venerdì 2 febbraio 2007


(Meta) political comics
Libertà di caldarroste 
per tutti!



Qualche tempo fa, sulle pagine romane di una grande quotidiano nazionale è apparso uno di quei titoli che scompisciano, come diceva il grande Totò. Cito a memoria: “Caldarrostai, via libera alla sanatoria - Approvata al municipio tal dei tali la delibera per il rilascio di diciannove concessioni stagionali nel centro storico della capitale”.
Insomma, in un’Italia dove tutti si professano liberali e liberisti, da Berlusconi a Prodi, se uno decide di mettersi a vendere le caldarroste nel centro di Roma deve chiedere il permesso. Ed è inutile illudersi: quel che capita nel regno di San Veltroni da Pietralcina accade anche in altre città…
Il fatto è che quando uno legge certe notizie, non può non pensare che in Italia il “liberismo selvaggio” sia roba da venditori di fumo più che di caldarroste. Anche perché, a dirla tutta, di gretto corporativismo in giro ce n’è tanto, troppo. E ovviamente non mi riferisco agli ambulanti, che sicuramente non diverranno mai ricchi come Berlusca e De Benedetti (detto pure, dopo l'affondamento dell'Olivetti, "pochi (De)Benedetti e subito"), ma allo straripante corporativismo delle congreghe parasindacali, dei circoli ricreativi fasulli, dei birrai sociali, delle cooperative di plastica, eccetera. Troppo comoda prendersela solo con benzinai, tassisti e venditori di caldarroste, magari additandoli alle folle come nemici del popolo.
Per non parlare poi dei politici, di destra e sinistra, sempre pronti a favorire ogni forma di patteggiamento sottobanco: accordi, sanatorie, deroghe, condoni. Per poi andare da Vespa a difendere il libero mercato, con la coccardina del Rotary bene in vista.
Vedremo ora che succederà con le liberalizzazioni. Vedremo.
Eh sì, vita difficile, felicità a momenti... Soprattutto per chi avversa il liberismo ( ma anche lo statalismo), come il sottoscritto: non si riesce mai a trovare un nemico vero. Prevale il grigio: a parole sono tutti liberisti, ma di fatto inciuciano… Salvo poi far passare, come nel caso delle norme sulla flessibilità, il liberismo che piace ai poteri forti: massima mobilità per i dipendenti, minima o nulla per i pacchetti azionari. Pensate a quel che è accaduto a proposito della scalata di Ricucci e gnomi vari al Corriere della Sera: un bel pattone di sindacato, un bel pattuglione di magistrati, e l’Harry Potter dei Castelli Romani è subito ritornato alla casella di partenza… Magari con qualche miliardo in meno. E le ossa rotte... Gli stavano per sequestrare pure la consorte.
Certo, non vogliamo qui difendere gli “scalatori” alle pere cotte. Ma va riconosciuto che il capitalismo, quello vero (vedi gli Usa), è roba da mazzate: scalate fulminee, pacchetti azionari che cambiano di mano in pochi minuti, fortune che svaniscono in un attimo, gente che si suicida (oddìo pure da noi, ogni tanto…). Insomma, è una cosa seria, spesso tragica: e perciò ha una sua fosca grandezza... Nel paese di Rockefeller puoi vendere tutte le caldarroste che vuoi, dove vuoi, a chi vuoi, ma se il consumatore ti gira le spalle (perché le caldarroste sono care o cattive) vai a fondo come il Titanic. Altro che sanatorie circoscrizionali.
Vilfredo Pareto, forse uno dei pochi veri liberisti italiani, già un secolo fa si inferociva con gli industriali, da lui ritenuti vigliacchi, e soprattutto più amici dello stato che del mercato. Chi ha tempo e voglia si vada a rileggere le sue dense Cronache pubblicate sul Giornale degli Economisti. Anche all’epoca si sanava e si inciuciava, altro che libero mercato…
Lui, Pareto, ci si ammalò. Stanco di un' Italia che lo ingnorava, andò a insegnare economia e sociologia in Svizzera, a Losanna. E lì morì. Dopo essere stato abbandonato dalla prima moglie, una russa, scappata con il cuoco. Statalista pure lei? Boh...
Ma, per tornare agli ambulanti, va pure detto, che quest’anno per una, diciamo una, castagna arrosto chiedono 1 Euro.
Scrivete a Prodi.

Carlo Gambescia

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