tanto, ai ragazzi…Ma rischiare la vita, Giorgio…”
ORSO GIORGIO: “Rischiare la vita?! ma figuriamoci. Non ci possono sparare più.”
ORSA MARIANNA: “Sei sicuro?”
ORSO GIORGIO: “Se ci sparano gli danno delle multe che li rovinano, Marianna. Forse li mettono anche in prigione.”
ORSA MARIANNA: “Non ci credo.”
ORSO GIORGIO: “Non ci credevo neanche io. Me l’aveva detto, Antonio…”
ORSA MARIANNA: “Antonio è un vecchio rimbambito.”
ORSO GIORGIO: “Sì, ma guarda la tv degli uomini tutto il giorno, è fissato coi programmi di Piero Angela, sai quelli sugli animali che ci racconta sempre? E’ così, ti dico. Non ci possono più sparare. Anche stavolta: il padre ce l’aveva, la doppietta, stava lì appesa in cucina, gli bastava allungare una mano e la prendeva, e invece cos’ha fatto?”
ORSA MARIANNA: “Cos’ha fatto?”
ORSO GIORGIO: “Si sono chiusi in camera, dietro una porta che con una zampata la buttavo giù.”
ORSA MARIANNA: “E basta?!”
ORSO GIORGIO: “E basta. Guarda, ci sono rimasto a bocca aperta. La sorpresa, ma soprattutto, non so…non ho voglia di parlarne, Marianna, lasciami stare…”
ORSA MARIANNA: “Non tenerti tutto dentro, Giorgio, che poi stai male…sfogati, su…”
ORSO GIORGIO [pausa]: “Non è giusto, Marianna. Non è naturale. Ci trattano come…come se fossimo…non lo so, è…”
ORSA MARIANNA: “Ma non è meglio se non ci possono più sparare, scusa?”
ORSO GIORGIO: “Sì, però no, non è meglio. Cazzo, guarda qua…”
ORSA MARIANNA: “Giorgio! Certe parole! Ci sono i ragazzi di là!”
ORSO GIORGIO: “Ma vaff…scusa. Scusa, hai ragione. Insomma: guarda qua, le vedi queste zampe? Li vedi questi denti? Lo sai che se volevo me li sbranavo tutti, dal primo all’ultimo?”
ORSA MARIANNA: “Ma certo, caro, lo so, lo so…”
ORSO GIORGIO: “E’ che loro, loro non lo sanno più! Non sanno più niente, Marianna! Ci trattano come se fossimo finti, ecco! Degli orsetti di pezza!”
ORSA MARIANNA: “Ma no, dai, adesso esageri…”
ORSO GIORGIO: “C’era un patto, sì o no?”
ORSA MARIANNA: “Certo che c’era un patto, c’è ancora il patto! E’ antico come il mondo! “Orso mangia uomo solo per non morire di fame, uomo uccide orso solo per non farsi mangiare.”
ORSO GIORGIO: “E invece non c’è più, il patto. Siamo una cartolina per turisti, altro che patto. Li ho sentiti, sai? Chiusi in camera, telefonavano alla Forestale – ah, tra l’altro non c’è più, la Forestale, lo sapevi? C’è un’altra roba che non ho capito bene. E dalla pseudoforestale gli rispondevano, ‘Mi raccomando, restate calmi e non fate male all’orso…’ Non fate male all’orso! Ti rendi conto? Peso 150 chili, con una zampata gli stacco la testa e loro ‘Non fate male all’orso!’ [pausa] Che umiliazione, che vergogna…”
ORSA MARIANNA: “Su, dai…sarà un momento così…non ti fare il sangue cattivo…”
ORSO GIORGIO: “Mi è venuta una botta di depressione che mi sono seduto lì in cucina e mi sono scolato dieci bottiglie di birra. Quando mi hanno sparato l’anestetico ero già mezzo ubriaco. [piange]”
ORSA MARIANNA [lo abbraccia]: “Su, su…cosa te ne importa, poi…sono uomini, no? sono diversi. Ce ne restiamo tra noi, in famiglia, con gli amici…lasciali perdere quelli.”
ORSO GIORGIO: “Ma sì, hai ragione tu. [pausa] Però cosa vuoi che ti dica? Mi dispiace. Una volta erano diversi.”
ORSA MARIANNA: “Gli uomini?”
ORSO GIORGIO: “Gli uomini, sì. Erano strani, è vero. Piccoli, deboli, senza artigli, senza zanne, senza pelliccia, eppure…eppure…”
ORSA MARIANNA: “Eppure erano come noi, vero?”
ORSO GIORGIO: “Sì. Quasi. Quasi come noi.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler



(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...