mercoledì 29 settembre 2010

Riflessioni
Mercatismo o neo-corporativismo democratico? 


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Mercato o “Corporativismo? L'alternativa può sembrare desueta, stando almeno ai "gusti" iperliberisti oggi prevalenti. Ma non è così. Soprattutto se per corporativismo si intende il neo-corporativismo democratico.
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Qualche precisazione
Per i neoliberisti il mercato capitalistico resta l’unico sistema economico in grado di produrre ricchezza. Per gli avversari il mercato, se abbandonato a se stesso, provoca sfaceli sociali. Qui però le strade si dividono: perché per i riformisti il mercato va contenuto, mentre per i radicali di sinistra e destra, va soppresso. Chi dice la verità?
Probabilmente, a parte i riformisti, nessuno dei contendenti. Sul comunismo, visti i risultati, è inutile “ritornare”. Più interessante resta la posizione corporativa, che sembra animare la destra radicale nelle sue varie e pittoresche sfumature. Ma di quale corporativismo parlare?
Al tempo. Il mercato capitalistico accumula ricchezze che poi devono essere ridistribuite nel rispetto delle regole e della dignità umana.. Di conseguenza serve un “potere terzo ”: uno Stato-Arbitro. Ma ad alcuni non basta. Di qui l’ipotesi corporativa che punta sulla naturale l’insocievolezza socievole dell’uomo. Tradotto: un atavico unirsi per ma anche contro qualcuno. E appunto per questo anche il corporativismo (buono), se non vuole degenerare in “corporativismi” (cattivi) deve puntare sullo Stato. Ma non più sul “potere terzo” dello Stato-Arbitro, ma sul “potere primo” dello Stato Corporativo.
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Il compromesso socialdemocratico
E qui la questione si ingarbuglia. Si pensi alla società come a un elastico: da un capo il Mercato dall’altro lo Stato. Se lo si tira troppo, anche da uno solo dei due lati, si rischia di irrigidirlo fino a provocarne rottura…
Il polo del Mercato puro (mercatismo) risale all’Ottocento. E termina, verso la fine del secolo, con la nascita della prima legislazione sociale. Mentre il polo dello Stato puro (statalismo) si sviluppa nella prima metà del Novecento, attraverso il collettivismo comunista e - appunto - il corporativismo, soprattutto nella variante fascista. Al quale segue, nella seconda metà del secolo, lo Stato a economia mista aperto sia al capitale (economia sociale di mercato), sia al sociale (welfare state): una giusta via di mezzo, uno Stato, non proprio arbitro, ma neppure padrone. In quest’ultimo caso si può perciò parlare di “compromesso socialdemocratico” (nelle varianti cattolico-sociale e liberal-socialista) e soprattutto di “neo-corporativismo democratico”. Per quale ragione “democratico? Perché i rappresentanti della classe operaia vengono integrati nel processo di formazione delle decisioni economiche (concertazione democratica), grazie a un’ estesa politica dei diritti politici e sociali (welfare state), in cambio del rispetto delle “compatibilità” dell’economia capitalistica e del controllo della base operaia, soprattutto in termini di moderazione salariale (politica dei redditi). Ovviamente, semplifichiamo mettendo insieme esperienze diverse ( principalmente scandinave, britanniche, tedesche).
Per contro, il corporativismo fascista tra le due guerre, puntando al superamento del capitalismo ( si pensi in Italia alla versione “fascio-comunista” di Ugo Spirito) non poteva andare tanto per il sottile con le libertà democratiche. Di qui la nostra necessità di definirlo “autoritario”. Soprattutto perché siamo davanti a due modi di strutturare il rapporto tra Stato e società civile.
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Corporativismo autoritario e neo-corporativsmo democratico
Nel corporativismo autoritario le organizzazioni che rappresentano i grandi interessi sociali sono subordinate all’autorità dello Stato, se non addirittura una sua creazione. Mentre nel neo-corporativismo democratico, che ha distinto la politica europea nel primo trentennio post-Seconda Guerra Mondiale, siamo davanti a un movimento che proviene dal basso - dalla società civile - e che difende l’autonomia degli attori collettivi coinvolti nel processo.
Il corporativismo autoritario, oltre che monopartitico, è monistico “di dentro”, in quanto si impone di ricondurre ad unità la molteplicità degli interessi presenti nella società civile: la sua caratteristica più evidente resta l’identificazione tra società civile e Stato. Un fattore che implica l’eliminazione del confine tra pubblico e privato. Perciò il corporativismo autoritario, quale “agente organizzativo” di vertice, trasforma le organizzazioni di rappresentanza nella cinghia di trasmissione di una volontà politica verticale, a prescindere da qualsiasi iniziale auto-organizzazione corporativa. In termini formali, lo Stato riconosce le corporazioni come enti pubblici dotandole di personalità giuridica. Dopo di che le riconduce nell’alveo del diritto pubblico investendole dei relativi poteri pubblici e incaricandosi di coordinarne l’attività e dirigerne l’azione.
Il neo-corporativismo democratico, oltre che pluripartitico, è un sistema policentrico nel quale le organizzazioni degli interessi si mantengono autonome ed entrano in un rapporto con gli altri attori istituzionali. Rapporto che si presume basato sulla collaborazione reciproca e sulla negoziazione. Nel corporativismo democratico, oltre al permanere, rispetto al corporativismo autoritario, della libertà politica, la coercizione gioca un ruolo molto marginale; l’accento è messo sullo scambio, la contrattazione, il reciproco adattamento, la concertazione. Le sanzioni tendono ad essere più positive che negative: la partecipazione a strutture corporative è incentivata più che imposta. Dal punto di vista giuridico il fondamento dell’associazionismo corporativo continua ad essere privatistico: non vi sono norme che impongano doveri “corporativi” .
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Le "rivoluzioni" neo-liberiste e il mondo che verrà...
Tuttavia, negli ultimi trent’anni, con le cosiddette rivoluzioni neo-liberiste, il neo-corporativismo democratico ha perso colpi. E gli effetti, in alcuni casi devastanti, sono sotto gli occhi di tutti. Quel che sorprende è la stupidità del fronte neo-liberista: ci si rifiuta di capire, giocando sul mito della “modernizzazione”, quanto il mercato allo stato puro faccia male allo stesso capitalismo.
E in un senso politico ben preciso. Perché il mercatismo rischia di innescare reazioni uguali e contrarie. E così di fare il gioco del corporativismo autoritario, rischiando di uccidere anzitempo la gallina dalle uova d’oro: il mercato capitalistico. Nonché di cancellare alcuni secoli di preziose libertà democratiche. Perché, sia chiaro, mercatismo e corporativismo autoritario, elidendosi a vicenda, elidono anche la democrazia… E coloro che oggi a destra credono nella possibilità del corporativismo di reincarnarsi magicamente in una specie di armoniosa società corporativa, priva però, questo giro, di un centro politico (lo Stato), dovrebbero più propriamente parlare non di corporativismo fascista ma di utopico “gildismo” socialista.
In definitiva, il neo-corporativismo democratico resta il migliore strumento per governare una moderna società liberale e capitalistica. Del resto le incoraggianti esperienze del welfare state e del capitalismo sociale di mercato sono lì a dimostrarlo. Che nell’ultimo trentennio lo si sia messo in discussione, non significa che il neo-liberismo sia più affidabile. Anzi. Il pericolo resta quello di buttare l’acqua sporca (gli sprechi) con il bambino (il welfare e la concertazione). Perché rifiutarsi di capire che il neo-corporativismo democratico, stupidamente cacciato dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra? E, questa volta, in veste “autoritaria”?

Carlo Gambescia

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Bibliografia minima
Di solito non facciamo seguire ai nostri post alcuna biblibiografia, ma questa volta, considerato l'interesse dell'argomento, faremo un'eccezione. Le indicazioni (ragionate) seguono l'ordine di svolgimento della materia. (C.G.)
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Marco Maraffi (a cura di), La società neo-corporativa, il Mulino, Bologna 1981 ( ottimo studio introduttivo, storico e sociologico, imprescindibile)
Gaetano Rasi, La società corporativa, Istituto di Studi Corporativi, Roma 1973 (interessante rilettura neofascista, scientificamente in regola).
Luigi Cerasi, Corporativismo e Corporativismo (storiografia), in Alberto De Bernardi e Scipione Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo. Storia, personaggi, cultura, economia, fonti e dibattito storiografico, Burno Mondadori, Milano 2003.
Ugo Spirito, Il corporativismo, seconda edizione accresciuta, Sansoni, Firenze 1970 (per l'approccio "fascio-comunista").
George Douglas Howard Cole, Guild Socialism Restated, Transaction Books, New Brunswick (Usa) and London (UK) 1980 (testo "fondativo", 1920, del gildismo socialista novecentesco) 

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