giovedì 26 settembre 2013

Il libro  della settimana: Stenio Solinas, Gli ultimi Mohicani. Quel che resta della politica, Bietti 2103, pp. 124,  Euro 13,00. 


www.edizionibietti.it


Quale può essere la chiave di lettura dell’ultima fatica di Stenio Solinas, Gli ultimi Mohicani. Quel che resta della politica (Bietti)?  Il mito della rivoluzione tradita. Il lettore è pregato di non inarcare il sopracciglio.   Solinas come Trotsky? Sì, ma soltanto  in chiave tipologica e tenendo  presente,  ça va sans dire, la diversità dei contesti storici, dei ruoli,  delle levature, eccetera.  In particolare,  pensiamo  al  comune giacobinismo  argomentativo…   Altro parolone, altro sopracciglio… Tradotto: alla comune critica delle cose come sono andate in nome delle cose come dovevano andare.  Ci spieghiamo   meglio.
All’inviato  de “il Giornale”,  costretto a lavorare controvoglia  nell’ officina cartacea  del  padrone delle ferriere,  la  mai amata  società “liberal-capitalista”  sta  più  stretta  di quararant’anni fa:  si  vorrebbe  mordere la mano  che nutre ma  si deve mordere il  freno,  come  accade  allo  stendhaliano Fabrice del Dongo. E per giunta,  senza   aver  mai udito una sola cannonata.
Per carità, è l’eterna  Comédie humaine,   scolpita da Balzac,  da cui nessuno, compreso chi scrive, potrà mai liberarsi.  Ortega parlava di  “circunstancia”, cui gli uomini possono però reagire secondo l' indole: c’è chi vi si adagia,  chi sociologizza, chi si ribella,  chi, come Solinas,  scrive   libri come questo,  dove   si fa il processo all’Italia, agli italiani e alle cose come sono andate, soprattutto sul piano politico. Ovviamente male,  se si osserva, sospirando,  la realtà  da una qualche immaginaria Coyoàcan,  con il cuore all' Italia vagheggiata a vent'anni.  Quando si viveva magicamente  sospesi tra le vette  della “tentazione fascista”  e  i cieli di  una  rivoluzione politica e antropologica. Insomma, fuor di metafora, Solinas continua a ritenere la politica  arte dell’impossibile: “Politica  - si sciabola -  non sono i partiti è la  battaglia delle idee, il cercare nuove strade, il non accontentarsi della routine, un’etica, e se si vuole un’estetica” (p. 68).  Estetica della politica…  il lettore prenda appunto.
C’è però chi sostiene  che  la politica sia  invece  arte del possibile. E che se si insiste troppo sull’impossibile, anche quando il possibile basta e avanza,  la politica finisce per   fare  rima con rivoluzione, per poi precipitare,  quando le cose si mettono male,  in rivoluzionarismo, talvolta da operetta talaltra da tragedia.
Purtroppo, come insegnavano Del Noce e Noventa,  siamo dinanzi al pericoloso sogno  proibito  di tutti  i giacobini italiani, rossi e neri: fare, anzi rifare gli italiani dalla testa ai piedi  a  calci nel sedere.  Si tratta dell’essenza del giacobinismo, dottamente colta dal Jacob Talmon e qui spiegata al popolo. Un approccio decisamente onirico che se fosse un farmaco avrebbe due controindicazioni prima, durante e dopo l’assunzione: la condanna in automatico  di tutto quel che può stridere con la meta agognata dal giacobino, ossia  l'uomo nuovo;  la  liquidazione di   qualsiasi critica, che viene   bocciata  come impolitica perché contraria alla “linea”, o se si preferisce la  versione soft,  relegata  tra le cianfrusaglie “liberal-capitaliste”  di   “quel che resta della politica”,  come recita il sottotitolo  del libro di Solinas.  Di qui però,  la simpatia in agrodolce, tipica  del giacobino nero,  per certi giacobini rossi, che  attraversa  tutto il libro: si notino il patetico aneddoto sul  vecchio comunista  cieco, quasi fratello separato (pp. 14-15); lo spreco di stima, anche politica,  per  Piergiorgio Bellocchio ( pp. 101-109), la piccola punta d’invidia del militante delle idee  per il giacobinismo piemontese, “culturalmente vincente” (pp. 59-61), la strizzatina d’occhio al Pasolini anticonsumista criptocamerata (p. 71-72) e al Nanni Moretti antiedonista  della “Messa è finita” (pp. 99-100).
Si tratta però di una passione circospetta,  piena di contrasti,  perché  Solinas  non nasconde l’ antipatia del giacobino di destra  per i  viscidi ominicchi  post-sessantottini con il cuore a sinistra e il portafogli  a destra: “comunisti immaginari ( pp. 27-28). E per l’Italia, scapigliata e sudaticcia alla Gino Strada,   fatta “di piazze, mitologie sul comune cittadino, di appelli, marce, petizioni” (p. 61).  Ma  neppure si salvano   -  nuova  sterzata a sinistra -    l’“aziendalizzazione della politica” (p. 16),  la destra diffusa, “qualunquista e conformista, nostalgica e bigotta” ( p. 18), nonché -  aristocratica unghiata  finale -   i populismi, come dire,  non tragici :  “Grillo è per certi versi la continuazione di Berlusconi con altri mezzi” (p. 40).  E qui ci fermiamo, perché il punto è importante:  se differenza c’è tra giacobinismo nero e rosso, anzi talvolta  rosa (si pensi ai fondamentalisti delle “quote”),  è rappresentata  dal sentimento del tragico.  I  giacobini rossi,  soprattutto quelli con famiglia,  amano  brechtianamente antieroi e codardi. E soprattutto il   vivere, una volta  chiusa la parentesi terroristica e rivoluzionaria, come grassi  topi nel formaggio.  Mentre  per  Solinas,  aristocratico giacobino di destra, non c’è via di mezzo: tragico e politica sono esteticamente inseparabili.  “Il tragico -  osserva -  in politica è un valore, contiene in sé la catarsi e il sacrificio, l’etica e il rispetto delle idee, la durezza della leadership, il rifiuto del compromesso, la speranza che si nutre di gesti e comportamenti, la fiducia  che nasce dall’esempio, un’idea di grandezza” (p. 20). Definizione che verrebbe sicuramente sottoscritta a occhi chiusi dal fior fiore della destra a un tempo rivoluzionaria e conservatrice del Novecento: i giacobini neri per l’appunto.         
Non è  però   utopistico, per avvalorare il politico,  concepire  il tragico  come  rilucente  pietra filosofale? E non come  “laico” strumento politologico?  Perché enfatizzare invece di sezionare e capire?  Detto altrimenti: fra il tragico, come qualcosa che sconvolge la vita di una nazione aggredita,  e il tragico,  cercato  e imposto dall’aggressore,  esiste sicuramente una differenza da studiare e comprendere. E poi  che c’è di bello nella distruzione di un popolo?   
Si tratta  di una differenza  che sfugge a chi punti, drammatizzando, sul tragico en bloc.  E infatti  sulla questione  Solinas  sorvola.   Probabilmente, perché  da  fautore della rivoluzione tradita  è  portato a privilegiare la fase movimentista, esteticamente fascinosa, senza preoccuparsi  delle conseguenze.  E soprattutto di capire chi abbia cominciato per primo,  facendo proprio collimare - magari senza tanti complimenti -   tragicità ( e quindi bellezza) della politica  con   etnocentrismo,  come purtroppo è accaduto.
Inoltre,  siamo  certi  che  se  si chiedesse bruscamente a Solinas  di scegliere  tra l’antieroe Berlusconi e  un certo eroe nibelungico in camicia bruna, esiterebbe… Magari solo per un attimo, ma indugerebbe.  Si legga al riguardo la chiusa del libro, dove Solinas sembra comprendere, se non giustificare, chi inizialmente,  come lo scrittore Gottfried Benn, aveva appoggiato Hitler  in  nome della tragica grandezza della patria tedesca (pp. 108-109).   E Stenio Solinas  per fortuna,   come gli amici sanno,  è uomo mite, arguto, autoironico.  Quindi  saprà  sempre  dove fermarsi.   Ma quando certe doti mancano?  Tarmo Kunnas, suo malgrado, ha in qualche misura mostrato che il combinato disposto fra estetica e politica non può funzionare:  si comincia alla grande  con l’estetica della politica e si finisce per dare man forte ai seguaci dell’eugenetica sociale,  i quali fanno volgarmente coincidere forza, colore della pelle e bellezza…
Certo,  si dirà,  alla fin fine, personaggi come Mussolini,  Hitler,  Berlusconi passano mentre  la  patria resta, grande o piccola che sia.  Giustissimo, ma  i primi due  hanno  sicuramente fatto  più danni.   

Carlo Gambescia

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