venerdì 20 gennaio 2012


Le radici (sociologiche) della crisi economica 
Craze speculativo
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Delle liberalizzazioni ci siamo già occupati qui (http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2011/12/le-liberalizzazioni-di-monti-paghera-il.html ) e qui ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2011/11/quel-giano-bifronte-del-liberismo.html ), perciò non torneremo sull’argomento. Anche perché le radici profonde della crisi economica affondano, e decisamente, nei comportamenti collettivi: in qualcosa che è a metà strada tra sociologia, psicologia sociale e antropologia. Più precisamente parliamo del craze (mania, smania, voga): di un atteggiamento di tipo emulativo e aggregante. Semplificando, può essere paragonato al timore di perdere il treno - ovviamente quello della vita - sul quale tutti stanno invece salendo... Treno che potrebbe passare una sola volta... Allora, perché perderlo, e magari stupidamente? Il concetto risale a Neil J. Smelser, sociologo statunitense di scuola funzionalista (nel senso, semplificando, che in una società "tutto si tiene insieme"), autore di un dotto libro sociologico, oggi dimenticato, uscito quasi mezzo secolo fa (Theory of Collective Behavior, trad. it. Vallecchi, 1968, pref. di Francesco Alberoni). Il craze, fenomeno collettivo che secondo Smelser ritroviamo anche in altri campi della vita sociale (bandwagon politico, revival religioso, moda), rinvia, come sfondo culturale, per quel che concerne l'economia, alla credenza, piaccia o meno, nella possibilità di arricchirsi. Perciò, attenzione, lo rinveniamo: prima - in termini positivi - alla base di un boom speculativo; dopo - con segno negativo - nella successiva fase di fuga dagli investimenti, per non perdere un "treno", restando in metafora, che ora invece va in direzione opposta. Ma lasciamo la parola a Smelser: “ L’ansietà sorge dall’incertezza sugli esiti degli investimenti abituali delle ricchezze e dall’incertezza sui modi per valorizzare gli investimenti. Questa incertezza, comunque, non porta al panico finché c’è del capitale con cui risolvere il problema. Questa combinazione unica di incertezza, più una quantità di capitale, produce la credenza generalizzata che le incertezze possano essere superate con l’uso di adeguati correttivi” (trad. it. cit., p. 364). Di qui gli alti e bassi "sociologici" del capitalismo, legati appunto alla natura ciclica e collettiva del craze.
A proposito degli “adeguati correttivi”, Smelser parla di “magia istituzionalizzate e di folklore”. Riprendendo le tesi di Pareto, Arnold e Galbraith sulle “derivazioni (ideologiche)” e sul “folklore capitalistico”: sorta di retorica pubblica tesa a placare l’ansia dei consumatori. E quindi necessaria. Attenzione però, esiste anche un folklore, comunista, socialista, cattolico, eccetera…
Ovviamente, le parole non bastano, per ritornare a comportamenti collettivi più stabili (ma comunque craze-dipendenti), occorre scovare nuove fonti per arricchirsi, ossia “modi per valorizzare gli investimenti”.
Concludendo, cosa ci insegna Smelser? Che i correttivi, spesso più retorici che reali - come "liberalizzazioni" italiane - da soli non bastano. E che la recessione in cui stiamo entrando, preceduta da un boom speculativo (craze pre-boom), indica una reazione di fuga ( craze post-boom) da investimenti e consumi.
Non sarà perciò facile uscirne in tempi rapidi. Sempre che il famoso imprenditore-innovatore, descritto così bene da Schumpeter, non scovi qualche innovazione capace di generare sviluppo e investimenti in nuovi settori. Ecco qual è la vera sfida cui deve cicilicamente rispondere il capitalismo: mescolare insieme capitale reale, innovazione, incertezza e craze. Sfida, prima che economica, come abbiamo visto, sociologica, psicologica e antropologica.... Altro che liberalizzazioni alle vongole! Ma il capitalismo ne sarà ancora in grado?


Carlo Gambescia

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