venerdì 16 dicembre 2016

La guerra Mediaset-Vivendi
Patriottismo, estremo rifugio delle canaglie



Non siamo esperti di economia, ma le guerre economiche ci appassionano, perché rappresentano la prova del nove, come dire,  della  fede imprenditoriale nel libero mercato.
Ne è scoppiata proprio una  tra Vivendi e Mediaset,  tra Bolloré e Berlusconi.  Non siamo però davanti  a una scalata  in grande stile,  sul genere di quelle americane, dove un capitalismo, spezzettato in pacchetti azionari diversi e antagonisti nella stessa impresa  “aggredita”, è sempre sul piede di guerra. Per dirla con  Attalo, grande caricaturista del secolo scorso,  le nostre sono guerre pacioccone (si pensi alla distinzione di lana caprina,  tutta italiana,   tra scalate ostili e non, del tipo rivoluzione con il consenso dei carabinieri...).
Inoltre, Mediaset è un classico caso di capitalismo familiare, quindi se Bolloré riuscisse ad  aprirsi una breccia, dopo si troverebbe costretto ad accamparsi tra i  nemici e dover trovare un qualche accordo per tirare avanti. Probabilmente, dietro la strategia del francese c’è dell’altro: senso di rivalsa, per qualche  ruggine anche recente (l’affare della televisione a pagamento andato a monte); interesse a crearsi una testa di ponte in Italia (ma  non sarebbe la prima partecipazione di Vivendi); tentativo di ricatto economico verso altri, nel senso che si attacca Berlusconi, per lanciare segnali a qualcun altro. Sapendo poco o nulla di queste cose, lasciamo la parola, in argomento,  ai giornalisti economici, molto più preparati di noi, soprattutto sul gossip finanziario.
Il dato sociologico  interessante è  invece rappresentato dalle reazioni  politiche. In Italia (ma non solo), nelle guerre economiche, si chiede l’ intervento dello stato quando le aziende aggredite, come si usa dire pomposamente,   "hanno importanza strategica". E le comunicazioni in senso lato ( molto lato, quello  dello stato padrone in grigioverde) lo sarebbero.  Quindi non si può escludere -  sebbene Berlusconi abbia ancora tanti, troppi nemici-  qualche  paterno aiutino dall’alto. 
Di solito, l’aggredito (soprattutto in Italia)  prima chiede l’intervento della magistratura, gridando all’aggiotaggio (roba da Brancaleone alle Crociate…), poi delle Autorità di Controllo, evocando la turbativa di libero mercato, strizzando l'occhio a Smith (quando invece le scalate rappresentano l’esatto contrario, lo esaltano). Dopo di che segue il rito della pioggia di dichiarazioni e denunce, nell’ordine: della  Banca d’Italia (notare, per ora,  il più che giusto silenzio del Bce), del  Ministero dell'Economia, del Premier di turno.  Il tutto per dissuadere l’aggressore, puntando a influenzare, interferendo politicamente,  l'andamento borsistico del  malloppo azionario conteso.  
Diciamo che le guerre economiche, non solo in Italia, fanno scattare,  negli imprenditori, anche se liberisti a parole,  un preciso  riflesso carnivoro, quello patriottico/statalista.  E qui ci aiuta, probabilmente senza volerlo,  Samuel Johnson.  Il quale  parlò del "patriottismo", come  "estremo rifugio delle canaglie”. Espressione che si attaglia benissimo a certi imprenditori che difendono il libero mercato, ma  a corrente alternata: solo quando conviene.  Di regola, si tratta di parassiti che tendono sempre a privatizzare i profitti e socializzare le perdite, invocando l'intervento di papà-stato. Ecco, Berlusconi, avrebbe davanti a sé, l’occasione per riscattarsi. Almeno economicamente. Anche andando a fondo. Ma in piedi, solitario, sul ponte di comando della nave, come un vero capitano coraggioso...  


Carlo Gambescia             

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