lunedì 16 ottobre 2017

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 16 ottobre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 000/1, autorizzazione Bundesnachrichtendienst n. 1/1 [Operazione “STAHLPAKT” , N.d.V.] è stata intercettata in data 15/10/2017, ore 16.25,  la seguente conversazione telefonica tra l’ utenza di Stato 00141****, in uso a ROCKERDUCK REX, Segretario di Stato USA, e l’utenza privata +39338****, in uso a MARCENIGLIA EMMA, Presidente E.N.I.R.I. [Traduzione italiana a cura del Verbalizzante]


REX ROCKERDUCK: “Non ne posso più, Emma! Me ne vado, me ne vado!”
MARCENIGLIA EMMA: “Ma per l’amor di Dio, Rex! Ci hai pensato bene?”
REX ROCKERDUCK: “E’ un pazzo, un imbecille, un disgraziato! E poi non dorme mai, passa la notte a twittare…una mattina mi sveglierò e scoprirò che ha dichiarato guerra ai russi, ai cinesi…no, no, basta, me ne vado…”
MARCENIGLIA EMMA: “Ma scusa, Rex: chi te l’ha fatto fare di darti alla politica? Stavi tanto bene dove stavi, tanto praticamente dirigere la TEXXON è come dirigere l’America, no?”
REX ROCKERDUCK: “Ma che ne so? Forse la crisi di mezza età…”
MARCENIGLIA EMMA: “E cambiare moglie come fanno tutti, invece? Non era meglio?”
REX ROCKERDUCK: “E’ lui la mia nuova moglie, lui! Donald Duck! L’uomo col gatto morto sulla testa e dentro il nulla!”
MARCENIGLIA EMMA: “E se vai via tu, chi ci mette Donald al posto tuo?”
REX ROCKERDUCK [pausa]: “Secondo te perché non me ne sono andato, finora? Quello è capace che ci mette Steven Seagal…”
MARCENIGLIA EMMA: “Chi?”
REX ROCKERDUCK: “Sai quell’attore grande e grosso, col codino, che nei suoi film ammazza tutti a mani nude?”
MARCENIGLIA EMMA: “Ah. [pausa] Insomma, resti, vero?”
REX ROCKERDUCK: “Sì, sì, resto, resto, finché ce la faccio resto…[pausa] Sai cosa mi ha detto ieri? Che devo convocare il suo grande amico Silvano.”
MARCENIGLIA EMMA: “Bernasconi?!”
REX ROCKERDUCK: “Lui.”
MARCENIGLIA EMMA: “Ma perché?”
REX ROCKERDUCK: “Vallo a sapere. Però…però, ora che ci penso un mese fa mi ha detto, ‘Vedi Silvano? Silvano è un genio. I comunisti le hanno provate tutte per distruggerlo, attacchi su attacchi sui media, processi su processi, eppure lui è sempre lì, sulla cresta dell’onda, on the top!’ “
MARCENIGLIA EMMA: “Cioè vuole chiedere consiglio? A Bernasconi?!”
REX ROCKERDUCK: “Può darsi. Lo sai che potrebbero deporlo, no?”
MARCENIGLIA EMMA: “Impeachment?”
REX ROCKERDUCK: “Più facile con l’articolo 25. Se il gabinetto vota a maggioranza che il presidente è incapace di governare, lo depone.”
MARCENIGLIA EMMA: “…azzo…”
REX ROCKERDUCK: “Eh.”
MARCENIGLIA EMMA: “Tu cosa voteresti?”
REX ROCKERDUCK: “Mah. Incapace è incapace, ma sarebbe la prima volta che si fa…un colpo tremendo per l’istituzione…”
MARCENIGLIA EMMA: “Senti, mi viene in mente un’idea…”
REX ROCKERDUCK: “Spara.”
MARCENIGLIA EMMA: “Bernasconi…Bernasconi è a fine corsa, ormai. E guarda, io lo conosco: è capace di vendere qualsiasi cosa, qualsiasi cosa a chiunque.”
REX ROCKERDUCK: “Quindi?”
MARCENIGLIA EMMA: “Cosa vorresti che comprasse Donald?”
REX ROCKERDUCK: “Le dimissioni.”
MARCENIGLIA EMMA: “Non esageriamo. Il piano B?”
REX ROCKERDUCK: “Un grande, grandissimo megapiano storico, innocuo e impossibile da realizzare. Così si occupa di quello e mi lascia lavorare in pace.”
MARCENIGLIA EMMA: “Ce l’ho. Piano Marshall 2.0 per l’Europa & l’Africa.”
REX ROCKERDUCK: “Però…”
MARCENIGLIA EMMA: “Ti piace?”
REX ROCKERDUCK: “Mi piace sì. Dici che ci casca? Imbecille è imbecille, ma è anche un businessman…una scemenza del genere, dai…”
MARCENIGLIA EMMA: “Qui scende in campo Bernasconi.”
REX ROCKERDUCK: “E lui cosa ci guadagna?”
MARCENIGLIA EMMA: “Cosa ci guadagna? Uno, sta spalla a spalla col presidente degli Stati Uniti, e l’America è il suo mito. Due, passa alla storia come il grande statista visionario, che se lo avessero ascoltato il mondo sarebbe migliore eccetera. Vanitoso com’è non può resistere.”
REX ROCKERDUCK: “Mmmm…e tu cosa ci guadagni?”
MARCENIGLIA EMMA: “Mi levo di torno Bernasconi, e tu mi fai qualche piacerino nei contratti petroliferi.”
REX ROCKERDUCK [pausa]: “Va be’, dai. Disperato per disperato, proviamo anche questa.”
MARCENIGLIA EMMA: “Deal?”
REX ROCKERDUCK: “Deal.”
MARCENIGLIA EMMA: “OK Rex, dormi tranquillo che ti risolvo il problema.”
[interrompe la comunicazione, forma un altro numero]
MARCENIGLIA EMMA: “Silvano? Ciao, Silvano, sai che ti ho pensato?”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...






sabato 14 ottobre 2017

Stati Uniti e Iran
La  verità scomoda di Donald Trump



Donald Trump, per dirla fuori dai denti,  finora non ne ha azzeccata una. Probabilmente,  parla troppo, anzi twitta (o twittava) troppo:  voleva costruire un muro con  il Messico  e i muratori, in loco, si girano ancora i pollici;  voleva abolire la riforma sanitaria,  e tutto è come prima, forse peggio di prima; voleva distruggere  Kim Jong-un,  e il dittatore nordcoreano  continua a divertirsi come un matto con il subbuteo atomico.
Ora, Trump vuole liquidare l’accordo sul nucleare con l’Iran... Probabilmente, a Teheran si sta ridendo, come davanti a quei personaggi stralunati interpretati dal grande Mel Brooks. Eppure, il principio di non permettere ai nemici dell’Occidente  di costruirsi  armi atomiche,  è assolutamente  corretto dal punto di vista polemologico e geopolitico.  Soprattutto, quando per dirla con Kissinger,  sono in contrasto  due  opposte   idee  di  “ordine internazionale”:  da un lato  l’Iran, una teocrazia,  che continua a vedere nell’Occidente il principale  discepolo di satana, dall’altro un mondo, quello Occidentale, che ha relegato il diavolo  in soffitta da un bel pezzo.
L’Iran, vuole convertire, l’Occidente fare buoni affari e turismo. Probabilmente, semplifichiamo troppo, ma come rappresentare meglio due idee, così contrastanti, dell’ordine internazionale?
Pertanto,  Trump ha ragione nella sostanza: mai permettere a un nemico, per giunta assoluto, di armarsi più di te.  La democrazia atomica  - a ciascuno la sua bombetta, nell’impossibilità di escluderle per tutti -   è un inganno democraticista, pari a quello di permettere a un partito  antidemocratico  di vincere democraticamente le elezioni.  I nemici, che possono diventare pericolosi,  vanno eliminati "da piccoli": senza pietà.  Come sosteneva Machiavelli, ogni vero principe, quando occorre,  il  male  deve farlo tutto e subito, guai concedere spazio al nemico (*).
Per tornare alla questione iraniana, stupisce che  russi ed europei, che tutto sommato condividono con gli Stati Uniti la stessa idea laica di ordine internazionale,  se vogliamo economico-turistica ( insomma, non si vuole convertire nessuno),  non facciano fronte unico contro l’Iran.  
Senza dubbio,  l’arroganza  e il  nazionalismo  di Trump  non aiutano.  Senza dimenticare  le tradizionali alleanze regionali, a cominciare da quella con Israele,  che condizionano e dividono un ipotetico schieramento russo-europeo-americano.  Ma Israele è un bastione dell’Occidente,  non si può buttarlo  a mare. Checché ne pensi Putin.
Però, forse, il problema è più profondo. La verità scomoda di Trump  mette in discussione l’idea pacifista, oggi dominante,   di un ordine internazionale democratico,  consensuale,  che ha  rinunciato alla guerra per darsi al turismo e ai buoni affari  (può sembrare una banalità, ma l’Italia è piena di turisti e imprenditori russi…). 
Idea, dura da rifiutare per le nostre  classi politiche,  imbevute di socialismo, umanitarismo e pseudo-cristianesimo.  Così stupide da credere,  che l’Iran,   portatore di un’ idea di ordine internazionale anti-occidentale,  farà un uso pacifico del nucleare.
Sì, lo stesso uso che Hitler fece della democrazia…


Carlo Gambescia


(*) «Di fare tutte le crudeltà in una volta per non avere a ritornare ogni dì e per potere non le rinnovando assicurare gli uomini e guadagnarseli con beneficarli»  (Principe, VIII).                    



venerdì 13 ottobre 2017

La Camera approva il Rosatellum
Legge fascista? 
Ma mi faccia il piacere...



Che osservatori, attori politici e mass media vedano le cose secondo prospettive differenti è nell’ordine naturale della democrazia liberale,  fondata sulla discussione.  Quindi  ben vengano manifestazioni, prese di posizioni,  dibattiti  e  stronzate (pardon).  
Il Rosatellum (semplifichiamo) passato ieri alla Camera, per alcuni sarebbe addirittura  una legge fascista perché maggioritaria, e maggioritaria perché fascista. Si è perfino evocata  la Legge Acerbo.  Per altri, più  moderati,  si tratterebbe invece di  un tentativo, seppure parziale, di conciliare, come capita nei Parlamenti,  i seguaci del proporzionale con quelli del maggioritario.
Per contro,  è rimasta  fuori la vera questione: quella della governabilità.  In realtà, non da oggi. Perché, a dire il vero,  mai  presa in  considerazione da tutte, e diciamo tutte,  le leggi elettorali italiane, a partire dal 1946.
La governabilità  non rinvia alle alleanze politiche occasionali  e  alle leggi elettorali (o comunque non solo), bensì  ai poteri, soprattutto di scioglimento,  attribuiti al Capo dell’Esecutivo  (Presidente del Consiglio o della Repubblica). Pertanto non basta una “leggina” elettorale e tante pacche sulle spalle (magari dove  nessuno vede).  Servono le riforme costituzionali, ma per fare che cosa? Ripetiamo: per introdurre la prevalenza dell’Esecutivo sul Legislativo, Una opzione   che la  “Costituzione più bella del mondo” ha sempre escluso tassativamente, fin dalla nascita,  in nome della famigerata paura dell’uomo solo al comando, da Mussolini a Renzi, passando per Berlusconi e Craxi.
L’ultimo tentativo di riforma costituzionale, timidamente teso a rafforzare i poteri del Governo su quelli del Parlamento, sappiamo tutti che triste fine  abbia fatto. Inoltre,  le cazzate (pardon) dette, ultimamente,  sul modello tedesco, come “occasione perduta”, riguardavano la parziale  versione italiana (molto all’amatriciana) della legge elettorale tedesca, ma non,  ad esempio   dell’istituto, sempre teutonico, della cosiddetta sfiducia costruttiva (non si fa cadere il governo senza una maggioranza alternativa).
Pertanto, con  il  Rosatellum, che rispetto all’Italicum (2015, nato morto)  e al Porcellum (2005, dichiarato incostituzionale con sentenza a orologeria nel 2103), basati entrambi su proporzionale e premio di maggioranza,   si torna invece all'uninominale, ma solo in parte: 1/3 dei seggi. Per contro, il Mattarellum  (1993) estendeva  l'applicazione del maggioritario  a 2/3 dei seggi.
Quanto allo soglia di sbarramento  il Rosatellum conferma  il 3 %  (il 4% nel Mattarellum). Ovviamente, per ragioni  di sintesi,  abbiamo semplificato le complesse normative  delle diverse leggi.
L’unica nota di consolazione è che il ritorno (parziale) all’uninominale potrebbe ridurre (a parità di consensi, rispetto alle precedenti elezioni) di un terzo il numero dei parlamentari pentastellati, forza chiaramente eversiva.  Il che è una buona notizia.  Sempre che, nei diversi collegi uninominali, le forze riformiste  non si facciano la guerra tra di loro, facilitando  le stesse  catastrofi politiche  delle  ultime comunali  a  Roma e Torino. Dove,  tra i due litiganti, eccetera, eccetera.  La grande coalizione, per capirsi, andrebbe fatta nelle urne, permettendo, con il voto saggiamente incrociato, a una delle due possibili coalizioni costituzionali (non eversive, anti-grilline) di avere i voti per governare, ma una alla volta. Si chiama maturità liberal-democratica. Chi perde oggi, governerà domani.  E così via. E gli altri, gli "esclusi"? Diritto di tribuna, in attesa che imbocchino la via del riformismo. infra-sistemico.
Un’ultima cosa, anzi due, a proposito dei  paragoni giornalistici con la Acerbo (1923).  Uno, quella legge assegnava un premio di maggioranza, a prescindere dalle sue dimensioni,  che  il Rosatellum non prevede assolutamente.  Due, i voti  ricevuti dai vincitori  superarono  largamente, non solo il 25 % stabilito da quella legge (per accedere al premio di maggioranza),  ma andarono  oltre, e non di poco,  il 51 per cento dei voti.  Quindi la vittoria del Listone non fu risicata.
Al di là dei brogli e delle violenze, che pure ci furono nelle  elezioni dell'aprile 1924, agli italiani piaceva Mussolini.  E tanto. Anzi, "da matti", direbbe un mio caro amico ferrarese. Questo era il vero problema.  Come, oggi, piace Grillo.
Però, per fortuna (pare),   noi andremo  a votare con il Rosatellum.

Carlo Gambescia
     

        

giovedì 12 ottobre 2017


Radiografia di un mito, a cinquant’anni dalla morte
Sociologia di Ernesto  Che Guevara


Che Guevara, del quale in questi giorni si commemorano i cinquant’anni  trascorsi dalla scomparsa,  rappresenta  un ottimo argomento per una lezione sulla sociologia della rivoluzione, dal momento che,  come impone la logica rivoluzionaria,   non  morì  nel suo  letto...  Procediamo però per gradi. 
Si può studiare il Che  sotto molti  aspetti, biografici, politici,   mitologici e secondo le più differenti prospettive politiche, fino al  punto  di  farne un  cristo socialista o un tenebroso terrorista. In realtà, Che Guevara è la  prova (sociologicamente) provata di come le rivoluzioni, quando non riescono a mangiare se stesse, e perciò  da movimento  si fanno istituzione  politico-sociale, finiscano sempre per mangiare i suoi protagonisti: o moralmente,  attraverso la  routine quotidiana, fatta di compromessi, benessere e comodità,   o fisicamente,  tramite   gli “incidenti sul  lavoro”,    tipo,   essere "purgati  dagli  ex amici, o  massacrati dai  nemici sul campo di battaglia. 
Il Che, vinse a Cuba con Castro,  da guerrigliero  divenne ministro; si accorse subito, da movimentista (ingenuamente) convinto,  che l’istituzionalizzazione della rivoluzione  comportava compromessi e conflitti interni  al gruppo dei vincitori. E così preferì tornare alla fase movimentista, della guerriglia. Sicché - come capita -  venne catturato e ucciso dalle forze anti-guerriglia.
Qui non  non è in  discussione il romanzo sociologico su Che Guevara. Pensiamo,  ad esempio,  alle pittoresche  leggende, come per i santi medievali,  sorte intorno al sua morte.  Bensì ci interessa  la concreta dinamica sociologica  della rivoluzione,  in particolare delle rivoluzioni moderne,  di tipo costruttivista e totale:   dinamica, con una sua logica interna,   che si nutre di rivoluzionari,  da Robespierre a Che Guevara, passando per Trotsky.
Dire, come si legge in questi  giorni, che la sinistra avrebbe tradito Che Guevara, e che dovrebbe ritrovarne i rivoluzionari  ideali, di purezza, coerenza e sensibilità verso la sofferenza,   significa non capire  nulla di sociologia della rivoluzione: più la  rivoluzione si proclama  “moralmente” pura,  più, nello sforzo di mantenersi tale (e qui la parabola del giacobinismo è esemplare), si tramuta in   totalizzante e sanguinaria,  imponendo il  monopolio istituzionale  della "sua" verità politica,  ritenuto a priori come perfetto e indiscutibile.  E le rivoluzioni, proprio perché tali  - ecco la tragedia sociologica - non possono non essere "presuntivamente"  pure,  quantomeno nelle intenzioni, la cui modulazione riflette però la stratificazione delle ambizioni umane e sociali. Sicché, poiché potere e intenzioni devono trovare un loro equilibrio, per garantire una qualche forma di  normalità sociale, anche nel conflitto infra-rivoluzionario,  la presunzione di  purezza  si trasforma  in  velenosa risorsa politica.  
Si pensi a un figura italiana, come quella di Carlo Pisacane,  prima mazziniano, poi socialista (in senso  pre-marxiano): un  "puro" tutto dedito alla causa "senza premio alcuno", un rivoluzionario “arrabbiato”,  un gesuita delle pallottole, un  teorico della guerriglia rivoluzionaria. In termini sociologici,  un  movimentista, in senso assoluto,  che morì, pieno di stupore, per mano degli stessi contadini che voleva liberare.  Eppure,  allora   non  c’era la Cia
La “rivoluzione italiana”  - il nostro Risorgimento -  poi la fece Cavour,  un liberale, politicamente moderato, che credeva nelle riforme da perseguire attraverso le  istituzioni parlamentari e la libertà di mercato, assecondando  l'evoluzione sociale, non dirigendola dall'alto. L'esatto contrario del credo totalitario dei  professionisti della sofferenza e della rivoluzione: coloro che pretendono ingenuamente di sapere cosa sia  il bene per ogni membro della società. Pensiamo  ai  "puri",  come Che Guevara, che la sinistra, quella che non crede nel riformismo,  tuttora rimpiange.   
Certo, Cavour, abilissimo uomo politico,  giocò  sulla spinta militare al Sud di Garibaldi.  Un  generale, dai tratti autoritari, certamente un rivoluzionario,  che però  a differenza di Pisacane  (e Che  Guevara) aveva i piedi ben piantati in terra.  Mazzini,  invece morì nel suo letto. E anche  questo dovrebbe far riflettere.
Tòto, non era un sociologo, ma in un film - forse “Totò al Giro d’Italia” -   gridò verso gli spettatori: “ Dopo ogni guerra viene il dopoguerra, viva Binda!”.  Cosa voleva dire?  Probabilmente,  allora in un' ottica post-fascista e bonariamente critica del conformismo democristiano, che l’ordine politico  si ricompone sempre: pochi comandano, molti ubbidiscono.  Non c’è niente da fare.  È la sociologia delle élites sociali,  bellezza.  Piaccia o meno,  per dirla nuovamente con Totò,  dopo ogni rivoluzione,  viene il dopo rivoluzione,  viva Castro!
Certo, Castro, ahinoi,  non era De Gasperi, un leader, comunque sia, liberal-democratico.  Ma questa è un'altra storia...

Carlo Gambescia

                                     


martedì 10 ottobre 2017

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 9 ottobre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell’attività di monitoraggio fonti aperte svolta nell'ambito della procedura riservata n. 301/3, autorizzazione Ministero Interni n. 505/2a [Operazione “LETTERA RUBATA” , N.d.V.] è stato trascritto e inserito in rassegna stampa riservata [v. in apposita Tabella in calce l’ Elenco Destinatari] il seguente segmento (minuti 8,00 – 8,12) della trasmissione radiofonica “PRIME PAGINE”, RadioRAITrenta, dell’8 ottobre 2017. Si riporta di seguito la trascrizione integrale del segmento suindicato.
[omissis]

VOCE REGISTRATA: “Inizia ora il ‘filo diretto’ con gli ascoltatori. Chi vuole porre domande al conduttore Stefano Veltri può telefonare al numero verde 800.555.333.”
VELTRI: “Buongiorno.”
ASCOLTATORE: “Buongiorno, caro figliolo, e buongiorno a tutti gli ascoltatori. Telefono a proposito del digiuno, sai il digiuno per lo ius soli?”
VELTRI: “Le spiace presentarsi?”
ASCOLTATORE: “Come?”
VELTRI: “Deve dire il suo nome e da dove chiama.”
ASCOLTATORE: “Ah. Mi chiamo Francesco, telefono da Roma. Bene così, figliolo?”
VELTRI: “Grazie. Dica pure.”
ASCOLTATORE: “Sì, dicevo: il digiuno per lo ius soli. Sbagliatissimo! Non digiunate, ripeto: non digiunate!”
VELTRI: “Guardi che deve fare una domanda, non un comizio. Se non è d’accordo con lo ius soli dica brevemente perché e faccia la domanda.”
ASCOLTATORE: “Chi ha detto che non sono d’accordo con lo ius soli?”
VELTRI: “Mah, lei ha appena invitato a non digiunare…”
ASCOLTATORE: “Cosa c’entra? Figuriamoci se non sono d’accordo con lo ius soli, sono un migrante anch’io!”
VELTRI: “Ah sì? Da dove viene?”
ASCOLTATORE: “Sudamerica. Dove sono nato io, metà della popolazione sono migranti di origine italiana, stavamo freschi se non c’era lo ius soli.”
VELTRI: “Lei dove è nato?”
ASCOLTATORE: “Argentina. Io con lo ius soli sono d’accordissimo, anzi: secondo me la cittadinanza andrebbe data a tutti i migranti, subito!”
VELTRI: “Subito a tutti?”
ASCOLTATORE: “Certo! Subito, a tutti! E’ il digiuno che è sbagliato, proprio non ci siamo. L’intenzione è buona, ma il metodo è sbagliatissimo.”
VELTRI: “Perché, scusi?”
ASCOLTATORE: “Ma è chiaro, figlio mio. Perché associa migranti e digiuno. E’ come dire, ‘Vuoi accogliere i migranti? E allora digiuna.’ A chi piace la fame?”
VELTRI: “In effetti, lei non ha tutti i torti. Non ci avevo pensato.”
ASCOLTATORE: “Non ci avevi pensato, caro figliolo, perché tu la fame non la conosci. Vero?”
VELTRI: “E’ vero, ma perché mi insiste a chiamarmi figliolo? Non mi sembra che ci conosciamo.”
ASCOLTATORE: “Scusa. Deformazione professionale.”
VELTRI: “Non c’è di che. E allora cosa propone per fare propaganda allo ius soli?”
ASCOLTATORE: “Il contrario del digiuno.”
VELTRI: “Cioè?”
ASCOLTATORE: “Ma benedetto figliolo, qual è il contrario del digiuno? Mangiare, no? Mangiare insieme!”
VELTRI: “Sì, ma…in pratica?”
ASCOLTATORE: “In pratica, si fa come ho fatto io. E’ facilissimo.”
VELTRI: “Perché, come ha fatto lei?”
ASCOLTATORE: “Hai presente quando sono andato a Bologna? Che abbiamo mangiato insieme ai migranti, a San Petronio?”
VELTRI: “Scusi, ma lei chi è?”
ASCOLTATORE: “Te l’ho già detto, mi pare. Francesco da Roma.”
VELTRI: “Lei è il Papa?!”
ASCOLTATORE: “Sì, ma cosa c’entra? E’ l’idea che conta: mangiare insieme.”
VELTRI [dialogo concitato in sottofondo. VELTRI: “Telefona il papa e non mi avvertite?!” REDATTRICE: “Mica ce l’ha detto che era il papa!”] Scusi, Santità, non ho riconosciuto la Sua voce.”
ASCOLTATORE: “Ho un po’di raffreddore. Insomma, capito? Mangiare insieme. Invece di digiunare, chi vuole lo ius soli invita a pranzo i migranti. Tu per esempio, perché non ne inviti a pranzo qualcuno, oggi che è anche domenica?”
VELTRI [pausa]: “Eeee…sì, è una buona idea…devo sentire mia moglie…”
ASCOLTATORE: “Bravo, di’ a tua moglie di aggiungere qualche posto a tavola…un sei o sette, che ne dici?”
VELTRI: “Sì, ehm…non so se abbiamo già qualche impegno, ma…”
ASCOLTATORE: “Bravo, bravo. Però mi raccomando, dille di stare attenta che certi migranti hanno problemi alimentari…tu dove sei nato?”
VELTRI: “A Modena, Santità.”
ASCOLTATORE: “Ecco: purtroppo, niente zampone, niente cotechino…sono buonissimi, ma purtroppo il maiale … è la loro cultura, sai com’è…”
VELTRI: “Eh sì…”
ASCOLTATORE: “Se stai sul vegetariano non sbagli mai. Insomma, cari figlioli, mi avete capito: niente digiuno, macché digiuno! E’ triste digiunare! Mangiate insieme, mangiate in allegria con i nostri fratelli migranti, che a tavola si fa amicizia in fretta. Buon appetito!”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...



sabato 7 ottobre 2017

Rosatellum bis
Un’opportunità (anti-cinquestelle) da cogliere…





Il Rosatellum bis è giustamente temuto dai cinquestellati.  Si legge, infatti,   nella relazione tecnica che accompagna il testo: “La proposta di testo base delinea un sistema elettorale misto, in cui l'assegnazione di 231 seggi alla Camera su 620  e 102   su 320 seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, in cui vince il candidato più votato, mentre l'assegnazione dei restanti seggi avviene con metodo proporzionale, nell'ambito di collegi plurinominali”.
Facciamo qualche calcolo.  L’ attuale numero dei parlamentari  cinquestelle, inclusivo dei parlamentari perduti (colonna destra  passati al gruppo misto, eccetera),  è il seguente:


88   +  21   =  Camera    101   (n. deputati M5S)                                         
35 + 19   =  Senato    54 (n. senatori M5S)

Con il  Rosatellum  bis,   il numero dei parlamentari eletti con l'uninominale e il proporzionale sarebbe il seguente:


620 – 231 (q.u.)   =   389 (deputati totali  eletti  in q.p.)        
320 – 102 (q.u)  =  218  (senatori totali  eletti in q.p)

Quelli  che ora  seguono  sono calcoli piuttosto elementari, se si vuole, sommari.  Ma crediamo che rendano ben l’idea. 
Attenzione, il nostro discorso concerne il meccanismo di  trasformazione dei voti in seggi, non i voti ricevuti nelle urne. Ora, con la quota uninominale prevista dal Rosatellum bis,  il  M5S, sulla base dello stesso numero di seggi guadagnato  nelle  precedenti elezioni,  perderebbe    più di 1/3  dei seggi alla Camera   (ottenendo una sessantina di deputati, forse anche di meno)   e al Senato  1/3 voti,  ottenendo una trentina di senatori.   Sono, cifre approssimative. E condizionate, dalla sempre possibile, ma non auspicabile,  crescita del consenso elettorale del Movimento Cinque Stelle.   
Sicché il risultato, post Rosatellum bis,  sarebbe il seguente:

Camera   101 -   1/3 ( forse anche di più)   =  67 (n. deputati M5S)     
Senato   54  - 1/3   =   36 (n. senatori  M5S)        


Ovviamente, quanto più crescesse l’ampiezza della quota uninominale  tanto più  decrescerebbe il numero dei parlamentari a cinque stelle. 
Però,  per ottenere l’azzeramento del voto pentastellato in termini di seggi,  nei collegi uninominali, centrodestra e centrosinistra dovrebbero fare accordi anti-cinquestelle,  chiaramente  veicolati  agli elettori.   Ovvero, far circolare il messaggio di non   votare il candidato del M5S, per privilegiare, secondo la situazione un candidato di centrodestra o di centrosinistra.
Ne saranno capaci? Si capirà  l’importanza di cogliere una grande opportunità politica? Di ridurre la consistenza, salvaguardando il diritto di tribuna, di un partito, potenzialmente eversivo delle istituzioni democratiche?  

Carlo Gambescia



venerdì 6 ottobre 2017

   Il Ministro delle Infrastrutture a  "Porta a Porta":
“Sì allo sciopero della fame per lo ius soli”
Delrio, il catto-comunista



« Ieri anche il ministro dell'Infrastrutture Graziano Delrio ha aderito allo sciopero [della fame]:  “ Il parlamentare risponde alla nazione, non alla disciplina di partito. Sui diritti civili non ci si astiene (…)  Non dobbiamo avere paura dei bambini. Bisogna aiutare l'integrazione. Questo voto è di coscienza individuale dei parlamentari. Non so se ci sarà la maggioranza o meno. Se non ce la facciamo, amen. Ma mi interessa fare un dibattito ragionato, tranquillo, ragionevole. Dimostriamo di essere un grande Paese". (http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/10/05/ius-soli-70-parlamentari-in-sciopero-della-fame.-boldrini-ci-sto-pensando_087027d7-8a3e-45f8-800e-d8755ed4e91f.html )

Così  il ministro Graziano Delrio parlando della legge sullo  ius soli  a "Porta a Porta". Che dire? 
Del Rio parla di dibattito  “ragionato, tranquillo, ragionevole”, poi però aderisce allo sciopero della fame, che è una forma di resistenza passiva,  formalmente, come si dice, non violenta… Certo,  non verso gli altri. Ma, ecco il punto  verso se stessi. Perché, per ipotesi, se portata alle estreme conseguenze, il digiuno può  provocare la morte dello “scioperante”.  Pertanto, il messaggio rivolto alle autorità non è meno violento:  “Se non fate quel che noi, a dispetto di qualsiasi regola democratica,  vogliamo imporre, vi lorderete le mani con il nostro sangue”. 
Insomma, le solite ipocrisie pacifiste, evocate,  non davanti alle mitragliatrici delle truppe coloniali britanniche,  ma  dinanzi agli ascari  disarmati del governo  Renzi. Insomma, senza rischiare un cazzo, (pardon).  Roba soft,  con  staff medico al seguito.  E diciamola tutta:  come giorni fa con le misure economiche,  per infastidire Gentiloni e di riflesso l’ex sindaco di  Firenze, strizzando  l’occhio alla sinistra interna-esterna al Pd.   
Come definire questo  mix di alti sentimenti e bassi servizi di cucina?   Tipico di certo mondo politico, come nel caso del cattolico di sinistra Delrio, a mezzo servizio tra Dio e  gli orfani di Marx? Bastano due parole: irresponsabilità politica.  Perché, ammesso e non concesso che lo ius soli sia giusto in sé, con l'aria che tira in Italia,   non è certamente questo il  momento giusto per proporlo: la legge se approvata,  porterebbe altra acqua al  mulino della propaganda  razzista e  molti  voti   alla destra, subito pronta a cogliere l’occasione per accusare la sinistra, tutta la sinistra, anche quella renziana, di essere dalla parte degli immigrati contro gli italiani. Sono cazzate (pardon). Che però  rischiano di  far perdere voti al Pd riformista.   
Delrio,  catto-comunista di confessione lapiriana (certo, più moderato di Rosy Bindi, ma di poco), mostra di non capire, o di non voler capire le ragioni, per così dire,  dell'opportunità politica. Mentre, da furbetto del quartierino Pd,  sembra  cogliere  bene quelle dell' opportunismo politico. In che modo? Cercando di salvare, con lo sciopero della fame soft,  capra e cavoli:  i grandi ideali e il seggio, comunque  dovessero andare le cose:  o con Renzi o contro Renzi…
Al posto dell’ ex Novello Magnifico -  che però, triste dirlo, si è laureato con  una tesi su Giorgio La Pira... -    alle prossime, lo lasceremmo a casa. Con il fantasma di La Pira.

Carlo Gambescia                      

      

giovedì 5 ottobre 2017

Perché Macron  dorme poco? La risposta dei Social è che...   
Il trionfo dello zotico digitale

    


L’Ansa ci informa che Macron dorme poco. Ora,  il fatto,  vero o falso, che il Presidente francese non riposi bene, è un suo problema personale.  Certo, dal punto di vista sociologico, può essere interessante l’effetto di ricaduta collettiva, come creazione-invenzione di una leggenda politica, eccetera, eccetera… Anche Mussolini, non dormiva, “lavoratore indefesso,  al servizio dell’Italia”.
Quel che però colpisce, e di cui vorremo parlare, è la grossolanità dei  commenti. Ecco un piccolo  assaggio (poi il lettore, di stomaco forte,  approfondirà da sé..)…

XXXXXXX
ECCO CHE COSA ELEGGE IL POPOLO BUE, ADATTO SOLO A TIRARE IL CARRO (TASSE), 
dove sopra ci sono i magna-magna della politica, sempre divisi e contrapposti tra loro, ma concordi nel farsi stipenti ladreschi e pensioni d’oro, naturalmente senza il consenso del popolo e senza lavorare!

YYYYYYY
Francia: Macron non dorme mai........
...perchè passa tutto il giorno e la notte a farsi inculare
....mentre la vecchia baldracca della moglie si cimenta in varie gangbang con negri, beduini, trans e feccia varia

CCCCCCC
Forse "la premiere dame" è più preoccupata per lei che va in bianco, che le "fatiche del marito. Si prendesse un "gigolò".......................

HHHHHHH
se va a dormire, poi gli tocca trombare Brigitte..

MMMMM
C'era Cavour che dormiva poco e pensando di far bene ha invece distrutto l'Italia e la sua economia.

NNNNNN

E ci credo che non dorme mai..deve coricarsi con quel babbuino!! meglio lavorare per poi trovare la scusa del mal di testa..Dopo che la first lady americana gli ha toccato il pacco a cena ( e secondo me c'è stato pure il dopocena)non sta capendo più niente...





Spaventoso. Per costruire "la civiltà delle buone maniere" (Norbert Elias), ci sono voluti secoli. Per decostruirla solo alcuni decenni. Intanto,   l’immagine che ne viene fuori  è quella di una stupida volgarità, indegna pure di un vecchio Bar Sport.  
Perché le persone si comportano  così, tirando fuori il peggio? E, per giunta, vantandosi pubblicamente della propria  imbecille trivialità?  
Due possibilità.
La prima,  ognuno si esprime come può. Il livello medio, educativo e culturale,  del cosiddetto popolo sovrano, è quello che è, basso molto basso, e una volta  unito, alla possibilità digitale di farsi notare, non può non  sfociare nello stupido turpiloquio. E' la tesi del cretino cognitivo.
La seconda, è che la quasi totale sparizione del senso del decoro sociale, presentata da almeno cinque decenni - diciamo dopo il ’68 -  come sacrosanto  “bisogno  di autenticità”, ha prodotto lo zotico collettivo. E di conseguenza, come accennavamo,  l'erosione della "civiltà delle buone maniere".  Ovviamente nel caso italiano,  l’escrescenza populista, giudiziaria e antipolitica,  ha soffocato qualsiasi tentativo di reazione, anche timido.
In qualche misura,  il cretino cognitivo e lo zotico collettivo si completano a vicenda nella figura dello zotico digitale. Una tragedia sociologica.  
Che poi l’Ansa non pensi neppure  lontanamente  di  introdurre un filtro (almeno per il turpiloquio),  è nell’ordine (in-)naturale delle cose odierne,  contraddistinto, per l'appunto,  dal trionfo dello zoticone  digitale. E così, il cerchio dell'emulazione sociale si chiude.   
Sono  leoni da tastiera? Forse.  Ma questa è un'altra storia...  Comunque sia,  il  principio (sociologicamente) attivo dello zotico  digitale  è:  “puoi dire quello vuoi, come vuoi, quando vuoi”.  E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Il "problemino" , ripetiamo,  è che non ci  si accorga dell'abisso  delle cattive maniere ( e del disordine cognitivo e politico-sociale dal quale discende) in cui siamo precipitati. Ormai, è assolutamente normale esprimersi così, soprattutto sui Social. Più la si dice grossa,  più crescono i like, e così via.   Nessuno si scandalizza più di niente.         

Carlo Gambescia         


mercoledì 4 ottobre 2017

Ieri,  la Giornata nazionale in memoria degli immigrati
Caro Presidente Grasso, 

le buone intenzioni non bastano...



Gli uomini parlano, parlano, parlano,  le società razionalizzano, razionalizzano, razionalizzano. A questo pensavamo ieri, ascoltando le parole sull'immigrazione, grondanti melassa umanitaristica, del Presidente del  Senato, Pietro Grasso. 
Si dirà, che c'è di male.  I cattivi esempi sono pericolosi: quanto più si spara alzo zero  sugli immigrati, a parole (fortunamente, per ora),  tanto più si rischia  di favorire reazioni tipo KKK italiano, quindi di far aumentare a dismisura il tasso di razzismo degli italiani.  Allora,  ben venga,  la melassa buonista sull’obbligo costituzionale, morale, sociale, politico e quant’altro.
Dicevamo però, gli uomini parlano, le società razionalizzano. In che senso? Che alla radice,  ogni questione sociale è questione di risorse, di regola, scarse.  Scarse, nei luoghi di partenza degli immigrati,  scarse nei luoghi di arrivo. Ovviamente, il differenziale ha valore  relativo:  ciò che è scarso per  “noi”, è troppo per “loro”. Di qui,  quel  miraggio di poter  condividere un mitico surplus che spinge l’immigrato a tentare la fortuna in  Italia e in  Occidente, dal momento che, comunque vadano le cose, come spesso si sente dire  - parole dei "migranti" -    non si  potrà stare peggio.
In realtà,  questo concetto di scarsità relativa, variabile e dall’alto valore simbolico, è una forma di razionalizzazione sociale, soprattutto simbolica, delle risorse esistenti.  Di conseguenza, come  nel caso del Presidente Grasso,  introdurre  nelle argomentazioni -  trascurando i contenuti simbolici dei differenziali tra valori assoluti e relativi -  l’idea che noi stiamo meglio, a prescindere,   e che perciò dobbiamo accogliere e donare,  significa scontrarsi con una sensibilità comune, media, che invece considera le risorse di cui fruiamo scarse, conferendo al differenziale un diverso valore, non meno simbolico.   
È così? Non è così?  Non importa.  Il punto è che le persone  credono  sia così: la società razionalizza una credenza simbolica, a livello di senso collettivo.
Perciò quanto  più si cerca, per così dire,  di indorare la pillola, tanto più la gente comune tende a defilarsi e avvertire discorsi umanitaristici  totalmente falsi e indisponenti.  Di qui, secondo le diverse storie politiche e personali, le situazioni ambientali, il reddito reale,  eccetera, il rischio di innescare reazioni razziste.  
Si dirà, ma l’educazione individuale, la socializzazione,  la scuola,  il ruolo delle associazioni benefiche e dello stato, eccetera, eccetera,  non possono cambiare le cose? Provocando mutamenti di mentalità? Influendo quindi sulla percezione dei differenziali  redistributivi relativi alla  scarsità relativa ed assoluta? No, perché  la percezione collettiva  non dipende dalla sociologia, ma dalla natura umana, quindi in ultima istanza, per così dire,  dai riflessi carnivori degli uomini.  Si possono ridurre i tassi differenziali, in chiave economica, garantendo un progresso economico crescente. Insomma, si può mitigare, ma non determinare a tavolino la percezione simbolica dei medesimi, dettata dalla biologia umana. Il fallimento del socialismo è lì a provarlo.         
Conclusioni,  le buoni intenzioni, quando sono in gioco valori altamente simbolici,  non bastano. Insomma, l’ umanitarismo in dosi massicce,  rischia di ottenere l’effetto contrario, il razzismo. Qualcuno, sia detto con tutto il rispetto dovuto a una seconda carica dello stato, lo spieghi al Presidente Grasso.

                                                                                                                              Carlo Gambescia                   

martedì 3 ottobre 2017

I mass media italiani e la questione catalana
Fanatismo democratico





Alcuni  si  lamentano per l’atteggiamento dei mass media italiani, politicamente, in larga misura, dalla parte dei catalani.  Una cospirazione?  No, crediamo non ci sia nessun  complotto da svelare.   Le cose però  in realtà,  sono molto più semplici e difficili da spiegare al tempo stesso. Proviamoci.
Ogni regime politico ha una sua logica, in democrazia questa logica rinvia alla regola di maggioranza e più in generale al principio che il popolo  è  sovrano e perciò ha sempre ragione.   Ora,  nella questione catalana,  balza subito agli occhi, come  il "caso", sociologicamente parlando,  sia da manuale:  qualcuno,  un popolo, descritto come amante della libertà,   che decide con il voto, da un lato, e qualcun altro, una élite, dipinta come retriva,  che vuole impedirlo, dall’altro. Un inciso: qualsiasi riferimento a Franco è totalmente fuori luogo. Il Caudillo,  che sapeva, con Machiavelli, che il male va fatto tutto e subito (riassumiamo), avrebbe immediatamente ordinato di sparare a vista... Altro che proiettili di gomma...
Per la cultura democratica basta questo romantico contrasto,  perché scatti il riflesso condizionato della solidarietà politica. Il fatto che  esistano una costituzione spagnola,  un parlamento nazionale, dove tutti sono rappresentati, un sistema giudiziario indipendente,  larghe autonomie amministrative è tenuto in non cale. Dal momento che questi istituti  - semplificando  -  possono  significare qualcosa, ma solo dal punto di vista dello stato di diritto liberale.  Che però  - ecco il punto fondamentale  -   è altra cosa dallo stato democratico: il liberalismo  frena, tendendo a favorire il ragionamento,  mentre la democrazia accelera, schierata com'è dalla parte delle passioni.  
E più cresce il fanatismo democratico più ci si allontana dal liberalismo. Per andare dove?  Verso quella che Tocqueville chiama tirannia della maggioranza.  Che  poi, eventualmente, è sempre tirannide di una minoranza, che, per tornare al grande pensatore francese,  veicola certe idee, che fanno opinione, influendo sulle masse, eccetera, eccetera.  Quindi, al di là delle piazze pittoresche,   si tratta sempre  del conflitto tra una classe politica costituita e una costituente. Dal momento che in scienza politica (diremmo, metapolitica) non esistono, se non sulla carta,  maggioranze votanti. Esistono, anzi persistono,  solo minoranze organizzate che lottano per il potere, imponendosi a maggioranze disorganizzate. Ovviamente,  quanto fin qui detto,  è totalmente indigeribile dal punto di vista democratico,   perché ne mette in discussione i principi.  
Concludendo, diciamo che l’appoggio mediatico agli indipendentisti catalani  è frutto di fanatismo democratico.   Una specie di   riflesso condizionato, molto diffuso, non solo tra i  populisti:  basta che suoni il campanello del voto è il fanatico democratico comincia a salivare.  Mai stanco di invocare sempre più democrazia,  il fanatico  non capisce  che la logica della democrazia, condotta alle sue estreme conseguenze è rovinosa, perché può portare direttamente alla guerra civile.  
Ed è ciò  che rischia di accadere in Catalogna.

Carlo Gambescia        


lunedì 2 ottobre 2017

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 2 ottobre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stata intercettata, in data 30/09/2017, ore 11.32, una conversazione telefonica tra le utenze 333***, intestata a FINZI MATTIA, Segretario del Partito Democratico, e 347***, intestata a DI GIUGNO LUIGI, candidato premier del Movimento 5asterischi. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


FINZI MATTIA: “Be’, caro Luigi, come stai?”
DI GIUGNO LUIGI: “Bene, grazie. Tu piuttosto, come stai?”
FINZI MATTIA: “Cosa vorresti dire con quel ‘piuttosto’?”
DI GIUGNO LUIGI: “Che forse sei stato meglio. No?”
FINZI MATTIA [pausa]: “Mi ricordi qualcuno.”
DI GIUGNO LUIGI [pausa]: “Cioè?”
FINZI MATTIA: “Mi ricordi me qualche anno fa.”
DI GIUGNO LUIGI: “Fai il nonno?”
FINZI MATTIA: “Sei una matricola, Luigi. Il test di ammissione l’hai superato, ma il difficile viene dopo.”
DI GIUGNO LUIGI: “Ah, mi vuoi consigliare? Ma che altruismo…”
FINZI MATTIA: “Sì, ero così anch’io. Mi sentivo infallibile, invulnerabile…”
DI GIUGNO LUIGI: “Parla per te. Tengo i piedi per terra io.”
FINZI MATTIA: “Stai camminando sulla corda tesa, come tutti noi. Solo che non lo sai ancora.”
DI GIUGNO LUIGI: “Be’, mi ha fatto piacere la chiacchierata, ma adesso ti devo lasciare.”
FINZI MATTIA: “Due minuti e poi ci salutiamo.”
DI GIUGNO LUIGI. “Va bene. Però due minuti.”
FINZI MATTIA: “Bastano e avanzano. Siamo attori, Luigi. Il copione è sempre quello, e non lo scriviamo noi. Noi dobbiamo prendere gli applausi, e gli applausi durano poco. Quando cominciano i fischi, di chi è la colpa? Nostra. Ci protestano, e avanti il prossimo.”
DI GIUGNO LUIGI: “Finito?”
FINZI MATTIA: “Quasi. Ultima cosa: e se lo prendete davvero?”
DI GIUGNO LUIGI: “Cosa?”
FINZI MATTIA: “Il 51% per cento. Dite sempre che non vi alleate con nessuno: e se lo prendete sul serio, il 51%, cosa fate?”
DI GIUGNO LUIGI: “In una democrazia, chi…”
FINZI MATTIA: “…scherzavo, Luigi, non lo prendete il 51%. Stai sereno, puoi rimandare gli esami all’infinito, come facevi all’università…cosa facevi tu? Prima ingegneria, poi giurisprudenza…Non ti sei laureato, vero?”
DI GIUGNO LUIGI: “Guarda, non mi fai scendere al tuo livello.”
FINZI MATTIA: “Io la laurea l’ho presa. Ma tu ricorda, Luigino: anche in politica si può cambiare facoltà, se per caso... Insomma, il mio telefono ce l’hai.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.o  Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...






venerdì 29 settembre 2017

Referendum catalano
España invertebrada?




Referendum catalano, tre notizie significative.

La prima.
Con le migliaia di agenti inviati in rinforzo in Catalogna negli ultimi giorni sono ora oltre 10mila gli uomini della Guardia Civil e della Policia Nacional nella regione 'ribelle' con il compito domenica di impedire lo svolgimento del referendum di indipendenza, ha indicato oggi il 'ministro' degli interni catalano Joaquim Forn.

La seconda.
In una lettera ai colleghi delle 27 capitali Ue il sindaco di Barcellona Ada Colau ha chiesto oggi una mediazione della Commissione Europea nella crisi catalana. Colau, eletta con Podemos, sottolinea che il conflitto catalano non è una questione interna spagnola e deve essere affrontato nella sua dimensione europea.

La terza
 Parlamento basco ha espresso oggi "appoggio e rispetto" al referendum di indipendenza catalano previsto domenica e dichiarato "illegale" da Madrid. In un documento approvato con i voti del partito nazionalista moderato Pnv del premier Inigo Urkullu e degli indipendentisti di Bildu, il parlamento basco si oppone a qualsiasi misura repressiva dello Stato spagnolo per impedire lo svolgimento del voto il primo ottobre.

Qual è il legame sociologico?   Sintetizziamolo  in  tre punti.
1) Che il conflitto politico, implica sempre l’appello a una autorità istituzionalmente superiore, in  questo caso l’Ue;  2)  che  implica la nascita di alleanze, sulla base del meccanismo “il nemico del mio nemico è mio amico”,  in questo caso i separatisti baschi; 3) che l’uso della forza, inevitabilmente, rappresenta sempre la soluzione in ultima istanza, in questo caso l’invio dei poliziotti spagnoli per impedire il referendum.
Pertanto,  l’esito  del conflitto spagnolo, dipende da  fattori interni ed esterni, non tutti controllabili, perché ad esempio l’uso indiscriminato della forza potrebbe far cambiare idea all’Ue e provocare prese di posizione ancora più decise da parte dei baschi e del separatismo in genere. E non solo in Spagna.
Si dice che il diritto di secessione dei popoli sia sacro.  Il che, se si riflette bene, sul piano dei principi,  non è che un prolungamento ideologico - e argomentativo -  dello stato-nazione (un territorio, una lingua, una sovranità),  in nome del quale la Spagna vuole vietare il referendum. In realtà, il diritto dei popoli, nelle sue varie vesti politiche  ( specialmente in quella secessionista che lo rappresenta a livello di potere costituente vs potere costituito) è un fenomeno sociale a doppio taglio.   Che ricorda, sul piano formale (dei processi formali,  astratti dai contenuti), quello della moda,  nel senso che si vuole, collettivamente, essere uguali e diversi al  tempo stesso:  uguali tra catalani,  indossando, per così dire una certa maglietta, e diversi dagli spagnoli, che ne indossano un'altra, di moda per  Madrid.   E così via, secondo un microfisica del potere,  dall’alto verso il basso, che regola le  “mode politiche”, dalla genesi sociale alla istituzionalizzazione.  Ad esempio come si comporterebbero le  "istituzioni" catalane, una volta stabilitesi,  con   minoranze interne, allo stato nascente,  che si “abbigliassero” in altro modo?  Va da sé che invierebbero la polizia catalana. Per contro le  stesse  minoranze, invocherebbero l’alleato europeo e  spagnolo contro il "centralismo" catalano. E così via.
Questa è  la  sostanza  sociologica (e metapolitica) del processo conflittuale in atto.  Certo, esistono le Carte costituzionali, frutto di buon senso e prudenza politica.  Carte  che dovrebbero impedire tutto questo. In fondo,  la Spagna post-franchista,  gode di un sistema di autonomie, anche a livello locale, perfino  comunale e  provinciale, molto liberale.  Eppure, sembra non bastare.
L’antica malattia spagnola, diagnosticata  da  Ortega y Gasset,  di una   España invertebrada , votata all’autodissoluzione, vittima  dei suoi  regionalismi  e separatismi,   sembra riaffacciarsi. 
Si dirà:  non è una malattia, Ortega era un liberale conservatore,   che non capiva  l’ansia di libertà  dei vari  popoli  insediatisi  nella penisola iberica.  Probabile,  ma la cura, al punto in cui si è giunti, qualunque "terapia" si scelga,  rischia di essere dolorosa, molto dolorosa. Per tutti.     

Carlo Gambescia